Scarica qui un estratto dal libro (PDF)
I N D I C E
-------------------------------------------------------------------
Prefazione
Introduzione: com’è nato il libro
1. Il piacere di Dio in Suo figlio
2. Il piacere di Dio in tutto ciò
che fa
3. Il piacere di Dio nella Sua creazione
4. Il piacere di Dio nella Sua fama
5. Il piacere di Dio nell’elezione
6. Il piacere di Dio nello stroncare
il figlio
7. Il piacere di Dio nel fare del bene
a tutti coloro che sperano in Lui
8. Il piacere di Dio nelle preghiere
degli uomini retti
9. Il piacere di Dio nell’ubbidienza
personale e nella giustizia pubblica
10. Il piacere di Dio nel nascondersi
ai sapienti e rivelarsi ai piccoli
Epilogo: Quasi troppo buono per essere
vero – un’ultima parola di speranza
Appendice: Ci sono due volontà
in Dio? L’elezione divina e il desiderio di Dio
che tutti siano salvati
Guida allo studio
Tutte le note
P R E F A Z I O N E
-------------------------------------------------------------------
Ai miei
figli
Karsten Luke Piper
Benjamin John Piper
Abraham Christian Piper
Barnabas William Piper
ALL’INIZIO
DEL MILLENNIO
All’inizio del terzo millennio, sono persuaso
più che mai che assaporare la supremazia di Dio
nei Suoi affetti e nei nostri è estremamente
importante per fortificare la chiesa e sopportare le
sofferenze necessarie ad adempiere il Grande Mandato
di Matteo 28:16. Di tutte le frasi nella prima edizione
de I PIACERI DI DIO che hanno dato forma al peso che
sento oggi per la chiesa e per il mondo, questa è
la più importante: “La grazia è
il piacere di Dio nel magnificare il valore di Dio,
dando ai peccatori il diritto e la forza di dilettarsi
in Dio, senza oscurare la gloria di Dio”. Ciò
che afferra la mia attenzione in questa frase è
che la grazia mira a magnificare Dio, dando a me la
gioia in Lui. La grazia è radicalmente e gioiosamente
centrata su Dio.
Dovunque vada, chiedo alla gente: “Vi sentite
amati da Dio perché credete di essere importanti
per Lui, o perché credete che Egli vi libera
e vi fa gioire nel considerarLo importante?”.
È questa la differenza fra il mondo moderno,
dove tutto termina sull’io, e il mondo biblico,
dove tutto termina su Dio. Considerate quest’altro
aspetto di quella dichiarazione: poiché Dio solo
può soddisfare l’anima in eterno, il fatto
che Egli ci liberi per considerarLo importante è
la più profonda espressione d’amore –
specialmente quando ciò avviene al costo di Suo
Figlio. Per sentirsi amati in questo modo, bisogna assaporare
Dio come l’Essere più eccellente di tutti.
Questo è l’argomento di cui si occupa questo
libro.
Nell’introduzione affermo che “la dignità
e il valore di una persona si valutano in base alle
cose che ama”. Propongo la tesi che, poiché
Dio ama al disopra di ogni altra cosa il valore infinito
della propria gloria – giacché Egli stesso
ama essere Dio al disopra di ogni altra cosa –
Egli è dunque l’Essere più eccellente
che esista. Ricevere il privilegio e la capacità
di conoscere, ammirare e stimare importante questa Persona,
con una gioia eternamente crescente, significa sapere
che cosa vuol dire essere amati. Questo è il
significato della grazia centrata su Dio.
I Piaceri di Dio è un libro sulla buona notizia
della gioia di Dio nell’essere Dio. Esso tratta
ciò che l’apostolo Paolo chiama “il
vangelo della gloria del beato [= gioioso] Dio”
(1 Timoteo 1:11); non tratta principalmente di noi,
ma di Colui per il quale siamo stati fatti: Dio.
Il capitolo 10 è inedito. È intitolato:
“Il piacere di Dio nel nascondersi ai sapienti
e rivelarsi ai piccoli”. Perché Gesù
si rallegra che il Padre abbia “nascosto queste
cose ai sapienti e agli intelligenti, e le [abbia] rivelate
ai piccoli” (Luca 10:21)? Che cosa ci dice questa
gioia di Gesù riguardo a Sé stesso e a
Suo Padre? Questo nuovo capitolo stabilisce un fondamento
biblico e offre motivazioni per il tipo di lavoro intellettuale,
permeato nella preghiera e centrato su Dio, necessario
per scrivere e leggere un libro come questo. Ha implicazioni
per ogni livello dell’educazione cristiana, dalla
culla all’università. Dio ci chiama davvero
a questo modo rigoroso di pensare, o si tratta di un
modo di pensare pericoloso e di dubbio valore? Dovremmo
allontanarci dal cercare intendimento con sforzi determinati
all’insegna de “la conoscenza gonfia, ma
l’amore edifica” (1 Corinzi 8:1)? O dovremmo,
invece, perseguirlo con passione sotto la bandiera:
“Non siate bambini quanto al ragionare; siate
pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare,
siate uomini compiuti” (1 Corinzi 14:20)? Vedremo
quale sarà il posto giusto dell’apprendimento,
all’ombra del posto giusto di Dio.
In questa edizione, la sezione sulle missioni nel capitolo
4, “Il piacere di Dio nella Sua fama”, è
materiale nuovo, basato sui notevoli cambiamenti che
si stanno attuando a livello mondiale, mentre Dio si
diletta nel dichiarare la propria gloria in tutto il
mondo.
La nuova Appendice: “Ci sono due volontà
in Dio? L’elezione divina e il desiderio di Dio
che tutti siano salvati”, è il risultato
del peso che sento (e che tratto nel capitolo 5) riguardo
alla dottrina dell’elezione. Poche cose sono più
stupende e più soggette a controversia della
frase: “Il piacere di Dio nell’elezione”.
La domanda che i credenti biblici pongono più
di frequente è come si possa armonizzare la dottrina
dell’elezione incondizionata con quei testi che
dichiarano che Dio “vuole che tutti gli uomini
siano salvati” (1 Timoteo 2:4) e non vuole “che
qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”
(2 Pietro 3:9). La nuova Appendice è un tentativo
di onorare quei brani della Scrittura che sembrano trovarsi
su entrambi i lati della questione.
La ragione per omettere la vecchia Appendice: “Lettera
a un amico riguardo alla cosiddetta «Signoria
della Salvezza»”, è semplice: il
soggetto è stato ampliato nel libro Grazia futura
(Future Grace, Multnomah Press, 1995). Ho scritto quel
libro con lo scopo di dimostrare che la fede giustificante
è sempre una fede che santifica. Non c’è
salvezza in cui Gesù non sia confessato come
Signore e la fede non diriga il “nuovo”
cuore a una nuova ubbidienza. Sviluppo in parte questo
pensiero qui, nel capitolo 9: “Il piacere di Dio
nell’ubbidienza personale e nella giustizia pubblica”,
ma Grazia futura lo tratta pienamente.
Quando insegnai il materiale di questo libro ai membri
della mia chiesa, avevo preparato anche una “Guida
allo studio”. Quella Guida è ora inclusa
in questa edizione.
Come sempre, anno dopo anno, mia moglie Noël ha
lavorato con me nel far nascere anche questo libro.
