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Un appello per una riforma spirituale

Un appello per una riforma spirituale

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Dubito che vi sia un credente che non abbia mai trovato difficile pregare. In sé stessa, la cosa non deve sorprendere e neppure dev’essere occasione di scoraggiamento. Non deve sorprendere, perché in quanto pellegrini, abbiamo ancora molte lezioni da imparare; non deve essere occasione di scoraggiamento, perché lottare con queste problematiche fa parte del nostro processo d’apprendimento. Sorprendente e scoraggiante invece, è la totale mancanza di preghiera che caratterizza gran parte della chiesa in Occidente. Sorprende, perché questo non è in linea con ciò che la Bibbia descrive come vita cristiana; scoraggia, perché questa mancanza coesiste spesso con un grande attivismo cristiano che appare così vuoto, frivolo e superficiale. Non meno sconcertante è l’entusiastico pregare d’alcuni ambienti che trabocca di sentimentalismo, ma che è del tutto privo d’una riflessione autocritica rispetto a ciò che le Scritture insegnano sulla preghiera.

PAGINE: 264

ISBN: 978-88-88428-14-7

TEMATICHE: ,

Introduzione

Dubito che vi sia un credente che non abbia mai trovato difficile pregare. In sé stessa, la cosa non deve sorprendere e neppure dev’essere occasione di scoraggiamento. Non deve sorprendere, perché in quanto pellegrini, abbiamo ancora molte lezioni da imparare; non deve essere occasione di scoraggiamento, perché lottare con queste problematiche fa parte del nostro processo d’apprendimento.

Sorprendente e scoraggiante invece, è la totale mancanza di preghiera che caratterizza gran parte della chiesa in Occidente. Sorprende, perché questo non è in linea con ciò che la Bibbia descrive come vita cristiana; scoraggia, perché questa mancanza coesiste spesso con un grande attivismo cristiano che appare così vuoto, frivolo e superficiale. Non meno sconcertante è l’entusiastico pregare d’alcuni ambienti che trabocca di sentimentalismo, ma che è del tutto privo d’una riflessione autocritica rispetto a ciò che le Scritture insegnano sulla preghiera.

Mi piacerebbe poter dire di non essere mai caduto in questi tranelli. La verità è che anch’io sono partecipe di quel che condanno. Tuttavia, se vogliamo fare progressi nel riformare il nostro modo di pregare personale e comunitario, allora dovremo iniziare proprio da un rinnovato ascolto delle Scritture, chiedendo a Dio di aiutarci a comprendere in che modo applicare queste Scritture alla nostra vita, alla nostra famiglia e alla nostra chiesa.

Questo libro non intende esporre una teologia complessiva della preghiera nel contesto del dibattito moderno sulla natura della spiritualità. Su questo argomento ho già espresso altrove le mie considerazioni.1 L’obiettivo che qui mi propongo, è molto più semplice: ripercorrere diverse preghiere dell’apostolo Paolo per capire come Dio ci parla oggi, per ritrovare forza e direzione e per migliorare il nostro pregare, sia per la gloria di Dio che per il nostro bene.

Questo libro è nato da una serie di sette sermoni predicati in vari contesti. L’intera sequenza di sette è stata esposta solo in un posto: alla “scuola estiva” della Church Missionary Society nel Nuovo Galles del Sud (Australia), nei primi giorni del mese di gennaio 1990. Un periodo che, da un punto di vista umano, non era proprio il momento più adatto per me. Mia madre, infatti, era morta soltanto qualche giorno prima, eppure, l’aver compiuto la difficile scelta di mantener fede ad un impegno preso in precedenza, mi ha dimostrato ancora una volta come la forza di Dio si manifesti nella nostra debolezza, perché l’incontro nel Nuovo Galles del Sud, fu ripieno della presenza e della potenza del Signore. Per questo sono grato a mio padre e a mio fratello di avermi incoraggiato a partecipare a quell’incontro, così come sono anche grato a Peter e Joan Tasker, a Victor e Delle Roberts e ai loro colleghi, per il loro calore ed incoraggiamento. Infine la mia gratitudine si estende anche alla casa editrice Baker per il loro interesse in questo studio espositivo, e per i loro suggerimenti pratici sul modo di trasformare sermoni piuttosto lunghi in capitoli più brevi sulla pagina stampata. I predicatori interessati a sapere come questi capitoli apparissero in origine, potranno leggere la nota finale che compare nella sezione “Note” di questo libro.

