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Più dolce del miele - Vermigli

Più dolce del miele

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“Le Sacre Scritture… sono l’aiuto più sicuro che ci è concesso da Dio, e da ogni parte ci viene incontro. Infatti, se siamo in difficoltà per ignoranza o cecità, la luce della Parola è ciò con cui la dissipa. Se siamo angosciati da problemi e preoccupazioni dell’anima, se la nostra coscienza è oppressa dal pesante carico dei nostri peccati, lì che si trovano giusti e pronti rimedi, se siamo pressati per mancanza di beni temporali, lì potremo trovare sana e certa consolazione. Se a volte siamo presi da dubbi e siamo perplessi, non sapendo nelle incertezze dove rivolgerci, è nella Parola di Dio e in nessun altro posto, che potremo trovare buono e fedele consiglio. Se siamo tentati e la nostra salvezza è messa alla prova, come spesso accade, lì troviamo un forte e invincibile baluardo”.  – Pietro Martire Vermigli 

PAGINE: 88

ISBN: 978-88-88428-06-2

TEMATICA:

PAROLE CHIAVE:

Indice

CAPITOLO I. La Parola di Dio
Definizione delle Sacre Scritture
Dignità delle Sacre Scritture
Qualità delle Sacre Scritture

CAPITOLO II. Una Parola Indispensabile
Benefici recati dalle Sacre Scritture
Necessità delle Sacre Scritture
Esortazione allo studio delle Sacre Scritture

CAPITOLO III. Capire la Parola di Dio
L’interpretazione delle Sacre Scritture
Due cose necessarie per capire le Sacre Scritture

CAPITOLO IV. La Chiesa e la Parola di Dio
Tre funzioni importanti della Chiesa
La sovranità delle Scritture sui Padri della Chiesa
La sovranità delle Scritture sui concili ecclesiastici

CAPITOLO V. Alcuni Aspetti Specifici
I racconti storici della Bibbia e la loro utilità
I miracoli della Bibbia e ciò che ci insegnano
Le chiavi del regno dei cieli
Parola di Dio e tradizioni umane
Le Sacre Scritture e il discernimento degli spiriti

CAPITOLO VI.
Un encomio della Parola di Dio ed una esortazione a studiarla

Dettagli

Nell’agosto del 1542 Pietro Martire Vermigli fuggiva dall’Italia per aderire pubblicamente alla Riforma. Personaggio di spicco nell’ambito ecclesiastico italiano, la sua “apostasia” suscitò grande scalpore. Qualche anno prima lui stesso l’avrebbe ritenuta impossibile.

Nato a Firenze nel 1499, Vermigli aveva presto dedicato la sua vita alla religione, aderendo ai Canonici Regolari di S. Agostino, presso il monastero di S. Bartolomeo, a Fiesole. Al compimento degli studi, svolti presso l’università di Padova, aveva fatto seguito una carriera ecclesiastica che in pochi anni lo aveva portato ai vertici dell’Ordine dei Canonici Lateranensi: predicatore pubblico (1526), sacerdote (1528), insegnante di filosofia e Scrittura (1526-1533), abate di Spoleto (1533), abate di San Pietro ad Aram, a Napoli (1537). Distintiva di Vermigli era la passione per lo studio e l’insegnamento della Bibbia: “Fin dalla mia giovinezza, quando stavo ancora in Italia, questo solo decisi di seguire al di sopra di tutte le arti e ordinamenti umani: principalmente di imparare ed insegnare le Sacre Scritture… Anche se io stesso (dal momento che la nebbia, l’oscurità e la notte del Papato ingannano molti) errai per un tempo, nondimeno non cessai in quella oscura prigione, come meglio potevo in quelle circostanze, sia di imparare sia di insegnare le Sacre Scritture”.