Già aveva letto e riletto ogni pagina della prima
edizione, non appena arrivavano le bozze dal tipografo.
Lo stesso è accaduto per quanto riguarda la nuova
edizione. Grazie, Noël, per tutte le passeggiate
di prima mattina lungo l’Atlanta Street durante
la prima “gravidanza” di questo libro! E
grazie per avermi affiancato e sostenuto nel processo
di revisione. Ti amo, e ripeto che i seguenti versi
sono veri oggi tanto quanto lo erano quando li scrissi
in occasione del nostro ventesimo anniversario di matrimonio:
Anche se l’albero di fico non fiorisse,
E tutti i tralci del nostro piccolo terreno
Fossero infruttuosi, e l’ulivo scarno,
Le pecore indebolite e i vitelli gracili,
Ci rallegreremo in Dio, amore mio,
E il nostro piacere verrà dall’Alto:Il
Signore, nostro Dio, sarà la nostra forza
E ci darà vita su questa terra,
Lunga o corta che sia, come a Lui piace.
Egli ci darà piedi come cervi sui monti
Per salire sicuri, come moglie e marito,
Sullo stretto sentiero
Che sale ripido e conduce alla vita.
Infine, una parola ai miei figli. Questo libro è
dedicato a voi, Karsten, Benjamin, Abraham e Barnabas.
Le cose sono cambiate dal 1991. Karsten, tu sei il più
grande e mi hai fatto diventare nonno. Barnabas, tu
sei il più giovane ma ora sei il più alto.
Abraham, tu pizzicavi il banjo con Glen, e ora scrivi
le tue canzoni e costruisci i tuoi strumenti. Benjamin,
volevi smettere di studiare al liceo, ma hai perseverato,
e ora lasci l’università (per un semestre)
per dimostrare l’amore di Dio alle vittime di
un terremoto. E tutti voi ora avete una sorella, Talitha
Ruth, uno straordinario dono di Dio alla nostra famiglia.
Però, il mio proposito per tutti voi non è
cambiato. Se c’è un’eredità
che voglio lasciarvi, non è denaro, casa, o terreno;
è una visione di Dio – di un Dio grande
e glorioso come nessuno potrebbe mai immaginare. In
più, voglio lasciarvi in eredità la passione
per questo Dio. Una passione che va al di là
di quello che la mente umana può produrre. Una
passione per Dio che scaturisce dal cuore stesso di
Dio. Non dimenticate mai che Dio è maggiormente
glorificato in voi quando voi siete maggiormente soddisfatti
in Lui! Ma, ancora di più, questa è la
mia preghiera per voi: che, piacendo a Dio, la vostra
soddisfazione in Lui possa essere senza misura, allorché
essa stessa diventa il piacere di Dio in Dio.
C A P I T O L O 1
-------------------------------------------------------------------
Il piacere di Dio in Suo Figlio
“Questo è il mio Figlio diletto,
nel quale mi sono compiaciuto.”
MATTEO 17:5
ENTRARE NELLA GIOIA DI DIO
C’è una bellissima frase in 1 Timoteo
1:11, che però giace sepolta sotto la coltre
delle fin troppo familiari “espressioni bibliche”.
Prima di scoprirla, la si legge così: “Il
vangelo della gloria del beato Dio”.1 Ma dopo
averla analizzata più attentamente, la si comprende
in questo modo: “La buona notizia della gloria
del Dio felice”.2
Gran parte della gloria di Dio sta nella Sua felicità.
Per l’apostolo Paolo, è impossibile concepire
un Dio “glorioso” che non sia felice. Essere
infinitamente glorioso significa essere infinitamente
felice, e, con l’espressione “la gloria
del Dio felice”, Paolo intende proprio sottolineare
questa meravigliosa felicità di Dio. La gloria
di Dio consiste principalmente nel fatto che Egli gode
di un’incommensurabile beatitudine.
Come disse il grande predicatore del XVIII secolo, Jonathan
Edwards: “La felicità di Dio è parte
di quella pienezza che Egli comunica a noi. E se la
Sua felicità consiste nel godere e gioire di
Sé stesso, anche la felicità della creatura
consisterà nel godere di Dio e gioire in Dio”.3
E questo è il Vangelo: “Il vangelo della
gloria del Dio infinitamente felice”. È
la buona notizia che Dio è gloriosamente felice.
Se non lo fosse, chi vorrebbe mai trascorrerci insieme
l’eternità? Se non lo fosse, il Vangelo
non avrebbe un obiettivo di felicità; in altre
parole, il Vangelo non sarebbe più “vangelo”.
Al contrario, però, dicendoci: “Entra nella
gioia del tuo Signore” (Matteo 25:23), Gesù
c’invita a trascorrere l’eternità
con un Dio felice. Gesù visse e morì perché
la Sua gioia – la gioia di Dio – dimorasse
in noi e la nostra gioia fosse completa (Giovanni 15:11;
17:13). Per questo, il Vangelo è “il vangelo
della gloria del beato Dio”.
In questo capitolo cercherò di mostrare che la
felicità di Dio è, prima di tutto e soprattutto,
nel Figlio. Perciò, quando diventiamo partecipi
della felicità di Dio, partecipiamo allo stesso
diletto che il Padre trova nel Figlio. Ed è per
questo che Gesù ci ha fatto conoscere il Padre.
Alla fine di quella meravigliosa preghiera riportata
in Giovanni 17, Egli disse al Padre: “Io ho fatto
loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere,
affinché l’amore del quale tu mi hai amato
sia in loro, e io in loro” (v. 26). Cristo ci
ha fatto conoscere Dio, affinché il diletto che
il Padre trova nel Figlio potesse essere in noi e diventare
il nostro diletto.
Immaginate di poter godere per sempre e con illimitata
intensità ciò che di più godibile
ci sia. Oggi, per noi, questo tipo di esperienza è
impossibile. Vi sono, infatti, tre cose che c’impediscono
di raggiungere la piena soddisfazione. La prima è
che nel mondo non c’è nulla che abbia le
qualità per soddisfare i più profondi
desideri del nostro cuore. La seconda è che ci
manca l’intensità necessaria per apprezzare
al massimo i tesori migliori. Infine, il terzo ostacolo
che c’impedisce una soddisfazione completa è
che i piaceri terreni finiscono. Nulla dura per sempre.
Ma se si realizza il proposito di Gesù in Giovanni
17:26, allora tutto questo cambia. Perché, se
la gioia che Dio prova nel Figlio diventa la nostra
gioia, troveremo in Gesù quella realtà
che sarà, per il nostro cuore, fonte d’infinita
dignità e d’inesauribile diletto. Non lo
troveremo mai noioso, deludente o frustrante. Non c’è
tesoro maggiore del Figlio di Dio! Inoltre, la nostra
capacità di apprezzare quest’inesauribile
“tesoro” non sarà limitata dalle
debolezze umane. Godremo del Figlio di Dio con la stessa
gioia sperimentata da Suo Padre. Il piacere che il Padre
prova in Suo Figlio sarà in noi e sarà
nostro. E tutto questo,lo sperimenteremo per l’eternità,
perché il Padre e il Figlio sono eterni. L’amore
che hanno l’uno per l’altro sarà
l’amore che noi pure avremo per loro, e perciò
quest’amore non morrà mai.