Il contenuto di queste pagine è sostanzialmente identico a quello presentato in forma orale, ma lo stile è stato modificato e adattato alla stampa. Siccome abbiamo pensato ad un certo tipo di lettori, non ho incluso qui alcuna bibliografia, se non quando io stesso cito una fonte. Per facilitare l’uso del libro ai gruppi di studio biblico e alle classi di Scuola Domenicale, alla fine di ciascun capitolo ho incluso delle domande di revisione. Talvolta queste domande esigono risposte precise (e quindi si prestano molto bene come esercizio di revisione), a volte invece, esigono riflessione, dibattito, o studio ulteriore: esse saranno quindi particolarmente utili, più che ad un lettore occasionale, ad un gruppo condotto da qualcuno che si occupi di discepolato cristiano.

Soli Deo Gloria

D. A. Carson
Trinity Evangelical Divinity School

Indice

Prefazione

Introduzione: l’urgente bisogno della Chiesa

  1. Lezioni alla scuola della preghiera
  2. La struttura della preghiera
  3. Richieste meritevoli
  4. Pregare per gli altri
  5. Avere passione per le persone
  6. Il contenuto di una preghiera fruttuosa
  7. Scuse per non pregare
  8. Superare le difficoltà
  9. Un Dio sovrano e personale
  10. Pregare il Dio sovrano
  11. Pregare per ottenere potenza
  12. Preghiera per il ministero

Note

Dettagli

—– LEGGI INTRODUZIONE —–

L’urgente bisogno della chiesa

Qual è oggi il bisogno più urgente della chiesa nel mondo occidentale? A questa domanda si possono dare diverse risposte. Così come sulla scena politica vi sono stati determinati gruppi legati da specifici interessi che hanno attirato su di sé la luce dei riflettori dei media provocando per un certo tempo dibattiti a livello nazionale, anche sulla scena delle chiese, vi sono stati gruppi in grado di attirare l’attenzione su un tema ben preciso che, a loro dire, avrebbe dovuto fornire la risposta ad ogni domanda.

Così, qualcuno afferma che ciò di cui abbiamo particolarmente bisogno oggi nelle chiese, sia la purezza nell’ambito dell’etica sessuale e riproduttiva. E’ certamente vero che la situazione si è fatta allarmante. Alcuni anni fa, la rivista Christianity Today pubblicava i risultati di un’inchiesta che mostrava come in diversi gruppi di single nelle chiese – gruppi di persone non sposate o divorziate, di solito fra i 20 ed i 35 anni – più del 90% degli uomini e delle donne, si fosse compromesso o fosse comunque coinvolto in relazioni sessuali illecite. Voi mi direte: “Si, ma si tratta della California, cosa ti aspettavi”? Tuttavia, un’inchiesta più recente pubblicata dalla rivista Leadership non è molto più incoraggiante. Uno studio sugli adolescenti appartenenti a chiese evangeliche sparse per tutta l’America, ha rivelato che più del 40% di questi ragazzi sui 18 anni o poco meno e membri attivi di chiesa, aveva già avuto rapporti sessuali prematrimoniali (contro una media nazionale del 54%). In questi ultimi anni, in un raggio di 40 chilometri da casa mia, almeno quattro pastori hanno rovinato il loro ministero, a causa di problemi morali. I responsabili di varie missioni nord-americane ed europee, mi hanno confidato di aver dovuto gestire in questi ultimi cinque anni, più problemi di immoralità sessuale, di quanti non ne avessero dovuto gestire 30, 40 o 50 anni fa.

Sebbene una rana gettata in acqua bollente salti subito fuori, quella stessa rana potrà tranquillamente essere cotta fino alla morte, se la temperatura dell’acqua in cui si trova, viene aumentata poco alla volta. Come questa proverbiale rana, anche la nostra cultura si sta lentamente surriscaldando e auto-distruggendo. Le celebrazioni in technicolor della lussuria e della violenza, invadono le nostre case attraverso le riviste, la radio, i giornali e la televisione. La pornografia che non sarebbe stata ammessa in alcun cinema di quartiere trent’anni fa, ora circola liberamente. L’invenzione del videoregistratore e la massiccia diffusione della televisione via cavo e satellitare, hanno esposto milioni di persone ad un tipo di pornografia che ancora oggi nessuno ha il permesso di mostrare al pubblico nelle sale cinematografiche. Basta guardare le riviste esposte in qualsiasi edicola o supermercato, per vedere quanto la nostra cultura sia ossessionata dal sesso.