Il triennium a Napoli (1537-1540) cambiò il corso della sua vita. Entrato in contatto con il movimento evangelico che si riuniva attorno allo spagnolo Juan de Valdés, Vermigli iniziò a leggere gli scritti dei Riformatori transalpini (Lutero, Zwingli, Bucero, Calvino) e abbracciò la verità della giustificazione per sola fede: “Quando, per il beneficio di Cristo, il Padre celeste ebbe pietà di me, iniziai a comprendere la verità del Vangelo… né potei rimanere in silenzio riguardo a ciò che comprendevo…”. Le sue predicazioni pubbliche assunsero presto una forte connotazione evangelica. Molti ne beneficiarono, fra i quali il marchese Galeazzo Caracciolo, che “con ardente amore cominciò ad applicare il suo pensiero e studio a leggere e ad ascoltare la verità di Dio”. Nell’uditorio, tuttavia, erano presenti anche i sospettosi Teatini, i quali accusarono l’abate di eresia presso il Viceré Don Pedro da Toledo, che a sua volta sospese Vermigli dalla predicazione. Le accuse dei Teatini, però, erano troppo astratte per condizionare il giudizio della Santa Sede su un uomo dalla reputazione di Vermigli, per cui la sospensione fu ritirata e l’abbate poté riprendere a predicare. Poco dopo, a riprova del credito di cui godeva nelle alte sfere della Chiesa, Vermigli veniva nominato Visitatore della Congregazione Lateranense, e due anni dopo, nell’aprile del 1542, addirittura membro della Commissione incaricata di riformare l’intero Ordine.

L’opera più importante, tuttavia, fu quella che Vermigli svolse a Lucca come Priore di S. Frediano, incarico affidatogli nel maggio 1541. Fu suo impegno riformare la morale del clero e riordinare il sistema educativo dei giovani Canonici. In modo particolare, però, egli si adoperò per diffondere ovunque nella città la conoscenza del Vangelo. Fu questo l’aspetto veramente rivoluzionario della sua opera: egli “osò insegnare, ed insegnare pubblicamente, che l’uomo è giustificato per la sua fede nella persona e nell’opera perfetta di Gesù. Ed egli non solo insegnò questa dottrina, ma la visse in pratica, mostrandosi in tutto come un modello di buone opere, in modo che mediante la manifestazione della verità raccomandasse se stesso alla coscienza di ogni uomo nel cospetto di Dio”.

Ciò che Vermigli riuscì a compiere nei quindici mesi che spese a Lucca “costituisce una delle meraviglie della Riforma”. Stabilita una vera e propria accademia monastica, prepose all’insegnamento delle lingue bibliche e classiche tutti uomini che sapeva di fede evangelica: Paolo Lacizi per il latino, Celso Martinenghi per il greco e Emanuele Tremelli per l’ebraico. Lui stesso abbinò l’insegnamento del greco con quello della teologia, commentando ogni giorno per i giovani Canonici le epistole di Paolo. La scuola che teneva a S. Frediano divenne così “un seminario in cui si preparavano non tanto canonici lateranensi, quanto predicatori evangelici”! Fu questo il caso di Girolamo Zanchi, divenuto poi pastore della Chiesa Riformata di Chiavenna e teologo di fama internazionale. Anni dopo, rammentando la sua antica amicizia con Celso Martinenghi, Zanchi scrisse: “Entrambi assieme ascoltammo Martire a Lucca, quando questi commentava in pubblica in pubblico l’epistola ai Romani e spiegava privatamente i Salmi ai suoi Canonici: cominciammo allora a darci allo studio della Sacra Scrittura”.