AMATO PER SPLENDERE COME IL SOLE
Dio prova diletto, prima di tutto e soprattutto, nel
proprio Figlio. La Bibbia lo rivela mostrandoci il volto
di Gesù che splende come il sole. Nel Vangelo
di Matteo, al capitolo17, leggiamo che Gesù prende
con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e li conduce
su un alto monte. Quando restano soli, avviene qualcosa
di assolutamente straordinario. Improvvisamente, Dio
rimuove il velo dell’Incarnazione e fa sì
che la reale gloria del Figlio di Dio si manifesti nel
suo splendore. “La sua faccia risplendette come
il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce”
(v. 2). Pietro e gli altri restarono sbigottiti. Alla
fine della sua vita, Pietro scrisse della straordinaria
gloria che aveva visto sul monte santo e della voce
dal cielo che aveva detto: “Questo è il
mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo”
(2 Pietro 1:17, 18; Matteo 17:5).
Dichiarando apertamente di amare il Figlio e di dilettarsi
in Lui, Dio ci dà una dimostrazione visibile
dell’inimmaginabile gloria di Cristo. La Sua faccia
splendé come il sole, i Suoi vestiti divennero
candidi come la luce, e “i discepoli caddero con
la faccia a terra” (Matteo 17:6). Il punto non
è tanto che gli esseri umani debbano avere timore
di una simile gloria, ma, anzi, che Dio stesso trae
il piacere più grande dallo splendore del Figlio.
Egli prima Lo rivela in una luce abbagliante, poi aggiunge:
“Questo è il Mio diletto!”.
Ricordo un episodio che mi ha aiutato a capire meglio
lo splendore del Figlio di Dio. All’inizio del
1991, come gruppo di responsabili della nostra chiesa,
ci prendemmo due giorni di ritiro spirituale per pregare
e fare progetti per il futuro. Ci ritrovammo in un’antica
casa padronale, trasformata in modesti alloggi appositamente
ideati per persone desiderose di ritirarsi e di cercare
Dio in modo particolare. Il secondo giorno, mi alzai
presto, presi la mia Bibbia e me ne andai sul portico
a vetri, un piccolo angolo della casa che domina un
precipizio, con il fiume Mississippi a est. Il sole
non era ancora sorto, ma già albeggiava.
La mia lettura per quella mattina era il Salmo 3. Lessi:
“Ma tu, o Signore, sei la mia gloria, colui che
mi rialza il capo”. Mentre meditavo su questo,
un puntino rosso apparve all’orizzonte proprio
davanti a me. Rimasi sbigottito, perché non mi
ero reso conto che stavo guardando verso est. Osservai
ancora un po’ e vidi quel puntino rosso diventare
una pallina di fuoco. Continuai la lettura. “Ergiti,
o Signore!”. A quel punto, alzai gli occhi e vidi
il sole, ormai una grande sfera d’oro, che fiammeggiava
sul fiume. Pochi attimi dopo, non si poteva più
guardarlo senza rimanere accecati. Più si alzava,
più diventava luminoso.
Pensai alla visione di Cristo avuta da Giovanni: “Il
suo volto era come il sole quando risplende in tutta
la sua forza” (Apocalisse 1:16). Quella mattina
riuscii a guardare il sole solo per cinque minuti, perché
il suo splendore mi costrinse a distogliere lo sguardo.
Chi può fissare il sole mentre splende in tutta
la sua forza? Dio. Lo splendore del volto del Figlio
brilla innanzi tutto per la gioia del Padre. “Questo
è il Mio Figlio diletto, nel quale Mi diletto.
Voi siete costretti a gettarvi con la faccia a terra
e a girarvi dall’altra parte, ma io guardo Mio
Figlio nel Suo splendore ogni giorno, con un amore e
una gioia senza fine”.
Pensai tra me e me che, certamente, parte del messaggio
contenuto in Giovanni 17:26 era proprio questo: verrà
il giorno in cui io avrò la capacità di
gioire nel Figlio di Dio allo stesso modo in cui lo
fa il Padre. I miei fragili occhi avranno la forza di
osservare la gloria del Figlio risplendere in tutta
la sua forza, proprio come fa il Padre. Il piacere che
Dio prova in Suo Figlio diventerà il mio piacere,
e, anziché esserne consumato, ne resterò
affascinato per sempre.
AMATO PER SERVIRE COME UNA COLOMBA
Riguardo a Suo Figlio, il Padre pronuncia parole di
tenerezza e di piacere anche in un’altra occasione.
Al battesimo di Gesù, mentre lo Spirito di Dio
scende sotto forma di colomba, il Padre dichiara dal
cielo: “Questo è il mio diletto Figlio,
nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:16-17).
Qui, l’immagine è molto diversa: non è
un sole fiammeggiante dalla luminosità intollerabile,
bensì una colomba delicata, calma, vulnerabile
– il tipo di animale che la gente povera offriva
per i sacrifici nel tempio. Il piacere di Dio verso
il Figlio viene, non solo dalla luce della Sua maestà,
ma anche dalla bellezza della Sua mansuetudine.
Il Padre si compiace sia nella supremazia del Figlio
sia nel Suo farsi servo. “Il Padre ama il Figlio,
e gli ha dato ogni cosa in mano” (Giovanni 3:35).
“Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il
mio eletto di cui mi compiaccio” (Isaia 42:1).
Matteo cita questa testimonianza dell’Antico Testamento
relativa alla gioia del Padre e la rapporta con l’unzione
dello Spirito Santo e la mansuetudine del ministero
di Gesù.
“Ecco il mio servitore che ho scelto;
il mio diletto, in cui l’anima mia si è
compiaciuta.
Io metterò lo Spirito mio sopra di lui,
ed egli annuncerà la giustizia alle genti.
Non contenderà, né griderà
e nessuno udrà la sua voce sulle piazze.
Egli non triterà la canna rotta
e non spegnerà il lucignolo fumante”.
(Matteo 12:18-20)
L’anima del Padre gioisce profondamente per la
mansuetudine e la compassione del Figlio servitore.
Quando una canna è piegata e sta per rompersi,
il Servo la sostiene teneramente, finché non
torna sana. Quando un lucignolo sta per spegnersi e
non emana quasi più calore, il Servo non l’estingue;
al contrario, lo protegge con le mani e vi soffia delicatamente
sopra, finché non si riaccende. Così,
il Padre esclama: “Ecco il Mio diletto, in cui
l’anima Mia si è compiaciuta!”.
La gloria e la bellezza del Figlio non derivano dalla
sola maestà o dalla sola mansuetudine, bensì
dal modo in cui esse agiscono in perfetta armonia. Quando,
in Apocalisse 5:2, l’angelo grida: “Chi
è degno di aprire il libro e di sciogliere i
sigilli?”, la risposta è: “Non piangere;
ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente
di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette
sigilli” (5:5). Dio ama la forza del Leone di
Giuda, per la quale lo ritiene degno di aprire i libri
della storia e svelare ciò che accadrà
negli ultimi giorni. Ma il quadro non è completo.
In che modo il Leone ha vinto? Il versetto successivo
descrive la sua apparizione: “Poi vidi, in mezzo
al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo
agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere
stato immolato”. Gesù è degno di
essere la delizia del Padre, non solo perché
è il Leone di Giuda, ma anche perché è
l’Agnello immolato.