E non è tutto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, stima che non meno di 10 milioni di persone siano destinate a morire entro breve termine di AIDS, a prescindere da ogni possibile scoperta del prossimo futuro per vincerlo. Senza dubbio, una piccola percentuale di persone non è stata infettata dall’AIDS da rapporti sessuali a rischio: questa malattia è stata contratta da emofiliaci, da partner sessuali inconsapevoli, da bambini nati da madri infettate e da tossicodipendenti che hanno condiviso aghi già usati. Non c’è alcun dubbio però, che questa malattia sia stata favorita soprattutto dalla promiscuità sessuale, sia omosessuale sia eterosessuale. Se questa promiscuità sparisse miracolosamente, anche questa malattia cesserebbe.

Per altri, il bisogno più urgente delle chiese, non si colloca nella sfera della moralità personale ma piuttosto nelle problematiche politiche più vaste connesse con la procreazione. I credenti sono scandalizzati da questa continua tolleranza accordata all’aborto volontario: non sono pochi coloro che vedono in questo problema la sfida più urgente posta oggi alle chiese dell’Occidente.

Dio sa quanto sia grande il bisogno che abbiamo di purezza sia nelle questioni sessuali sia in quelle legate alla procreazione. Eppure, occorre dire con chiarezza che alcune società riescono a manifestare un grado più alto di morale sessuale pur essendo prive di una sufficiente conoscenza di Dio. Se ad esempio, osserviamo la maggior parte delle nazioni islamiche, ci accorgiamo subito che esse possiedono un grado più alto di purezza sessuale ed una quota molto più bassa di aborti, rispetto ad una qualsiasi nazione occidentale. Questo, dunque, non può essere il nostro bisogno maggiore.

Altri ancora affermano che il nostro bisogno maggiore sia una combinazione fra integrità morale e generosità nella gestione del denaro. Potrebbe essere imbarazzante scoprire fra i nostri lettori quanti abbiano di fatto frodato il fisco nella loro ultima dichiarazione dei redditi. Fino a qualche tempo fa in molte nazioni dell’Occidente, la promessa verbale d’un uomo d’affari, era altrettanto vincolante di un contratto scritto. Oggi purtroppo, non è più così. La corruzione su vasta scala ha inquinato persino le imprese commerciali che un tempo erano simbolo di massima affidabilità.

Una fra le caratteristiche più sconvolgenti dello stile di vita che ha caratterizzato gli ultimi decenni del ventesimo secolo è l’avidità priva di scrupoli di cui è avvolto. Questo stile di vita improntato ad un maggiore egoismo individuale tipico degli anni 50, era sorto dalla Grande Depressione degli anni 30 e dalla guerra mondiale degli anni 40. La generazione dei nostri genitori aveva lavorato duramente perché aveva in vista la costruzione di un mondo migliore per i propri figli. Noi, invece, vogliamo guadagnare il più possibile e spendere subito tutto; vogliamo che il governo faccia per noi il più possibile, ritardiamo il pagamento dei nostri debiti lasciando che siano i nostri figli a dover pagare per i nostri eccessi. Le tecniche di mercato si sono alleate per farci credere che la felicità sia legata al potere d’acquisto – chi si muove nel mondo degli affari conosce perfettamente i limiti di spesa ammessa dalla proprie carte di credito – e la posizione sociale è strettamente legata alla ricchezza ostentata.

In una certa misura, naturalmente, l’avidità ha sempre caratterizzato ogni tipo di cultura di questo mondo decaduto, ma in questi ultimi dieci anni, il culto di Mammona è diventato così temerario, così insolente, e ha così permeato il mondo occidentale, che molti fra noi sarebbero disposti a tutto – fino al sacrificio dei propri figli – pur di avere l’occasione di comprare di più. Dio sa quanto bisogno abbiamo d’essere liberati da questo dilagante materialismo. Eppure, anche in questo caso, dobbiamo onestamente ammettere che vi sono società assai meno devote della nostra al credo del “di più, sempre di più” che tuttavia non hanno alcuna conoscenza di Dio. E dunque come potrebbe essere questo il nostro maggior bisogno?

