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Il sermone sul monte - D. Martyn Lloyd-Jones

Il Sermone sul monte (vol. 1)

17,00 8,50

In quest’opera, Lloyd-Jones insiste sul fatto che l’insegnamento del Sermone sul monte presuppone il comandamento di Gesù di ravvedersi e credere al Vangelo: solo in questa cornice, infatti, è possibile comprenderne l’insegnamento. Questo libro spiega sia l’identità di chi crede al Vangelo del regno e sia come tale persona dovrebbe vivere di conseguenza. Lloyd-Jones fa tutto questo in una maniera estremamente incisiva mostrando allo stesso tempo sia dimestichezza con il testo sia profonda comprensione della natura del cuore umano.

ISBN: 978-88-88428-00-0

TEMATICHE: , , ,

PAROLE CHIAVE:

Indice

Prefazione

  1. Introduzione generale
  2. Considerazioni generali
  3. Introduzione alle Beatitudini
  4. Beati i poveri in spirito
  5. Beati quelli che fanno cordoglio
  6. Beati i mansueti
  7. Rettitudine e beatitudine
  8. I test dell’appetito spirituale
  9. Beati i misericordiosi
  10. Beati i puri di cuore
  11. “Beati quelli che s’adoperano per la pace”
  12. Il cristiano e la persecuzione
  13. Gioire nelle tribolazioni
  14. Il sale della terra
  15. La luce del mondo
  16. Che la vostra luce risplenda
  17. Cristo e l’Antico Testamento
  18. Cristo adempie la legge e i profeti
  19. La giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei
  20. La forma e la sostanza
  21. Non uccidere
  22. La smodata iniquità del peccato
  23. La mortificazione del peccato
  24. L’insegnamento di Cristo a proposito del divorzio
  25. Il cristiano e il fare giuramenti
  26. Occhio per occhio… dente per dente
  27. Il mantello e il secondo miglio
  28. Negare se stessi e seguire Cristo
  29. Amate i vostri nemici
  30. Che fate di straordinario?

Autore

Martyn Lloyd-JonesDavid Martyn Lloyd-Jones (1899-1981)

D. Martyn Lloyd-Jones, secondogenito di Henry e Magdalen, nacque nella città di Cardiff il 20 dicembre 1899. Nel 1905 la sua famiglia si trasferì nella piccola cittadina di Llangeitho. Visse un’infanzia felice; da ragazzo preferiva il gioco del calcio ai compiti di scuola.

Nel 1909 la casa dei genitori venne distrutta da un improvviso incendio dal quale il piccolo Martyn riuscì a fuggire lanciandosi da una finestra del secondo piano. Da quella drammatica esperienza cominciarono a cambiare molte cose in lui: diventò più responsabile nelle sue azioni e più impegnato negli studi scolastici.

Nel 1914 il lavoro del padre fallì; i suoi genitori decisero allora di trasferirsi a Londra. I primi tempi nella nuova città furono economicamente molto difficili per la famiglia tanto che il giovane Martyn dovette quasi abbandonare gli studi per sopperire alle esigenze finanziarie lavorando. Durante questo periodo nacque in lui il desiderio di diventare medico. All’età di sedici anni s’iscrisse così alla scuola di medicina presso il St. Bartholemew’s Hospital, vicino alla città vecchia di Londra.

L’insegnante di Martyn era il professore più illustre di quel tempo: Sir Thomas Horder, il medico della Casa Reale. In seguito egli ammise che il tipo d’insegnamento impartito da Horder si rivelò fondamentale per il suo futuro ministero di predicatore. Quel luminare infatti insegnava ai suoi studenti di raccogliere sempre ogni elemento a loro disposizione e di ragionare molto sui dati prima di arrivare a stabilire la diagnosi di una malattia. Ai giovani allievi insegnava anche di partire sempre dai principi senza mai saltare alle conclusioni in modo affrettato. Da qui deriva sicuramente la logica dell’esposizione e dell’argomentazione biblica di Lloyd-Jones.