Uno dei sermoni di Jonathan Edwards, che Dio usò
per far divampare il Grande Risveglio nel New England
nel 1734-1735, era intitolato “L’eccellenza
di Cristo”. In esso Edwards spiega la gloria del
Figlio di Dio descrivendo “l’unione ammirabile
delle molteplici eccellenze di Cristo”. Basandosi
sul testo di Apocalisse 5:5-6, Edwards illustra l’insieme
di queste “molteplici eccellenze” racchiuse
nel Leone-Agnello, dimostrando come la gloria di Cristo
sia la perfetta combinazione di tutti quegli attributi
che, di solito, sono assolutamente incompatibili in
una stessa persona.
In Gesù Cristo, egli dice, s’incontrano
infinita elevatezza e infinita condiscendenza; infinita
giustizia e infinita grazia; gloria eccelsa e grandissima
umiltà; suprema maestà e assoluta mansuetudine;
profonda riverenza verso Dio e perfetta uguaglianza
a Dio; merito di ogni bene, ma prontezza a soffrire
il male con infinita pazienza; grande spirito di ubbidienza
e dominio supremo sul cielo e sulla terra; assoluta
sovranità e perfetta sottomissione; piena autosufficienza
e completo affidamento a Dio.4
AMATO COME FELICE COAUTORE DEL CREATO
Sebbene l’umiltà e la mansuetudine si
siano manifestate con l’incarnazione, facevano
già parte del carattere del Figlio fin dall’eternità.
Egli, infatti, non dovette convertirsi, per sottomettersi
alla volontà del Padre di farLo morire per i
peccatori. Ecco perché l’amore del Padre
per il Figlio risale a prima della creazione. “Padre…
mi hai amato prima della fondazione del mondo”
(Giovanni 17:24). Non c’è mai stato un
momento in cui al Padre sia stato negato il piacere
di gioire nella gloria del Figlio.
Dio amò e gioì nel Figlio anche nell’atto
stesso della creazione dell’universo. In tale
atto Egli gioì nel Figlio perché questi
era la Sua stessa Parola di Sapienza e la Sua stessa
Potenza creatrice. “Nel principio era la Parola,
la parola era con Dio, e la parola era Dio. Essa era
nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta
per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose
fatte è stata fatta” (Giovanni 1:1-3).
Il Figlio era la Sapienza di Dio che, insieme a Dio,
creava tutto ciò che non è Dio. E, com’è
scritto in Proverbi, “un figlio saggio rallegra
suo padre” (Proverbi 10:1; 15:20). Dio gioì
nella sapienza creatrice del Figlio.
I Proverbi sono ancora più specifici riguardo
alla Sapienza di Dio. Il cap. 8 personifica la Sapienza
all’inizio della creazione come un Artefice che
rallegra il cuore di Dio. “Quand’egli [Dio]
disponeva i cieli io [Sapienza] ero là …
presso di lui come un artefice; ero sempre esuberante
di gioia giorno dopo giorno, mi rallegravo in ogni tempo
in sua presenza” (Proverbi 8:27, 30).5 Il Figlio
di Dio era il diletto del Padre mentre gioiva con il
Padre nell’opera meravigliosa della creazione
di milioni di mondi.
Mi chiedo se vi fosse una pur vaga somiglianza di questa
complicità creativa tra Padre e Figlio, quando
Giuseppe e Gesù lavoravano insieme nella bottega
da falegname a Nazareth. M’immagino Gesù,
a circa quindici anni, che canticchia mentre lavora.
La tavola viene tagliata con colpi maestri, incisa con
tre piccoli montanti sporgenti nei posti designati e
poi fissata perfettamente sull’asse di congiunzione
per farne una solida panca. Gesù sorride, mentre
batte il legno con piacere. Per tutto il tempo, Giuseppe
resta in piedi sulla porta e osserva le mani del figlio.
Vi vede riflessa l’immagine della propria maestria
e della propria vita. La capacità del figlio
è la prova della capacità del padre. Il
canticchiare del figlio è la consapevolezza della
gioia del padre. E quando mettono insieme le loro forze
per sollevare un tavolo finito e pronto per la sinagoga,
i loro occhi s’incontrano in un lampo di gioia,
che significa: “Sei un tesoro per me, e io ti
amo con tutto il mio cuore”.
Io ho quattro figli e, pur non avendo mai sentito nessuno
di loro predicare, li ho visti prendere buoni voti a
scuola, riuscire bene negli sport all’università,
imparare a memoria brani della Scrittura e distruggere
draghi con spade di plastica. E quando vedo le loro
abilità, penso a tutte le ore trascorse insieme
giocando, pregando, pensando, e combattendo (i draghi!)
nel corso degli anni. Il mio cuore si riempie di meraviglia,
perché mi rendo conto che anch’io, attraverso
i miei figli, continuo a creare. E quando li vedo felici
di ciò che abbiamo creato, o quando mi sorridono
in privato o in pubblico, provo un piacere che non ha
pari al mondo.
Forse, in tutto questo ci è concesso di sentire
una debole eco del grido di gioia che il Padre emise
quando, insieme al Figlio, creò l’universo
dal nulla. Immaginate lo sguardo che si scambiarono
quando, al loro comando, sorsero improvvisamente migliaia
e migliaia di galassie!
UN’INFINITA INTIMITÀ
Nessun’altra relazione è altrettanto intima.
Essa è semplicemente unica. Il Figlio è
assolutamente unico nell’affetto del Padre. Egli
è “l’unigenito” (Giovanni 1:14,
18; 3:16, 18; 1 Giovanni 4:9). Un conto è il
“Figlio” che il Padre ha per generazione
eterna, un altro conto sono i “figli” che
ha per adozione. “Ma quando giunse la pienezza
del tempo, Dio mandò suo Figlio… per riscattare
quelli che erano sotto la legge, affinché noi
ricevessimo l’adozione” (Galati 4:4-5).
Solo “ricevendo” Gesù come il Figlio,
noi riceviamo il diritto di diventare “figli di
Dio” (Giovanni 1:12). Spesso Gesù chiamò
Dio “mio Padre” o “il Padre”,
ma mai “nostro Padre”, tranne una volta,
quando insegnò ai discepoli in che modo loro
dovevano pregare (Matteo 6:9). Una volta usò
l’espressione: “Padre mio e Padre vostro…
Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17), proprio
perché la relazione tra Dio Padre e il Suo eterno
Figlio è assolutamente unica.
La loro intimità e comunione sono incomparabili.
“Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e
nessuno conosce il Padre, se non il Figlio” (Matteo
11:27). “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito
di Dio, che è nel seno del Padre, è quello
che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18).
Gesù parlò di Suo Padre con una tenerezza
e un’intimità tali che i Suoi nemici cercarono
di ucciderLo, “perché… chiamava Dio
suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Giovanni 5:18).