L’opera di riforma di Vermigli non si limitò all’ambiente ecclesiastico. Uomo dalla formidabile cultura e capacità, abile commentatore delle Sacre Scritture, pastore di esemplare condotta, egli acquistò presto una profonda ascendenza sulla popolazione lucchese. Accorrevano “in massa da ogni parte della città molti nobili e dotti uomini, Senatori di Lucca, ad ascoltarlo. E con l’intenzione ad instaurare la vera Religione in tutta la città, ogni domenica predicava al popolo”. Centinaia furono le persone che in quei pochi mesi si convertirono al Vangelo, fra cui le famiglie Diodati e Turrettini, le quali, migrate poi a Ginevra, tanto avrebbero dato alla causa del Vangelo. Nell’aprile 1542 lo stesso Senato di Lucca scriveva ai Definitori della Congregazione Lateranense: “Sapendo quali siano state le azioni del Reverendo priore di S. Frediano, e quanto frutto spirituale abbia fatto questo anno con le sue prediche e con l’esempio della buona vita… si è acceso nelle menti nostre un desiderio tale di averlo qui per qualche tempo ancora che non si potrebbe immaginare maggiore; onde forzati da caritativo zelo ci siamo mossi a scrivere questa a V.S… pregandoli strettamente che vogliono essere contenti di lasciarcelo”.

Un’opera evangelica di tale portata non poteva rimanere a lungo nascosta agli occhi delle autorità ecclesiastiche. “Il luogo più corrotto di tutti è Lucca”, scriveva Nino Sernini al Cardinale Gonzaga l’8 luglio 1542, “dove pare che i primi della città siano entrati in tanta pazzia, e che già sono più di duecento uomini principali, e le loro donne, i quali… negano il libero arbitrio…proibiscono l’avemaria, sono ancora d’opinione che ognuno possa dire messa e di pigliare il sacramento senza confessione”. Era proprio così: a Lucca si era formata una vera e propria chiesa evangelica, separata e indipendente, della quale il pastore era l’abbate Pietro Martire Vermigli!

Gli eventi presto precipitarono e Vermigli venne a trovarsi davanti a un bivio: o rinnegare la verità – cosa che non avrebbe mai fatto – o fuggire dall’Italia. Non credeva più nel Cattolicesimo, quindi fuoriuscirne non sarebbe stato che un atto di coerenza. E poi, Gesù stesso aveva detto: “Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra” (Matteo 10:23). Il momento della decisione giunse allorché egli fu citato a Genova per comparire dinanzi ad un Capitolo straordinario della Congregazione. Consapevole di non poter attendere oltre, Vermigli decise di fuggire. Il 24 Agosto 1542, da Firenze, scriveva ai Canonici di S. Frediano:

 

Onorevoli Fratelli et dilettissimi in Cristo Gesù,

A me è stato necessario il partirmi dalla religione, ed a voi, come stimo, non dovrà esser molesto, perché già quanto alla maggior parte vi dolevate di aver per colpa mia cattivo nome… Con la partita mia, dunque, si spegnerà questa vostra cattiva fama, e S.to Frediano tornerà nel suo pristino onore. Del resto poi, se bene o male [io] vi abbia retto o governato, sia giudizio di Dio, e non degli uomini.

Alla persona mia hanno fatto necessario il partire tanti rumori levati a Lucca, a Roma contro la verità; se fossi rimasto mi bisognava al tutto o predicare contro il vero, il che mai non avrei fatto se mille vite ci fossero date, ovvero sarei incappato nelle mani dei persecutori del Vangelo. Ed avendomi Dio aperta la via allo scampo dall’uno e l’altro inconveniente, non l’ho voluto tentare con il rimanere tra voi. Questo voglio ben interporre, che nulla quanto a denari o robbe ho toccato della religione, testimonio ne chiamo a Dio e ai miei fattori…

Prego il benedetto Dio che a tutti voi dia quel lume della verità che si richiede alla salute eterna, di modo che più intendiate la verità cristiana e le Scritture di quello in sino ad ora avete fatto. Di me poi che si sia non accade cercare, e se pur volete intendere in che luogo sono, vi faccio sapere che con Cristo sono in croce, avendo abnegato per la verità evangelica tanti onori, dignità, servitù e comodità quanti sapete che io avevo già conseguiti, quando tanto non mi fossi curato di ritenere e difendere la verità Cristiana… a questo partito mi ha ridotto solo il non voler predicare il falso, né ingannare il popolo: il nostro benedetto Dio per Cristo Gesù, Salvatore nostro, indirizzi le vostre vie in bene… Libero dalla ipocrisia per grazia di Cristo, D. P. Martire da Firenze.