Nel 1923, alla sola età di ventitré anni, grazie ai progressi compiuti in campo scolastico e professionale, divenne assistente capo dell’équipe medica del Dr. Horder, ma, a dispetto della carriera medica che lo stava attendendo, il suo pensiero iniziò a volgersi altrove. Seguendo i pazienti aristocratici del suo insegnante, il Dr. Lloyd-Jones venne sconvolto dall’irreligiosità e dal vuoto morale di molti di loro e ciò lo rese cosciente della realtà del peccato. Inoltre, la triste morte del padre e poi quella tragica e prematura del fratello maggiore Harold, gli dettero una coscienza di transitorietà della vita e di conseguenza comprese di essere una persona spiritualmente morta davanti a Dio.

Già dalle sue prime esperienze lavorative in campo medico, dopo la sua conversione, si notò in lui una dote pastorale. Spesso scoprì che coloro che gli si rivolgevano, e che pensavano di avere problemi di natura spirituale, avevano invece problemi di natura fisica. Altre volte invece erano i pastori di chiesa che lo interpellavano esponendogli questioni che riguardavano la loro assemblea. In queste occasioni era sempre molto restio a dare consigli diretti e spesso si limitava a porre domande sulla situazione che si era creata guidando i suoi interlocutori a trovare da soli la causa del problema. La logica che Lloyd-Jones usava si rivelò, di per sé, migliore del consiglio che molte persone avrebbero desiderato udire in quanto in molti casi impararono a pensare con la loro mente. Inoltre Lloyd-Jones utilizzò spesso un “approccio medico” verso coloro che ascoltavano i suoi messaggi, come se fossero suoi pazienti.

Tra il 1924 e il 1925 gli venne chiesto di predicare in qualche chiesa, ma non si sentiva ancora pronto per quel ministero continuando quindi ad esercitare la carriera medica. L’anno seguente però decise di abbandonare la sua attività professionale per dedicarsi completamente a quella di pastore accettando l’incarico di ministro della Bethlehem Forward Movement Mission Church a Sandfields, Aberavon.

Martyn Lloyd-Jones non frequentò mai una scuola di teologia. Per lui un pastore di chiesa doveva essere essenzialmente un predicatore ed una guida spirituale con un preciso mandato divino. Non per questo disdegnava lo studio e la preparazione biblica, anzi, diversi anni dopo essere diventato pastore, fondò a Londra, insieme ad un gruppo di fratelli, una scuola di teologia tuttora esistente: il London Theological Seminary.

Nel 1927, dopo varie vicissitudini, sposò Bethan Phillips, la donna di cui era innamorato da ben nove anni. Il suo ministero nel Galles fu rivolto alla classe operaia in quanto la chiesa era situata in una zona molto povera. Prima del suo arrivo questa comunità era nota per le sue attività sociali, ma era in realtà priva di un impatto effettivo sulla gente. Martyn Lloyd-Jones decise di annullare quelle attività in quanto fermamente convinto che il compito della chiesa fosse quello di predicare il Vangelo del Signore, di condurre anime a Cristo insegnando loro la via per conoscere Dio. Credeva che solo la predicazione avrebbe potuto riempire la chiesa di persone e che solo essa poteva dar loro ciò di cui avevano bisogno. La sua esposizione biblica non fu né emotiva né liberale, anzi essa si basò unicamente e fermamente sulla Bibbia: la Parola di Dio. Per lui, il Vangelo era la verità non perché fondato sulle “esperienze”, come sostengono alcuni, ma “sui grandi fatti eterni”.

Attraverso il suo ministero nel Galles molti fratelli capirono che la proclamazione del messaggio del Vangelo di Cristo fatta nella potenza dello Spirito dava frutti e risultati straordinari. Il “dottore” (come venne soprannominato) era convinto che l’unica cosa che poteva salvare l’uomo era l’azione sovrana di Dio, non lo sforzo umano.

La sua fama, come uomo di Dio e predicatore, si sparse molto in fretta, prima nel Galles, fino ad arrivare in America. A partire dal 1935 iniziò la sua collaborazione con l’InterVarsity Fellowship, organizzazione che tentava di unire gli studenti cristiani che frequentavano le università inglesi. Quell’anno gli venne chiesto di predicare durante la loro conferenza annuale. Subito esitò, poi accettò suscitando con il suo intervento un tale impatto tra gli studenti che nel 1939 lo elessero presidente dell’IVF. A quel tempo gli studenti evangelici erano in forte minoranza e spesso soffocati dal Movimento Cristiano Studentesco d’indirizzo liberale. Lloyd-Jones accettò la sfida e riuscì a trasformare l’IVF in modo radicale insegnando loro le dottrine basilari della Scrittura di cui erano mancanti.