Questa intimità è tale che il Padre aprì
tutto il Suo cuore al Figlio: “Il Padre ama il
Figlio, e gli mostra tutto quello che egli fa”
(Giovanni 5:20). Egli non negò alcuna benedizione
al Figlio, ma Gli diede lo Spirito senza misura. “Perché
colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio
infatti non dà lo Spirito con misura. Il Padre
ama il Figlio e gli ha dato ogni cosa in mano”
(Giovanni 3:34-35). Mentre il Figlio esegue il piano
di redenzione stabilito dal Padre, il cuore del Padre
sovrabbonda di intense espressioni d’amore per
il Figlio. “Per questo mi ama il Padre; perché
io depongo la mia vita” (Giovanni 10:17). Questa
traboccante stima che il Padre ha per il Figlio si riversa
su tutti coloro che servono il Figlio: “Se uno
mi serve”, dice Gesù, “il Padre l’onorerà”
(Giovanni 12:26). Così, il Padre cerca con ogni
mezzo di manifestare l’infinito diletto che ha
per il Suo amato Figlio. Ma è anche vero l’inverso:
“Di quale peggior castigo, a vostro parere, sarà
giudicato degno colui che avrà calpestato il
Figlio di Dio…?” (Ebrei 10:29).
Nessun angelo in cielo ha mai ricevuto un onore e un
affetto simili a quelli che il Figlio ha ricevuto da
Suo Padre fin dall’eternità. Anche se grandi
e magnifici, gli angeli non sono pari al Figlio. “Infatti,
a quale degli angeli ha mai detto: «Tu sei mio
Figlio, oggi io t’ho generato»? E anche:
«Io gli sarò Padre ed egli mi sarà
Figlio»?” (Ebrei 1:5). “E a quale
degli angeli disse mai: «Siedi alla mia destra
finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello
dei tuoi piedi»?” (Ebrei 1:13). Il punto
è chiaro. Il Figlio di Dio non è un angelo
– nemmeno il più grande degli arcangeli.
Anzi, Dio comanda: “Tutti gli angeli di Dio lo
adorino!” (Ebrei 1:6). Il Figlio di Dio è
degno di tutta l’adorazione che le schiere celesti
possono offrirGli – per non parlare della nostra
adorazione. Neppure Dio sarà escluso dalla celebrazione
del Figlio. Egli è entusiasta della grandezza,
della bontà e del trionfo del Figlio. Per questo
Gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni
altro nome (Filippesi 2:9), Lo ha coronato di onore
(Ebrei 2:9) e Lo glorifica alla propria presenza con
la gloria che aveva prima che il mondo fosse creato
(Giovanni 17:5).
UN INCONCEPIBILE FERVORE
Non potremo mai esagerare la grandezza dell’affetto
paterno che Dio ha per il Suo unico Figlio. Possiamo
vedere quest’affetto infinito dietro il ragionamento
di Romani 8:32. “Colui che non ha risparmiato
il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non
ci donerà forse anche tutte le cose con lui?”.
Il punto essenziale di questo prezioso versetto è
il seguente: se, per amor nostro, Dio è stato
disposto a compiere la cosa più difficile in
assoluto (cioè, abbandonare il proprio diletto
Figlio alla miseria e alla morte), allora ciò
che sembra così difficile (dare ai credenti tutte
le benedizioni che il cielo può contenere) sicuramente
non sarà troppo difficile per Dio. La chiave
di questo versetto è l’immensità
dell’affetto che il Padre ha per il Figlio. Paolo
parte dalla premessa che “non risparmiare”
il proprio Figlio fu la cosa più difficile che
Dio abbia potuto compiere,6 proprio perché, come
egli afferma in Colossesi 1:13, Gesù è
“il suo amato Figlio”.
Se c’è mai stata una passione d’amore
nel cuore di Dio, è la passione per Suo Figlio.
A.W. Tozer ebbe a scrivere: “Dio non cambia mai
umore, non si raffredda nei Suoi affetti e non perde
mai il Suo entusiasmo”.7 E questo è sicuramente
vero per l’entusiasmo che Egli prova nei riguardi
di Suo Figlio. Tale entusiasmo non cambierà e
non si raffredderà mai. Brucia con inconcepibile
zelo e fervore. Perciò, sono pienamente d’accordo
con Jonathan Edwards: “L’infinita felicità
del Padre consiste nel diletto che prova nel Figlio”.8
Così, quando si parla dell’amore che Dio
ha per Suo Figlio, non s’intende un amore basato
sulla rinuncia a sé stessi, un amore di sacrificio
e misericordia. S’intende, invece, un amore basato
sul diletto e sulla gioia. Nell’amare Suo Figlio,
Dio non si abbassa a concedere la Sua misericordia a
qualcuno che non la merita. Questo è il modo
in cui Dio ama noi, ma non è così che
ama Suo Figlio. Egli si compiace nel Figlio. La Sua
anima si rallegra in Lui! Quando guarda Suo Figlio,
Dio gioisce, ammira, apprezza, stima e prende piacere
in ciò che vede. La prima grande gioia di Dio
è proprio la gioia che Egli ha nel Figlio.
LA PIENEZZA DELLA DEITÀ ABITA IN UN CORPO
Per evitare un pericoloso errore riguardo all’amore
di Dio per Suo Figlio, è necessario considerare
come anche il Figlio di Dio possieda la pienezza della
Deità. Una persona può anche essere d’accordo
con l’affermazione che Dio si diletta nel Figlio,
ma può poi sbagliare nel pensare che il Figlio
sia soltanto un uomo straordinariamente santo che il
Padre ha adottato come figlio, perché si compiaceva
in lui. Fin dall’inizio del II secolo, la chiesa
cristiana ha distinto la vera fede biblica da questo
tipo di pensiero, chiamato “adozionismo”.9
Sull’argomento, Colossesi 2:9 ci dà una
visione molto specifica. “In lui [Cristo] abita
corporalmente tutta la pienezza della Deità”.
Il Figlio di Dio non è semplicemente un uomo
santo e fedele: Egli possiede la pienezza della Deità.
Dio non cercava un uomo retto con cui condividere la
propria natura divina e in cui riporre la propria Deità.
Piuttosto, “la Parola è diventata carne”
(Giovanni 1:14). Dio scelse una donna umile e fedele
e, per mezzo di un concepimento immacolato, congiunse
la pienezza della propria Deità con un bimbo
generato da Lui. “Maria disse all’angelo:
«Come avverrà questo, dal momento che non
conosco uomo?». L’angelo le rispose: «Lo
Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo
ti coprirà dell’ombra sua; perciò,
anche colui che nascerà sarà chiamato
Santo, Figlio di Dio»” (Luca 1:34-35). Dio
non prese un uomo santo nel quale infondere la propria
Deità. Rivestì, invece, con pienezza di
Deità una natura umana generata nel grembo di
una vergine: Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio,
il Dio-Uomo, nel quale “abita corporalmente tutta
la pienezza della Deità”.
Per questo motivo, gli amici e i nemici di Gesù
erano continuamente sbalorditi da ciò che Egli
diceva e faceva. Così, ad esempio, mentre camminava
lungo la strada come una persona qualsiasi, Gesù
poteva però voltarsi e dire: “Prima che
Abraamo fosse, io sono”, o: “Chi ha visto
me, ha visto il Padre”. O ancora, dopo essere
stato accusato di bestemmia, Egli era in grado di affermare:
“Il Figlio dell’Uomo ha autorità
sulla terra di rimettere i peccati”. Ai morti
ordinava: “Esci fuori!” oppure “Àlzati!”,
ed essi Gli ubbidivano. Alla tempesta sul mare poteva
dire: “Càlmati!”. E quando disse
a un pezzo di pane: “Diventa mille pasti”,
il pane si moltiplicò. Allo stesso modo, quando
il sommo sacerdote Gli chiese se era il Figlio di Dio,
Egli affermò: “Tu l’hai detto; anzi
vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell'uomo
seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole
del cielo”. Nessuno parlò mai come Lui.