 

Quattro mesi dopo, ormai sano e salvo a Strasburgo, Vermigli scriveva una più intima lettera agli amati credenti di Lucca:

 

Riconosco che voi non potete non rattristarvi per essere stati privati di quel conforto spirituale che Dio a volte vi diede per mezzo dei miei sermoni, lezioni e conversazioni… Potete ben rendervi conto delle difficoltà in cui versava la mia coscienza a causa della vita che conducevo. Ogni giorno avrei dovuto acconsentire ad ogni sorta di superstizioni; non solo avrei dovuto io stesso compiere dei riti superstiziosi, ma senza ragione esigere che altri li compissero; molte cose avrei dovuto fare contrariamente a ciò che pensavo ed insegnavo. Io ero il vostro pastore, e per mezzo di lezioni e sermoni ho fatto ciò che ho potuto. Quando non ho più guidare la chiesa come richiede la verità cristiana, ho pensato meglio, nel rinunciare ad un incarico così difficile, di ritirarmi in qualche luogo dove potessi almeno esortarvi per lettera, anziché rimanere in un posto dove non avrei potuto più avere contatti con voi… Per quanto ne sappia, nessuno è stato messo in pericolo a causa della mia fuga. Sono qui per grazia di Dio, dove posso spiegare le sacre Epistole, consolarvi per mezzo di lettere e incoraggiarvi a preservare la purezza del Vangelo… Vi menziono in tutte le mie preghiere e vi chiedo di rendere lo stesso servizio a me, raccomandandomi nelle vostre preghiere alla misericordia di Dio. Possano la grazia e la pace mediante lo Spirito di Cristo essere moltiplicate ogni giorno per tutti voi. Amen

 

Vermigli visse altri venti anni dopo la sua fuga dall’Italia. Accolto con entusiasmo dalla comunità evangelica europea, insegnò le Sacre Scritture prima nell’accademia teologica di Strasburgo (1542-1547), quindi in quella di Oxford (1548-1553). Obbligato a fuggire dall’Inghilterra a causa della persecuzione di Maria Tudor, la “Sanguinaria”, Vermigli tornò ad insegnare a Strasburgo (1553-1556), terminando poi la sua attività didattica nell’accademia di Zurigo (1556-1562). In queste importanti istituzioni, insieme ad altri dediti colleghi, Vermigli si adoperò alla formazione di tutta una nuova generazione di teologi e predicatori evangelici, i quali avrebbero portato avanti la fiaccola della verità per tutto il resto del XVI secolo.

Il suo impegno si profuse anche nello scrivere commentari alle Sacre Scritture (Genesi, Giudici, I e II Re, I e II Samuele, Lamentazioni, Profeti Minori, Romani, I Corinzi), nonché trattati dogmatici e scritti teologici di grande valore. La sua Defesio (1559) è il più imponente trattato sull’Eucarestia di tutta la Riforma, di cui Calvino disse: “L’intera dottrina è stata incoronata da Pietro Martire, il quale non ha lasciato più nulla da fare”. La raccolta degli scritti di Vermigli, pubblicata nel 1576 con il titolo Loci Communes, conobbe in ottanta anni ben tredici edizioni.

Particolare fu il contributo di Vermigli alla causa della Riforma in Inghilterra dove, fra le altre cose, si impegnò nel dibattito sull’Eucarestia del 1549 (“un evento di capitale importanza nel corso della riforma eduardiana”), nella controversia sui vestiari (1550), nella revisione della liturgia Anglicana (1552), nella Riforma della Lega Ecclesiastica e nella formulazione dei Quarantadue Articoli di fede (1553). Significativa fu anche la sua partecipazione al colloquio di Poissy (1561), dove, alla presenza del re e della regina di Francia, egli difese con coraggio la causa degli evangelici perseguitati. Pregato da Calvino di parteciparvi, Vermigli gli aveva risposto: “Non ricuserei qualsiasi fatica o pericolo per una causa così importante. Che Dio, fonte e origine di ogni cosa buona, faccia prosperare la nostra iniziativa”. Prese parte al Colloquio anche Teodoro Beza, al quale Calvino scriveva il 10 settembre: “Se [i prelati Cattolici] si armeranno per dibattere, con te vi è Pietro Martire”.