La stampa gallese scrisse di lui: “E’ il più grande predicatore dai tempi del risveglio spirituale del 1904”. Umanamente parlando, tre furono i motivi del successo della sua esposizione biblica: primo, predicava a tutti, non tenendo conto della classe sociale, del sesso o dell’età di coloro che ascoltavano. Secondo, usava un linguaggio che tutti potevano comprendere. Terzo, la sua chiarezza, la sua serietà e la sua autorità obbligavano la gente ad ascoltarlo ed a prendere appunti.

Nel 1937 venne invitato a predicare a Filadelfia (U.S.A.). Tra la folla c’era anche il pastore Campbell Morgan, ministro della Westminster Chapel (Londra), il quale, dopo aver ascoltato la sua esposizione, lo invitò a fargli da assistente nella capitale del Regno Unito. Lloyd-Jones accettò l’invito solo due anni più tardi ed in seguito succedette al pastore e lì rimase fino al 1968. Durante il suo ministero la “Cappella di Westminster” (da non confondere con la chiesa anglicana di Westminster) era frequentata da 1500 credenti durante il culto della domenica mattina e da 2000 in quello della sera, spinti a partecipare agli incontri per la potenza, la chiarezza e la freschezza della sua predicazione. I sermoni erano sempre pastorali alla domenica mattina ed evangelistici alla sera. Lloyd-Jones considerava la predicazione: “sana teologia che sgorga da un uomo ripieno di fuoco spirituale”, da un uomo ripieno cioè della potenza dello Spirito Santo, chiamato da Dio ad annunciare la Verità. Secondo il suo pensiero il predicatore doveva avere il compito di far conoscere il messaggio di Dio basandosi unicamente sull’autorità e sull’ispirazione della Sua Parola, trasportando sempre l’assemblea alla presenza del Signore e all’adorazione. Egli doveva essere quindi l’ambasciatore di Dio. Predicatori, diceva, si nasce e non si diventa.

Uno degli incontri di gruppo cui partecipò, e che considerò sempre di grande importanza, fu il Westminster Ministers’ Fraternal, tra pastori di diverse chiese evangeliche che Lloyd-Jones stesso diresse per quarant’anni. Questi incontri ebbero inizio nel 1941 e solo come un piccolo studio di gruppo; poi, a partire dal 1943, divenne un organo molto più importante che coinvolgeva ogni mese 400 pastori alla Westminster Chapel. Alcuni così dissero che lui era “il pastore dei pastori” per la capacità di avvicinare, consigliare ed incoraggiare ministri provenienti da diverse denominazioni evangeliche.

Essendo innamorato dell’epoca dei Puritani, si fece promotore della Conferenza sui Puritani, la quale gli permise di parlare di due elementi che riteneva importanti per gli evangelici: la storia della Riforma ed il pensiero dei Puritani. Sosteneva che il cristiano non dovrebbe mai dimenticare i fondamenti dottrinali protestanti e che i credenti del XX secolo dovevano prendere esempio dai Puritani perché loro riuscirono a combinare insieme una sana dottrina biblica con la realtà quotidiana della vita. Per loro la verità non era qualcosa che doveva stagnare nella mente dell’uomo, ma doveva essere vissuta ogni giorno.