Qualcuno potrebbe suggerire a questo punto che ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno in questo periodo di decadimento, è l’evangelizzazione e la formazione di nuove chiese. La popolazione mondiale è in aumento e la “missione” non può più essere intesa come una realtà di “laggiù”. Nella maggior parte delle nazioni occidentali cresce la diversità etnica. I protestanti anglosassoni di razza bianca, rappresentano oggi negli Stati Uniti soltanto il 47% della popolazione. Se ci chiediamo quanta efficacia abbia avuto l’evangelizzazione fra gli spagnoli di Chicago, fra i greci di Sidney, fra gli arabi di Londra o fra gli asiatici a Vancouver, dovremmo solo nasconderci per la vergogna. Le maggiori metropoli del mondo continuano ad attirare gente, mentre le chiese dei grandi paesi occidentali sviluppano maggiormente la loro forza (per quanto debole sia questa “forza”) nelle zone rurali e periferiche ma non in quelle urbane. Nonostante luminosi e meravigliosi esempi, l’evangelicalismo non dà prova di grande zelo o di concreta efficacia nell’ubbidire al mandato del Signore di evangelizzare.

Sì, abbiamo urgentemente bisogno di evangelizzare di più e meglio, ma dovremmo onestamente fare alcune allarmanti considerazioni. In quale misura, tutti coloro che fanno professione di fede durante le grandi campagne d’evangelizzazione di famosi evangelisti, perseverano poi per almeno cinque anni nella loro iniziale professione di fede? Gli studi effettuati a riguardo parlano di una cifra che oscilla fra il 2 e il 4 per cento; questo significa che, fra tutti coloro che fanno professione di fede durante quegli incontri, soltanto dal 2 al 4% manterrà cinque anni dopo la partecipazione alle attività delle chiese, la lettura biblica regolare e altre simili attività.

Queste paurose statistiche non ci svelano ancora la vastità del problema. Molti di coloro che fanno professione di fede sembrano pensare al Cristianesimo come una sorta di aggiunta ad una vita già indaffarata, e non a qualcosa che debba controllare, guidare e dar forma alla loro visione della vita ed a tutti i loro obiettivi. Il Centro di Ricerche sulla Religione a Princeton, che analizza la religione in America, dimostra come il leggero aumento nella partecipazione alle attività delle chiese, registrato negli ultimi dieci anni fra i credenti professanti, deve comunque essere letto alla luce di un marcato distacco del legame essenziale tra cristianesimo e moralità. Questa è la triste verità: gran parte del cristianesimo americano sta ritornando ad un grezzo paganesimo. Un pagano infatti, può essere religioso senza che questo abbia un’influenza significativa sull’etica, sulla moralità, sull’abnegazione o sull’integrità personale.

In breve, l’evangelizzazione – almeno quella ch’è prevalsa in gran parte del mondo occidentale – non sembra essere abbastanza potente da capovolgere questo declino.

Forse allora, ciò di cui maggiormente abbiamo oggi bisogno, è di un pensiero biblico ben ordinato. Dunque più scuole bibliche e facoltà di teologia, più teologi, migliore istruzione fra i laici, maggiore predicazione espositiva. In quale altro modo potremo istruire un’intera generazione di credenti a seguire le orme del pensiero di Dio se non insegnando loro a pensare in modo biblico attraverso una buona conoscenza della Scrittura?

In realtà io sarei la persona meno indicata a criticare la predicazione espositiva e le scuole teologiche, visto che ho consacrato la mia vita proprio a questo ministero. Eppure sono fra i primi ad ammettere che anche nella facoltà dove insegno, vi sono membri e studenti che possono dedicare migliaia d’ore allo studio diligente delle Scritture e tuttavia dimostrare una conoscenza di Dio incredibilmente superficiale. La conoscenza biblica, infatti, per quanto rigorosa ed accademica, può diventare non edificante, non viva, non devota e non pura.

Mi manca il tempo per elencare altri bisogni urgenti, la cui soluzione viene considerata prioritaria. Alcuni indicano la necessità di avere culti comunitari reali e viventi; altri si focalizzano sui problemi attuali della società e quindi ritengono necessario essere attivamente coinvolti nella politica.