Nessuno visse e amò come Lui. In quest’uomo,
Dio stesso aveva fatto risiedere corporalmente tutta
la pienezza della Deità.
E Dio lo fece con tutto il cuore. Fu Suo volere rendere
la Parola carne, come recita Colossesi 1:19: “Poiché
al Padre piacque di far abitare in lui [Cristo] tutta
la pienezza (della Deità)”.10 In altre
parole, piacque a Dio di far risiedere tutta la propria
natura in Cristo.11 Abbiamo visto che Dio amava Suo
Figlio “prima della fondazione del mondo”
(Giovanni 17:24) e L’amò anche dopo l’Incarnazione
(Giovanni 10:17). Ora, vediamo che quando Dio Padre
e Dio Figlio cooperarono per unire Deità e umanità
in Gesù, il Padre ne esultò. Egli gioì
nel vedere la prontezza del Figlio a dare Sé
stesso per redimere il mondo. Per questo motivo, Paolo
dice: “Poiché al Padre [Dio] piacque di
far abitare in lui [Cristo] tutta la pienezza della
Deità”.
GENERATO NON CREATO
Dobbiamo ora affrettarci a fare un ulteriore passo
in avanti, per evitare malintesi e ampliare l’orizzonte
della gloria del godimento che Dio prova nel Figlio.
La pienezza della Deità che ora abita corporalmente
in Gesù (Colossesi 2:9), esisteva già
in forma personale prima che il Dio-Uomo, Gesù
Cristo, nascesse sulla terra. Questa verità ci
conduce ancora di più all’essenza della
felicità del Dio trino. Il Figlio, in cui Dio
si compiace, è l’immagine e lo splendore
eterno di Dio, e quindi è Egli stesso Dio.
In Colossesi 1:15-16, Paolo afferma: “Egli [Cristo]
è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito
di ogni creatura; poiché in lui sono state create
tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra”.
Dal punto di vista storico, questo testo è stato
oggetto di molte controversie. E tuttora vi sono sètte,
come quella dei Testimoni di Geova, che vi attribuiscono
un significato opposto a quello accordato dall’ortodossia
cristiana nel corso della storia. Questo testo, infatti,
fu usato persino da Ario. Nato in Libia intorno al 256
d.C., Ario fu uno dei più famosi eretici nella
storia della chiesa . Istruito da un certo Luciano d’Antiochia,
divenne una figura preminente fra gli anziani della
chiesa di Alessandria d’Egitto. Fu descritto come
“un uomo alto, magro, con la fronte accigliata,
dai modi austeri, con una considerevole cultura, dotato
di eloquio calmo e seducente, ma con una disposizione
al litigio”.12
La cosiddetta “controversia ariana” ebbe
inizio intorno al 318 d.C. ad Alessandria, quando Ario
cominciò a insegnare che il Figlio di Dio non
era della stessa essenza del Padre, e che, lungi dall’essere
eterno, era stato creato dal Padre. Quest’affermazione
lo pose in conflitto con il vescovo Alessandro, che
invece sosteneva l’eterna Deità di Cristo.
Socrate, uno storico della chiesa che visse a Costantinopoli
tra il 380 e il 439 d.C., racconta così come
prese il via questa controversia:
Un giorno, Alessandro [vescovo di Alessandria], in
presenza dei presbìteri e del resto del clero,
cercò di esporre un discorso troppo ambizioso
riguardo alla Santa Trinità. Ario, uno dei presbìteri
sotto la sua giurisdizione, uomo di grande acume logico,
ritenne che il vescovo stesse introducendo la dottrina
di Sabellio il Libico [che accentuava il monoteismo
ebraico fino a rinnegare la Trinità]. Così,
per amore di controversia, propose una veduta diametralmente
opposta a quella del Libico, dichiarando con veemenza:
“Se fu il Padre a generare il Figlio, Colui che
fu generato ebbe un inizio; quindi, ci fu un tempo in
cui il Figlio non esisteva. Ne consegue che la Sua essenza
deriva dalla non-esistenza”.13
È facile capire come Colossesi 1:15 possa essere
utilizzato per sostenere la tesi di Ario. Paolo afferma
che Cristo è “il primogenito di ogni creatura”;
da quest’affermazione si potrebbe facilmente desumere
che Cristo sia una creatura, benché la prima
e la più eccelsa di tutte. Egli, quindi, avrebbe
avuto un inizio e ci sarebbe stato un tempo in cui non
esisteva. Lungi dall’essere come quella di Dio,
la Sua essenza sarebbe stata creata dal nulla, come
tutto il resto della creazione. È questo, infatti,
ciò che credeva Ario.14
Nei sette anni successivi a questa prima disputa (318
d.C.), la controversia si estese in tutto l’Impero,
al punto che l’imperatore Costantino fu costretto
a intervenire per salvaguardare l’unità
della chiesa. Nel 325, convocò un grande concilio
per affrontare queste importanti questioni, scegliendo
come sede la città di Nicea, “a causa dell’eccellente
temperatura dell’aria, e affinché io possa
essere presente come spettatore e partecipare alle cose
che saranno fatte”.15 Il Concilio produsse un
credo che non lasciò dubbio alcuno sulla natura
eretica delle idee di Ario. Il credo si conosce e si
recita ancora oggi, ed è denominato: “Credo
niceno”. Dalla citazione che segue, sarà
chiaro a ogni lettore quali parti del credo siano intese
a distinguere l’ortodossia dall’arianesimo:
“Crediamo in un solo Dio Padre Onnipotente, creatore
di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo
Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato,
unigenito dal Padre, cioè della sostanza del
Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero,
generato non creato, della stessa sostanza del Padre,
mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia
quelle che sono in cielo, sia quelle che sono sulla
terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli
discese dal cielo, si è incarnato, si è
fatto uomo, sofferse e risorse il terzo giorno, salì
nei cieli, tornerà per giudicare i vivi e i morti.
Crediamo nello Spirito santo. Ma quelli che dicono:
“Vi fu un tempo in cui egli non esisteva”
e: “prima che nascesse non era” e che “non
nacque da ciò che esisteva”, o che sia
“di un’altra sostanza o essenza, o che affermano
che il Figlio di Dio “possa cambiare” o
“mutare”, questi la Chiesa Cattolica e Apostolica
li condanna”.16
In tutto il corso della storia, questa è rimasta
l’interpretazione ortodossa dei contenuti scritturali.
Personalmente, sento di doverla difendere, perché,
se l’arianesimo o i Testimoni di Geova avessero
ragione, allora il diletto che Dio prova per Suo Figlio
avrebbe un carattere completamente diverso da quello
da me compreso. Lo stesso fondamento su cui poggia questo
libro, verrebbe meno. Dalla felicità infinita
ed eterna del Dio trino, infatti, dipende tutto. Tale
felicità è la fonte dell’assoluta
autosufficienza di Dio, fonte da cui scaturisce ogni
vero atto di libera grazia da Lui compiuto nell’intera
storia della redenzione.