Il 1966 sarà ricordato per il “passaggio del Rubicone”. Il Dr. Lloyd-Jones pensò che gli evangelici non potevano più far parte di organizzazioni affiliate al Consiglio Mondiale delle Chiese (World Council of Churches). Così, il 18 ottobre 1966, approfittando della possibilità di parlare alla National Evangelical Assembly nella Westminster Central Hall, sostenne che per gli evangelici, i quali si preoccupavano maggiormente di mantenere l’integrità della loro denominazione d’appartenenza, era giunto il momento d’affrontare i problemi relativi alla dottrina della chiesa e di rispondere a questa domanda: “Qual è la vera chiesa cristiana?” Il crescere inoltre della forza e dell’influenza del movimento ecumenico rendeva il problema ancora più urgente. La sua visione era quella di chiesa evangelica unita, in cui Cristo stava al centro, mentre il denominazionalismo frenava la crescita. Considerava le divisioni tra gli evangelici una cosa di cui vergognarsi. Gli evangelici, sosteneva, possono anche non avere una visione univoca sul battesimo, sul governo della chiesa, sui doni dello Spirito e così via, ma devono essere uniti dal legame creato dal Vangelo di Cristo per rispondere “senza compromessi” alle offerte ecumeniche ingannevoli della Chiesa Cattolica. La risposta degli anglicani evangelici fu decisamente negativa, e molti non ebbero il coraggio di lasciare la propria denominazione affermando che, rimanendo al suo interno, avrebbero avuto maggiori possibilità di riformare la chiesa anglicana secondo le verità bibliche. Francis Shaeffer seppe simpatizzare con le idee del “dottore” il quale venne in seguito invitato a L’Abrì nel 1957.

Questa posizione di Lloyd-Jones decretò una perdita della sua influenza nelle “alte sfere” del mondo evangelico, ma la sua reputazione crebbe in altri luoghi grazie soprattutto ai suoi libri che venivano diffusi in tutto il mondo. La semplicità linguistica e il modo di essere diretto con coloro che lo leggevano procurò molti problemi agli editori, ma gli diede modo di raggiungere un vastissimo numero di persone, accademici e non.

Martyn Lloyd-Jones si ammalò nel 1968 e dato che il servizio di pastore alla Westminster Chapel stava diventando sempre più pesante, vide la malattia come un segno da parte di Dio che lo spingeva a ritirarsi. Dopo un periodo di ricovero in ospedale, partì per il Westminster Theological Seminary (Filadelfia, U.S.A.) tenendo una serie di lezioni sul significato della predicazione. Al suo ritorno, continuò ad essere invitato a predicare nelle chiese e alle conferenze. Dedicò il restante suo tempo alla correzione dei testi dei sermoni per la loro pubblicazione, conservando volontariamente ogni ripetizione in quanto sosteneva che le tecniche d’insegnamento utilizzate fossero più efficaci ed importanti di un stile linguistico scorrevole. I suoi sermoni sull’Epistola agli Efesini (contenuti in otto volumi), come la collana sull’Epistola ai Romani (composta finora di nove volumi), o libri come il Sermone sul Monte, Depressione Spirituale, Predicazioni e Predicatori e molti altri, ebbero un grande successo in tutto il mondo e sono tuttora ritenuti capolavori d’ispirazione e dell’arte oratoria.

Durante l’ultima parte della sua vita aiutò molti giovani pastori ad essere dei buoni predicatori della Bibbia, fornendo consigli utili per superare i loro primi ostacoli.

Nel 1979 la sua malattia lo portò a cancellare ogni impegno. L’anno seguente predicò ancora una volta, ma in giugno smise definitamente concludendo il suo mandato divino quindici anni più tardi di altri pastori suoi coetanei.

L’anno successivo rientrò in ospedale in gravi condizioni suggerendo ai medici di utilizzare su di lui una terapia moderna: la chemioterapia. Nel febbraio del 1981, il Dr. Lloyd-Jones disse alla sua famiglia di aver ormai assolto il compito della sua vita. Terminò la cura e chiese di non pregare più per la sua guarigione fisica. Morì in pace il 1 marzo 1981, di domenica.

Al funerale, che si svolse a Newcastle Emlyn nella chiesa dove suo suocero Evan Phillips predicò durante il risveglio spirituale del 1904, parteciparono più di 1.200 persone. Il mese successivo si tenne a Londra un incontro in memoria di quest’uomo di Dio a cui parteciparono 3.500 persone. Le parole che fece scrivere sulla sua tomba simboleggiano lo scopo per cui aveva vissuto: “Poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso”, 1 Corinzi 2:2.

Dettagli

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Capitolo 1

Introduzione generale (estratto)

Quando si esamina un insegnamento qualsiasi è saggio procedere partendo dal generale per giungere al particolare; è il solo modo di evitare il rischio di “non vedere il bosco a motivo degli alberi”. Questa regola è di particolare importanza se si tratta del Sermone sul Monte. Dobbiamo renderci conto che quando cominciamo ad esaminarlo dobbiamo porci domande di ordine generale rispetto alla sua collocazione nella vita e nel pensiero del cristiano.