Ovviamente tutte queste cose sono importanti. Per nessuna ragione vorrei che le mie parole fossero intese come un tentativo di minimizzare l’importanza dell’evangelizzazione e del culto, o della purezza e dell’integrità personale, o che io non ritenga importante un rigoroso studio biblico. Ma queste necessità urgenti sono solo sintomi di una carenza di fondo. Nel nostro cristianesimo occidentale noi abbiamo bisogno di una più profonda conoscenza di Dio. Si, noi abbiamo necessità di conoscere Dio di più.

E su questo punto della conoscenza di Dio, noi dimostriamo di appartenere ad una cultura spiritualmente sottosviluppata. Gran parte della nostra religione si limita ad essere un pacchetto ben confezionato per un solo obiettivo: rispondere ai bisogni che sentiamo – e questi sono quasi tutti collegati alla nostra ricerca di felicità e alla nostra realizzazione. In questo quadro, Dio diventa semplicemente il Grande Essere che, almeno potenzialmente, viene incontro ai nostri bisogni e realizza le nostre aspirazioni. Pensiamo poco a chi Egli sia, a ciò che Egli si aspetta da noi e a ciò che Egli cerca in noi. La Sua santità ed il Suo amore non sembrano affascinarci più di tanto; i Suoi pensieri e le Sue parole non sono in grado più di tanto di stimolare la nostra immaginazione, né i nostri discorsi e le nostre priorità.

Nella concezione biblica delle cose, una profonda conoscenza di Dio comporta un grande e significativo miglioramento delle altre aree che abbiamo menzionato prima: purezza, integrità, efficacia evangelistica, migliore studio delle Scritture, culti privati e comunitari di grande qualità, e ancora molto, molto di più. Tuttavia, se cerchiamo queste cose, senza desiderare con passione una più profonda conoscenza di Dio, noi cerchiamo soltanto in modo egoistico le benedizioni di Dio, senza cercare la Sua Persona. Saremo persino peggiori di quell’uomo che desideri i servizi di sua moglie – una che stia in casa, che cucini per lui, gli faccia le pulizie, una con cui andare a letto – senza sforzarsi mai di amarla e di conoscerla realmente, di scoprire i suoi desideri e le sue necessità; saremmo peggio d’un uomo così, dico, perché Dio è molto più di una qualsiasi moglie: Egli è perfetto nel Suo amore, ci ha creati per Sé, e a Lui noi dobbiamo rendere conto della nostra vita.

Eppure, questo libro non intende affatto affrontare direttamente la sfida della migliore conoscenza di Dio. Esso vuole soltanto trattare una piccola ma vitale parte di questa sfida: la preghiera. Una preghiera spirituale, perseverante e biblicamente fondata rappresenta infatti uno dei passi fondamentali per meglio conoscere Dio. Scrivendo più di un secolo e mezzo or sono, Robert Murray M’Cheyne affermò: “Ciò che l’uomo è, quand’è da solo, in ginocchio, davanti a Dio, quello egli è, e niente di più”. Una realtà chiara ed evidente che tuttavia noi abbiamo ignorato. Abbiamo imparato ad organizzare, a creare istituzioni, pubblicare libri, inserirci nei media, sviluppare strategie evangelistiche e gestire programmi di discepolato, ma abbiamo dimenticato come pregare.

Nel nostro paese, la maggior parte dei pastori sono testimoni del declino di questa preghiera personale, familiare e comunitaria. Anche i cosiddetti “concerti di preghiera” organizzati di recente, sono molto scoraggianti se letti in una prospettiva storica. Alcuni d’essi, almeno, sono talmente manipolatori che stanno lontani anni luce dagli storici incontri di preghiera in varie parti del mondo che hanno potuto gustare il soffio di un risveglio inviato dal cielo. Non solo, ma non ci rendiamo conto di quanto questi incontri stiano cambiando le abitudini di preghiera delle nostre chiese e la disciplina privata di un numero significativo di credenti.