Qual è, allora, il senso di quanto Paolo afferma
in Colossesi 1:15: “Egli [Cristo] è l’immagine
del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura”?
Che cosa significa primogenito? E il complemento “di
ogni creatura” non significa forse che Cristo
è parte del creato?
Prima di tutto, dobbiamo capire che il complemento “di
ogni creatura” non significa necessariamente che
Cristo sia una creatura. Se dicessi: “Dio è
il sovrano di ogni creatura”, nessuno penserebbe
che io intenda dire che Dio è parte della creazione.
Intendo, piuttosto, affermare che Egli ha il dominio
“su ogni creatura”. Il versetto che segue
(Colossesi 1:16) ci mostra che Paolo intendeva dire
proprio qualcosa del genere. Egli afferma: “Egli
[Cristo] è l’immagine dell’invisibile
Dio, il primogenito di ogni creatura; poiché
in lui sono state create tutte le cose”. In altre
parole, il motivo per cui Paolo chiama Cristo il primogenito
“di ogni creatura” è perché
“in lui sono state create tutte le cose”.
Non perché Cristo sarebbe stato la prima e più
eccelsa delle creature, ma perché ogni cosa creata
è stata creata da Lui. Da ciò si comprende
che “primogenito di ogni creatura” non significa
“primogenito tra tutte le cose create”,
bensì “primogenito su tutte le cose create”.
In secondo luogo, si deve tener presente che, sebbene
il termine “primogenito” (prôtotokos)
possa avere un significato strettamente biologico (“Ed
ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò…”
- Luca 2:7), può anche avere un significato di
dignità, di precedenza.17 Per esempio, nel Salmo
89:27, Dio parla così di Colui che in futuro
siederà sul trono di Davide: “Io inoltre
lo costituirò mio primogenito, il più
eccelso dei re della terra”. Ciò che s’intende
dire, qui, è che questo re avrà preminenza,
onore e dignità sopra tutti i re della terra.
Simile è il senso di Esodo 4:22, dove Israele
viene chiamato “il mio [di Dio] primogenito”,
e di Ebrei 12:23, dove tutti i credenti sono chiamati
“i primogeniti che sono scritti nei cieli”.
Quindi, ci sono almeno quattro ragioni che dimostrano
che Ario, a quel tempo, e i Testimoni di Geova, oggi,
sbagliano nell’affermare che Colossesi 1:15 insegni
che Cristo è parte del creato di Dio. Primo,
perché il termine “primogenito” può
voler dire “una persona superiore”, “con
maggiore dignità”, “prima nel tempo
e di rango”, e non necessariamente che Gesù
venne alla luce come parte della creazione.18 Secondo,
il versetto 16 (come abbiamo già visto) indica
chiaramente che Cristo fu il Creatore di tutte le cose
e non parte stessa della creazione (“poiché
in lui sono state create tutte le cose”). Terzo,
come fece notare Crisostomo (347-407 d.C.), Paolo evita
l’uso della parola che avrebbe chiaramente indicato
Cristo come prima cosa creata (protoktistos),19 scegliendo
piuttosto di usare una parola che suggeriva la relazione
genitore-figlio e non quella Creatore-creazione (primogenito,
prôtotokos).
E questo ci porta alla quarta ragione per cui rigettare
l’interpretazione data da Ario a Colossesi 1:15.
Usando il termine “primogenito”, Paolo si
colloca in una straordinaria armonia con l’apostolo
Giovanni, il quale chiama Cristo “l’unigenito
Figlio [di Dio]” (Giovanni 1:14, 18; 3:16, 18;
1 Giovanni 4:9) e insegna chiaramente che ciò
non Lo rende creatura, ma piuttosto Lo rende Dio: “Nel
principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la
Parola era Dio” (Giovanni 1:1).20 C.S. Lewis dimostra
perché l’uso del termine “unigenito”
(e noi potremmo aggiungere il termine di Paolo: “primogenito”)
implica la Deità di Cristo e non il fatto che
Egli fosse una creatura.
Quando generate, generate qualcosa di simile a voi stessi.
Un uomo genera bambini umani, un castoro genera piccoli
castori, e un uccello genera uova che si trasformano
in uccellini. Ma quando create, fate qualcosa di diverso
da voi stessi. Un uccello fa il nido, un castoro costruisce
una diga, e un uomo un apparecchio senza fili –
oppure può fare qualcosa di più simile
a sé rispetto a un apparecchio senza fili: diciamo,
una statua. Se è un incisore abbastanza bravo,
farà una statua che assomiglia il più
possibile a un uomo. Ma, naturalmente, essa non è
un uomo vero; sembra soltanto un uomo. Non può
respirare e neppure pensare. Non è viva.21
Per queste ragioni, quindi, mi schiero volentieri dalla
parte della grande tradizione dell’ortodossia
cristiana e non con l’antico o moderno arianesimo.
Cristo è l’immagine dell’invisibile
Dio, il primogenito su tutta la creazione. “Egli,
che è splendore della sua [di Dio] gloria e impronta
della sua essenza” (Ebrei 1:3). “Il quale
[Cristo] pur essendo in forma di Dio, non considerò
l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi
gelosamente” (Filippesi 2:6). “Nel principio
era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola
era Dio” (Giovanni 1:1).
Così, il Figlio in cui il Padre si compiace,
è l’immagine di Dio e lo splendore della
gloria di Dio. Egli porta l’impronta dell’essenza
di Dio ed è la forma di Dio. Egli è uguale
a Dio e, come afferma Giovanni, è Dio.
Per tutta l’eternità, prima della creazione,
l’unica realtà che sia mai esistita è
Dio. Questo è un grande mistero, perché
ci è veramente difficile pensare a Dio come a
Colui che non possiede un inizio e che esiste di eternità
in eternità, senza che niente o nessuno L’abbia
creato, ma soltanto come la Realtà assoluta che
ognuno di noi, volente o nolente, deve riconoscere.
Ma questo Dio eterno non è mai stato “da
solo”. Non è mai stato un centro solitario
di coscienza. C’è sempre stato un altro,
che è stato uno con Dio nell’essenza e
nella gloria, ma al tempo stesso distinto nella persona,
così che entrambi hanno avuto una relazione personale
l’uno con l’altro per tutta l’eternità.
La Bibbia c‘insegna che questo Dio eterno ha sempre
avuto una perfetta immagine di Sé (Colossesi
1:15), un perfetto splendore della propria essenza (Ebrei
1:3), un’impronta o marchio perfetto della propria
natura (Ebrei 1:3), una perfetta forma o espressione
della propria gloria (Filippesi 2:6).
Qui ci troviamo sulla soglia dell’ineffabile,
ma forse possiamo osare questa affermazione: da quando
Dio è stato Dio (eternamente), è stato
cosciente di Sé; e l’immagine che Dio ha
di Sé stesso è così perfetta, completa
e piena, da essere la riproduzione (o procreazione)
vivente e personale di Sé. E quest’immagine
vivente e personale, questo splendore o questa forma
di Dio è Dio, e cioè Dio Figlio. Perciò,
Dio Figlio è coeterno con Dio Padre e uguale
a Lui nell’essenza e nella gloria.22
IL PIACERE DI DIO NELL’ESSERE DIO
Possiamo concludere, allora, che questo piacere di
Dio in Suo Figlio è un piacere in Sé stesso.