È ovvio cominciare con questa domanda: “Perché mai dobbiamo prendere in esame il Sermone sul Monte? Per quale motivo devo richiamare la vostra attenzione su di esso e sul suo contenuto?” Ebbene, non so se faccia parte del compito di un predicatore spiegare i processi della propria mente e del proprio cuore, certo è che nessuno dovrebbe predicare senza essere convinto di avere un messaggio da parte di Dio. È dovere di chiunque si accinga a predicare le Scritture chiedere la guida di Dio. Perciò sono convinto che la ragione principale del mio predicare il Sermone sul Monte sia l’aver sentito questa spinta, questa guida da parte dello Spirito di Dio. Lo dico di proposito perché io personalmente non avrei certo scelto di predicare su questo tema. E credo che la motivazione della spinta che sento è la condizione in cui si trova la Chiesa cristiana oggigiorno.

Non penso sia un giudizio troppo severo affermare che oggi la Chiesa cristiana vive una situazione di grande superficialità. Tale giudizio è basato non solo sull’osservazione del presente, ma ancor più su quella dell’odierno alla luce del passato. Credo sia di primaria importanza nella vita cristiana studiare la storia della Chiesa, leggere i grandi movimenti operati dallo Spirito di Dio e riflettere sugli avvenimenti dei vari periodi. E penso altresì che chiunque rifletta sullo stato attuale della Chiesa alla luce di questo scenario storico, giunga all’amara conclusione che la sua principale caratteristica, come ho già detto, sia la superficialità.

Dicendo questo, non mi riferisco solo alla vita e all’attività della Chiesa in senso evangelistico; immagino che, quanto alla superficialità in questo aspetto, siamo tutti d’accordo. No, non sto pensando solo al contrasto fra i grandi sforzi evangelistici compiuti dalla Chiesa nel passato e le attività evangelistiche che si effettuano oggi: sicuramente le metodologie e le tecniche in uso attualmente avrebbero sconvolto e inorridito i nostri padri. Mi riferisco piuttosto alla vita della Chiesa in generale, incluso il concetto che oggi si ha della santità, per non dire l’intera dottrina della santificazione.

È importante scoprire le cause di tale superficialità. Per quanto mi riguarda, credo che a monte di tutto vi sia il nostro atteggiamento verso la Bibbia, la nostra incapacità a prenderla sul serio e a lasciare che essa ci parli. Un altro fattore è certamente la nostra costante tendenza a passare da un estremo all’altro, ma credo che la causa primaria sia il nostro atteggiamento nei confronti delle Scritture. Mi spiego. Nella vita cristiana non c’è nulla di più importante del modo in cui ci avviciniamo alla Bibbia, del modo in cui la leggiamo. È il nostro libro di testo, la nostra unica fonte, la nostra sola autorità. Non sapremmo nulla di Dio e nulla della vita cristiana se non tramite la Bibbia. Possiamo trarre varie deduzioni dalla natura (e volendo, anche da esperienze mistiche), fino ad arrivare a credere nell’esistenza di un Creatore supremo. Penso però che la maggior parte dei cristiani, per tutto l’arco della storia della Chiesa, abbia concordato che non vi è altra autorità se non questo Libro. Non possiamo basarci solo su esperienze soggettive perché ci sono spiriti buoni e spiriti cattivi, esperienze vere ed esperienze false. La Bibbia è la nostra sola autorità.

È importante quindi avvicinarsi alla Bibbia nel modo giusto, e nel farlo dobbiamo convenire prima di tutto su questo: che il solo leggerla non basta. Infatti, è possibile leggere la Scrittura in modo così meccanico da non ricavarne alcun beneficio. Ecco perché nella vita spirituale dobbiamo stare attenti a ogni tipo di regola concernente la disciplina. È indubbiamente buona cosa leggere la Bibbia ogni giorno, ma può essere del tutto infruttuoso se lo facciamo solo per poter dire che la leggiamo. Personalmente sono un grande sostenitore della necessità di un metodo nella lettura della Bibbia, ma nell’usarlo dobbiamo fare attenzione a non limitarci alla mera lettura dei passi prescritti; dobbiamo prendere del tempo per riflettervi e meditarvi, altrimenti la nostra lettura sarà del tutto inutile.