 

Alla sua morte, avvenuta a Zurigo il 12 novembre 1562, Vermigli fu compianto da tutta l’Europa evangelica. Wolfang Haller ne parlò così: “Tanto grande era la sua pietà che tutti lo ammiravano, tanta la sua erudizione ed efficace l’esposizione della sua dottrina, che tutti se ne meravigliavano, tanta l’integrità morale della sua vita… tanto grande il suo spirito di discernimento, che tutti ne facevamo tesoro”. Giosia Simpler lo ricordò come “l’uomo migliore, più saggio e il più giusto che conobbi mai”, e Giovanni Jewel come “un uomo che per la grandezza dei suoi talenti, la varietà dei suoi successi, la sua pietà, moralità, la sua vita, sembrava degno di non esserci mai tolto”, “uno che quando mi guardo attorno, stento a credere che sia mai esistito”.

Pietro Martire Vermigli fu massimamente un insegnante delle Sacre Scritture. Fu questa la vocazione essenziale della sua vita, la sua principale occupazione, la sua più grande passione. Nel 1553, predicando agli studenti dell’Accademia di Strasburgo, affermò: “Quando penso all’assiduità e allo zelo con cui voi, studenti di teologia, vi radunate per ascoltare la Parola di Dio, non sono soltanto pervaso da un’incredibile gioia, ma gioisco ed esulto nella profondità del mio cuore e del mio petto”. Non era mero sentimentalismo questo di Vermigli, ma una esultanza di spirito che scaturiva da due fondamentali convinzioni: la prima, che il diffuso desiderio di studiare le Sacre Scritture fosse segno di una reale opera di Dio:

 

Credetemi, [tale desiderio] è ispirato da Dio, infuso dal cielo, posto nei voi cuori dalla potenza divina dello Spirito Santo. Dato che, come Paolo insegna (Rom 7:12), la legge è spirituale e il comandamento santo e buono, e noi invece siamo malvagi, estremamente corrotti e pieni di vizi, è impossibile per noi non trovare disgustose le parole di Dio, la legge, le Scritture. È per questo che tutti coloro che non sono stati ispirati dallo Spirito di Cristo, fuggono da esse e le perseguitano con estremo odio, non per colpa delle Scritture ma a causa del peccato di costoro.

 

In secondo luogo, Vermigli era convinto che nulla fosse tanto importante quanto un radicale ritorno allo studio e alla predicazione delle Sacre Scritture: “Se avete nel cuore dei sentimenti, se avete un qualche senso di commiserazione, una qualche preoccupazione o ansia per la Chiesa, cioè il corpo di Cristo, in questi giorni così divisa e dispersa, allora considerate questo, vi prego: la Chiesa non potrà essere sanata attraverso ricchezze, paramenti sacri, selezione di alimenti, riti e cerimonie, ma solo con la medicina della Parola di Dio”. Esortava quindi:

 

Se noi tratteremo le Sacre Scritture nel modo puro e sincero che si addice loro, ne avremo grande beneficio. Esse sono state a lungo rinchiuse nella prigione dell’oblio; voi, ora, liberatele, richiamandone la memoria. Hanno giaciuto nelle tenebre delle tradizioni umane; ora affrancatele, ristorandone il senso genuino e nativo. Hanno giaciuto oppresse nello squallore delle superstizioni; portatele fuori da lì, affinché possano promuovere la pura e sincera adorazione di Dio. Hanno vissuto nella sporcizia delle vite contaminate e corrotte di sacerdoti sacrificali: datele ora le vesti di una bella e retta moralità. Questa sarà una vittoria gloriosa. Il vero trionfo dei teologi sarà quello di aver ridato libertà alle Sacre Scritture.

Informazioni aggiuntive

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