Infatti, il Figlio è l’immagine, lo splendore,
la forma stessa di Dio, è pari a Dio; perciò,
è Dio stesso. Per tutto ciò, allora, il
diletto di Dio nel Figlio è, in realtà,
godimento di Sé stesso. La gioia originale e
primaria, la gioia più profonda e fondamentale
di Dio, è dunque la Sua gioia nelle proprie perfezioni,
che vede riflesse nella gloria di Suo Figlio. Paolo
parla della “gloria di Dio che rifulge nel volto
di Gesù Cristo” (2 Corinzi 4:6). Fin dall’eternità
Dio aveva visto la bellezza delle proprie perfezioni
nel volto di Suo Figlio. Tutto ciò che Egli è,
dunque, lo vede riflesso pienamente e perfettamente
nell’espressione di Suo Figlio. E in questo Egli
si rallegra con una gioia infinita.
A prima vista, tutto questo sembrerebbe vanità.
E così sarebbe, per noi esseri umani, se trovassimo
la nostra gioia più profonda nel contemplarci
allo specchio. Saremmo vuoti, vanitosi, compiaciuti
ed egoisti, se fossimo come Dio a questo riguardo. Ma
perché? Non ci è forse detto d’imitare
Dio (Matteo 5:48; Efesini 5:1)? Sì, in alcuni
aspetti, ma non in tutti. Fu proprio questo il primo
inganno di Satana nel giardino dell’Eden: egli
tentò Adamo ed Eva, spronandoli a essere come
Dio, ma in un modo che Dio non aveva mai inteso per
loro – cioè, essere indipendenti. Soltanto
Dio può esserlo. Noi tutti dovremmo, invece,
essere Dio-dipendenti. Allo stesso modo, noi siamo stati
creati per qualcosa d’infinitamente migliore,
maggiore, più nobile e più profondo della
nostra autocontemplazione: siamo stati creati per contemplare
e godere Dio! Qualsiasi cosa inferiore a questa sarebbe
idolatria verso di Lui e disinganno per noi. Dio è
il più glorioso di tutti gli esseri. Non amarLo
e non dilettarsi in Lui è una grande perdita
per noi e un insulto a Lui.
Ma la stessa cosa è vera per Dio. In che modo
Dio non insulterà ciò che è infinitamente
bello e glorioso? In che modo Dio non commetterà
idolatria? C’è una sola possibile risposta:
Dio deve amare e trovare gioia nella propria bellezza
e perfezione sopra ogni altra cosa.21 Per noi, farlo
di fronte a uno specchio è l’essenza stessa
della vanità; per Dio, farlo di fronte a Suo
Figlio è l’essenza della giustizia.
Non è forse l’essenza della giustizia dare
altissimo valore a ciò che è Infinitamente
prezioso, con tutte le azioni giuste che ne conseguono?
E non è forse il contrario della giustizia riporre
le nostre più alte affezioni su cose di poco
o nessun valore, con tutte le azioni ingiuste che ne
derivano ? Quindi, la giustizia di Dio è l’infinito
zelo, la gioia e il piacere che Egli prova in ciò
che è infinitamente prezioso, cioè, la
Sua stessa perfezione e il Suo stesso valore. E se mai
Egli dovesse agire in modo contrario a quest’eterna
passione per le proprie perfezioni, allora sarebbe ingiusto
e idolatra.
Queste non sono congetture sconclusionate. Sono il fondamento
di tutta la speranza cristiana. E ciò diventerà
sempre più evidente specialmente nel capitolo
6; ma ora permettetemi d’indicare il percorso
che seguiremo. In questa giustizia divina e teocentrica
si trova il maggiore ostacolo per la nostra salvezza.
Infatti, come potrebbe un Dio così giusto porre
la propria affezione su peccatori come noi, che hanno
disprezzato le Sue perfezioni? Ma la meraviglia dell’Evangelo
sta nel fatto che, in questa giustizia divina, si trova
anche il fondamento stesso della nostra salvezza! L’infinita
considerazione che il Padre ha per il Figlio permette
a me, perverso peccatore, di essere amato e accettato
a causa del Figlio, perché, nella Sua morte,
Egli rivendicò il valore e la gloria del Padre.
Ora mi è possibile ripetere con una comprensione
nuova la preghiera del salmista: “Per amor del
tuo nome, o Signore, perdona la mia iniquità,
perché essa è grande” (Salmo 25:11).
La nuova comprensione è questa: Gesù ha
espiato il peccato e rivendicato l’onore del Padre
in modo che i nostri peccati siano perdonati “in
virtù del suo nome” (1 Giovanni 2:12).
Ritorneremo spesso su questo fatto nei prossimi capitoli
– su come, cioè, l’infinito piacere
del Padre nelle proprie perfezioni sia la fonte della
nostra gioia eterna. Il fatto che il piacere di Dio
in Suo Figlio non è vanità, è piacere
in Sé stesso. Questo è l’Evangelo.
LA GIOIA INFINITA IN CONTRASTO CON LE CISTERNE
SCREPOLATE
Se Henry Scougal ha ragione – se, cioè,
il valore e l’eccellenza di un’anima si
misurano secondo l’oggetto e l’intensità
del suo amore – allora Dio è il più
eccellente e degno di tutti gli esseri viventi, perché
ha amato Suo Figlio, l’immagine della Sua gloria,
con infinita e perfetta energia fin dall’eternità.
Quanto gloriosi e felici devono essere stati il Padre
e il Figlio e lo Spirito dell’amore che da sempre
scorre fra di loro!24
Restiamo allora pieni di riverente timore davanti a
questo grande Dio! E lasciamo perdere tutti i futili
risentimenti, i fuggevoli piaceri e gli insignificanti
svaghi del materialismo e della “spiritualità”
puramente umana. Lasciamoci inondare dalla gioia che
Dio ha nella gloria di Suo Figlio, splendore e immagine
di Suo Padre. Verrà il giorno in cui lo stesso
diletto che il Padre ha per il Figlio, sarà anche
per noi, e diventerà il nostro stesso piacere.
Che la gioia che Dio prova in Sé stesso –
una gioia infinita ed eterna – possa scorrere
in noi fin d’ora mediante lo Spirito Santo! Questa
è la nostra gloria e la nostra gioia.
È spaventoso pensare che milioni di persone “scambiano
la loro gloria per ciò che non vale nulla”!
“O cieli, stupite di questo;
inorridite e restate attoniti”,
dice il Signore.
“Il mio popolo infatti ha commesso due mali:
ha abbandonato me,
la sorgente d’acqua viva,
e si è scavato delle cisterne,
delle cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua”
(Geremia 2:12-13).
Esiste una sola sorgente di gioia eterna – la
gioia traboccante di Dio in Sé stesso. Una fonte
senza principio e senza fine, senza origine e senza
causa, che si autoalimenta eternamente senza aiuto o
assistenza. Da questa inesauribile fonte di gioia scaturisce
ogni grazia e ogni gioia nell’universo –
e tutte le restanti pagine di questo libro. Chi ha sete,
venga!
|