Il nostro approccio alla Bibbia, quindi, è di vitale importanza. Essa stessa ce lo dice. Ricordate il famoso commento dell’Apostolo Pietro a proposito degli scritti di Paolo? Pietro parla di cose “difficili da capire, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture” (2 Pt 3:16). Essi leggevano le Lettere di Paolo, ma ne alteravano il significato, le distorcevano a loro propria perdizione. Vedete, si possono leggere anche tutte le epistole di Paolo e non trarne il minimo beneficio, perché vi si sono “lette” cose che esse non affermano. C’è qualcosa che dobbiamo sempre tenere in mente riguardo alla Bibbia. Posso anche sedermi con la Bibbia in mano, leggerne le parole, scorrerne i capitoli e pur tuttavia trarne conclusioni errate, in totale contrasto con quanto essa in realtà afferma.

Come può verificarsi una cosa simile? In genere ciò accade perché ci si avvicina alla Bibbia con una teoria precostituita: la sfogliamo con la nostra teoria in mente e ne cerchiamo la conferma in ogni cosa che leggiamo! Tutti noi sappiamo di cosa sto parlando. Vi è un senso – ed è necessario dirlo – nel quale si può far dire alla Bibbia tutto ciò che si vuole. Infatti, è proprio così che le eresie sono nate. Gli eretici, in genere, non furono uomini disonesti, ma in errore. Non dovremmo considerarli come uomini in malafede, che agirono deliberatamente per nuocere e insegnare cose false; al contrario, essi furono tra le persone più sincere che la Chiesa abbia mai conosciuto. Perché allora caddero nell’eresia? A causa del loro atteggiamento verso la Bibbia. Essi prima elaboravano una teoria secondo i loro criteri di giudizio, poi passavano alla Bibbia per trovarne la conferma e, guarda caso, la trovavano ovunque leggessero. No, non è difficile dimostrare una propria teoria con la Bibbia: basta leggere la metà di un versetto, evidenziare la metà di un altro e la cosa è fatta. Miei cari, dobbiamo fare molta attenzione a tutto ciò. Non c’è nulla di più pericoloso che avvicinarsi alla Bibbia con una teoria preconcetta in mente. Così facendo saremo tentati ad enfatizzare un aspetto e svalutarne un altro.

Questo rischio tende a manifestarsi soprattutto per ciò che concerne la relazione fra la legge e la grazia. È un problema che vi è sempre stato nella Chiesa e vi è tutt’oggi. Alcuni enfatizzano la legge a tal punto da trasformare il vangelo di Gesù Cristo, con la sua libertà gloriosa, in nient’altro che in una raccolta di massime morali. Per loro tutto è legge, non c’è spazio per la grazia. Parlano della vita cristiana come di un qualcosa da attuare per divenire cristiani; ma questo è puro legalismo, privo della grazia. D’altro canto, ricordiamoci che è possibile anche cadere nell’errore opposto, ossia enfatizzare la grazia a spese della legge, stravolgendo comunque il vangelo del Nuovo Testamento.

Vi faccio un esempio classico. L’apostolo Paolo dovette affrontare questa difficoltà costantemente. Mai ci fu uomo la cui predicazione della grazia venne così tanto fraintesa. Vi ricorderete ciò che alcuni, a Roma e in altri luoghi, ne avevano dedotto: “Alla luce di quanto Paolo ci ha insegnato, commettiamo il male affinché la grazia abbondi. Paolo ci ha detto: «…dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata… Ebbene, continuiamo quindi a vivere nel peccato affinché la grazia abbondi sempre di più»”. Ma cosa dice Paolo a costoro? “No di certo!” (Rom 6:1-2). La Scrittura non insegna che chi è sotto la grazia non ha più nulla a che vedere con la legge e può quindi dimenticarsene. È vero, non siamo più sotto la legge ma sotto la grazia, ma ciò non significa che la legge non debba essere osservata. Non siamo sotto la legge nel senso che essa non ci giudica più, non ci condanna più. Tuttavia, siamo chiamati a viverla, anzi, ad andare oltre. Il ragionamento di Paolo, infatti, è che il cristiano non deve vivere come un uomo sottoposto alla legge, ma come un uomo libero in Cristo. Gesù Cristo osservò la legge, visse secondo la legge; come sottolinea questo Sermone, la nostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei (Mat 5:20). Cristo non è venuto ad abolire la legge; al contrario, Egli dice, ogni iota, ogni piccola parte di essa deve essere adempiuta (Mat 5:17-18). Tutto questo, vedete, viene dimenticato ogni qual volta si cerca di porre la legge in contrasto con la grazia, con il risultato che la legge finisce per essere del tutto ignorata.