Due anni fa, in un grande istituto teologico americano, cinquanta studenti, che si erano offerti di svolgere un ministero oltremare durante le loro vacanze estive, furono attentamente esaminati con attenzione per verificare la loro effettiva capacità di svolgere questo compito. Di questi cinquanta, soltanto tre – il 6%! – poteva dichiarare di avere regolari momenti di meditazione personale con preghiera e lettura biblica. Sarebbe doloroso ed imbarazzante alzare il velo sulla vita di preghiera di molte migliaia di pastori evangelici.

La questione tuttavia, va esaminata più in profondità. Noi preghiamo con gioia? Siamo consapevoli del fatto che quando preghiamo noi incontriamo l’Iddio vivente, che stiamo trattando con Dio, che stiamo intercedendo con autentica unzione davanti al trono della grazia? Quand’è l’ultima volta che siamo usciti da un periodo d’intercessione con la consapevolezza di aver prevalso con Dio come Giacobbe o Mosè? Quanta parte del nostro pregare altro non è che formule stereotipate, e pesanti cliché che ci rimandano in modo imbarazzante, solamente a quei Farisei che Gesù denunciava?

Non sto scrivendo queste cose per manipolarvi o per far sorgere in voi sensi di colpa. In pratica, però, alla luce di tutto questo, che intendiamo fare? Non è forse vero che molti di noi hanno cercato di migliorare la loro vita di preghiera, uscendone più scoraggiati di prima per aver constatato di aver miseramente fallito? Non vi rendete conto, insieme con me, di quanto grave sia questo problema? Certo, conosciamo tutti dei veri uomini di preghiera, reali “militanti della preghiera”, eppure non è forse vero che noi riusciamo molto meglio ad agire piuttosto che pregare e gestire piuttosto che intercedere? Che siamo in grado di organizzare magnifici incontri fraterni, ma che non abbiamo idea di come digiunare pregando? Che ci è più congeniale intrattenere le persone piuttosto che rendere a Dio il culto che Gli è dovuto? Che siamo molto più bravi ad articolare concetti teologici che a praticare un’adorazione spirituale? Che siamo più capaci di predicare piuttosto che pregare? Che Dio ci aiuti!

Cosa c’è che non va in tutta questa situazione? Questo triste stato delle cose non è forse un indice rivelatore della nostra conoscenza di Dio? Oseremmo non essere d’accordo con J. I. Packer quando scrive: “Io credo che la preghiera sia la misura spirituale dell’uomo, come nient’altro lo possa essere, al punto che il nostro modo di pregare deve diventare la questione più importante che noi dovremmo affrontare”.2 Come chiese dell’Occidente, potremo mai far fronte con successo a tutte le sfide che ci stanno davanti, se la preghiera è ignorata in modo così fatale?

In questa serie di meditazioni dunque, mi propongo come obiettivo il riesame delle fondamenta. Fra i diversi modi in cui avrei potuto affrontare questo problema, ne ho scelto uno semplice. Esattamente come è la Parola di Dio che deve riformare la nostra teologia, la nostra etica e la nostra prassi, così questa Parola deve anche riformare la nostra vita di preghiera. Lo scopo di questo libro, quindi, è di riflettere bene sulle preghiere dell’apostolo Paolo, per potere allineare le nostri abitudini di preghiera alle sue. Vogliamo imparare ciò per cui pregare, gli argomenti da usare, le priorità da adottare, i principi che dovrebbero plasmare le nostre preghiere, e molto di più. Avremmo potuto anche esaminare le preghiere di Mosè, di Davide, o di Geremia. Qui tuttavia, siccome ci concentreremo solo su Paolo, e specialmente sulle sue richieste di preghiera, la nostra visione sarà ovviamente più limitata. Entro questo raggio d’azione però, cercheremo di cogliere in modo costante, non solo gli elementi di base delle preghiere di Paolo, ma anche come i cristiani, nelle loro preghiere, possano adottare la stessa teologia della preghiera da lui utilizzata. Infine, poiché un rinnovamento durevole, un risveglio autentico ed una vera riforma, possono nascere solo dall’opera dello Spirito Santo quando prende la Parola e l’applica alla nostra vita, è molto importante, sia per me mentre scrivo, sia per voi mentre leggete, fare frequenti pause per chiedere allo Spirito Santo di prendere tutto ciò che è biblicamente fedele ed utile in queste meditazioni e applicarlo alla nostra vita in modo che il nostro pregare possa essere trasformato in modo permanente.

Informazioni aggiuntive

Peso 0.350 kg
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