Poniamola in questo modo: non è forse vero che molti di noi hanno un tale concetto della grazia che raramente prendono con la dovuta serietà gli insegnamenti di Cristo riguardo al vivere cristiano? Sottolineiamo così tanto il fatto che tutto proviene dalla grazia e che non è imitando Cristo che si diventa cristiani, da essere ormai giunti al punto d’ignorare totalmente i Suoi insegnamenti affermando che per noi sono irrilevanti, perché siamo sotto la grazia. Mi chiedo allora se noi veramente prendiamo sul serio il vangelo del Signore. Il modo migliore per appurarlo, credo, è confrontarci con il Sermone sul Monte. Cosa pensiamo di questo Sermone? Supponiamo che io vi chieda di scrivere su carta delle risposte alle seguenti domande: che cosa significa per te il Sermone sul Monte? Quale influenza ha sul tuo pensiero e sulla tua vita? Qual è il tuo rapporto con questo straordinario Sermone che ha una posizione così preminente in questi tre capitoli del Vangelo secondo Matteo? Penso che trovereste le vostre risposte a queste domande molto interessanti, forse sorprendenti. È vero, sappiamo tutto sulla dottrina della grazia, sul perdono e confidiamo in Cristo. Ma è pur vero che nella Bibbia, di cui rivendichiamo l’autorevolezza, c’è anche questo Sermone. Dobbiamo quindi chiederci: quale rilevanza ha per la nostra vita?

 

Questo è quanto ho inteso affermare come introduzione. Facciamo ora un passo avanti, affrontando insieme un’altra importante domanda. Per chi è inteso il Sermone sul Monte? A chi si rivolge? Qual è il suo scopo, la sua rilevanza? Anche a questo riguardo ci sono molte opinioni contrastanti. Anni or sono, ad esempio, era in voga un’interpretazione del Sermone definita “vangelo sociale”. In sostanza, si affermava che questo Sermone fosse l’unica cosa che contasse nel Nuovo Testamento, il fondamento del cosiddetto “vangelo sociale”. Si sosteneva che esso contenesse i principi secondo cui gli uomini dovessero vivere e che se solo fossero stati messi in pratica, gli uomini sarebbero riusciti a portare il regno di Dio sulla terra; le guerre sarebbero state bandite dall’umanità e tutti i nostri problemi sarebbero stati risolti. Questo, in sintesi, era il “vangelo sociale”. Ma non vi è ragione di perdere altro tempo con questa interpretazione del Sermone sul Monte; è già passata di moda. La si può trovare solo nelle convinzioni di certe persone che pensano ancora con la mentalità di trent’anni fa. Le due guerre mondiali hanno totalmente scardinato questo modo di ragionare. Critici come siamo, per molti versi, nei confronti del movimento teologico legato alla persona di Karl Barth, riconosciamogli almeno questo: che esso ha, una volta per tutte, dimostrato l’assurdità del “vangelo sociale”. L’errore fondamentale di questa interpretazione del Sermone è l’aver totalmente ignorato le Beatitudini, quelle affermazioni cioè, con cui il Sermone comincia: “Beati i poveri in spirito… Beati quelli che fanno cordoglio…”. Come spero di poter dimostrare nelle prossime prediche, le Beatitudini ci insegnano che nessuno è in grado di vivere il Sermone sul Monte con le proprie forze, senza essere sostenuto da Dio. I fautori del “vangelo sociale”, ignorate deliberatamente le Beatitudini, andarono direttamente ai precetti susseguenti definendoli “il Vangelo”. Fu questa la ragione fondamentale del loro fallimento.

Un altro punto di vista, secondo noi più dignitoso del precedente, è quello che considera il Sermone come una elaborazione della legge di Mosè. Il Signore, si afferma, vide che i farisei, gli scribi e altri insegnanti del popolo interpretavano male la legge che Dio aveva dato al popolo attraverso Mosè perciò, nel Sermone sul Monte Gesù spiega e elabora la legge mosaica, dandole un maggiore contenuto spirituale. Sebbene in parte corretta, anche questa interpretazione si dimostra inadeguata. Neanche essa, infatti, tiene conto delle Beatitudini. Le Beatitudini ci portano immediatamente in una realtà che va oltre la legge di Mosè. È vero, in certi punti il Sermone sul Monte tratta della legge di Mosè e ne spiega il vero significato, ma è anche vero che esso va al di là e trascende la legge.

Un’altra interpretazione che voglio menzionare è quella “dispensazionalista”. Probabilmente molti di voi la conoscono già. È stata divulgata mediante certe edizioni della Bibbia. (Purtroppo si tende a parlare della Bibbia di questo o di quello studioso; questi nomi annessi alla Bibbia non ci piacciono; la Bibbia è una). Secondo l’insegnamento dispensazionalista, il Sermone sul Monte non ha nulla a che fare con i cristiani di oggi! Esso sostiene che il Signore cominciò a predicare annunciando il regno di Dio e che il Sermone concerne tale regno. Purtroppo, proseguono i dispensazionalisti, gli ebrei non accettarono gl’insegnamenti di Cristo, impedendogli così di stabilire il Suo regno. Ecco quindi che, quasi per una sorta di ripensamento, Egli accettò la morte sulla croce e, quale ulteriore ripensamento, diede origine alla Chiesa e all’era della Chiesa che durerà fin quando il Signore ritornerà nel Suo regno. Allora il Sermone del Monte verrà reintegrato. In sostanza, dunque, l’insegnamento dispensazionalista è questo: il Sermone non ha nulla a che fare con il presente. Fu rivolto originariamente alla gente cui Cristo predicava e troverà di nuovo applicazione nel futuro millennio. È inteso “per l’era del regno”; rappresenterà la legge di quell’era millenaria, la legge del regno dei cieli. Nel frattempo, per noi, cristiani odierni, non ha alcuna rilevanza.

La questione è seria. Non vi sono vie di mezzo: o l’interpretazione dispensazionalista è del tutto giusta o del tutto sbagliata. Secondo questo punto di vista il cristiano non ha bisogno di leggere il Sermone sul Monte, di preoccuparsi dei suoi precetti, di sentirsi in colpa se non ne mette in pratica gli insegnamenti. Questa parte della Scrittura, in poche parole, non ha alcuna rilevanza per la sua vita. Personalmente, credo che la prima obiezione che si possa fare a tale interpretazione è la seguente: il Sermone sul Monte fu predicato in primo luogo e specificamente ai discepoli; “I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo…” (Mt 5:1-2). La premessa dunque è che il messaggio del Sermone è diretto ai discepoli di Cristo. Considerate le parole che Egli disse loro: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo” (Mt 5:13, 14). Se attualmente il Sermone non ha nulla a che fare con i cristiani, non dovremmo dire di essere il sale della terra o la luce del mondo, perché tali espressioni non si riferiscono a noi. Erano intese per i discepoli di allora e saranno di nuovo rilevanti per i discepoli durante il Millennio, ma non hanno nulla a che spartire con noi oggi. Il discorso è analogo per quanto riguarda le promesse di questo Sermone. Dobbiamo ignorarle. Non siamo chiamati a far brillare la nostra luce davanti agli uomini in modo che possano vedere le nostre opere buone e glorificare il nostro Padre celeste (Mat 5:16). Se l’intero Sermone sul Monte non concerne i cristiani di oggi, allora tutto ciò che afferma è irrilevante. Tuttavia, le cose non stanno così! È evidente che il Signore ha predicato questo meraviglioso Sermone per insegnare ai suoi discepoli come avrebbero dovuto vivere nel mondo, non solo mentre Egli era tra loro, ma anche quando se ne sarebbe andato. Il Sermone fu predicato a persone che erano tenute a metterne in pratica gli insegnamenti, in quel momento e in avvenire. (continua)

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