Cedola Ordini

Scarica la cedola per gli ordini (PDF)

 

 


I piaceri di Dio

Il diletto di Dio nell'essere Dio.
John Piper
Euro 17,00 - pag. 414
(Collana: Vita cristiana/Teologia biblica)



Scarica qui un estratto dal libro (PDF)

I N D I C E
-------------------------------------------------------------------

Prefazione

Introduzione
: com’è nato il libro

1. Il piacere di Dio in Suo figlio
2. Il piacere di Dio in tutto ciò che fa
3. Il piacere di Dio nella Sua creazione
4. Il piacere di Dio nella Sua fama
5. Il piacere di Dio nell’elezione
6. Il piacere di Dio nello stroncare il figlio
7. Il piacere di Dio nel fare del bene a tutti coloro che sperano in Lui
8. Il piacere di Dio nelle preghiere degli uomini retti
9. Il piacere di Dio nell’ubbidienza personale e nella giustizia pubblica
10. Il piacere di Dio nel nascondersi ai sapienti e rivelarsi ai piccoli

Epilogo: Quasi troppo buono per essere vero – un’ultima parola di speranza

Appendice: Ci sono due volontà in Dio? L’elezione divina e il desiderio di Dio che tutti siano salvati

Guida allo studio

Tutte le note

 

 

P R E F A Z I O N E
-------------------------------------------------------------------

Ai miei figli

Karsten Luke Piper
Benjamin John Piper
Abraham Christian Piper
Barnabas William Piper

ALL’INIZIO DEL MILLENNIO

All’inizio del terzo millennio, sono persuaso più che mai che assaporare la supremazia di Dio nei Suoi affetti e nei nostri è estremamente importante per fortificare la chiesa e sopportare le sofferenze necessarie ad adempiere il Grande Mandato di Matteo 28:16. Di tutte le frasi nella prima edizione de I PIACERI DI DIO che hanno dato forma al peso che sento oggi per la chiesa e per il mondo, questa è la più importante: “La grazia è il piacere di Dio nel magnificare il valore di Dio, dando ai peccatori il diritto e la forza di dilettarsi in Dio, senza oscurare la gloria di Dio”. Ciò che afferra la mia attenzione in questa frase è che la grazia mira a magnificare Dio, dando a me la gioia in Lui. La grazia è radicalmente e gioiosamente centrata su Dio.
Dovunque vada, chiedo alla gente: “Vi sentite amati da Dio perché credete di essere importanti per Lui, o perché credete che Egli vi libera e vi fa gioire nel considerarLo importante?”. È questa la differenza fra il mondo moderno, dove tutto termina sull’io, e il mondo biblico, dove tutto termina su Dio. Considerate quest’altro aspetto di quella dichiarazione: poiché Dio solo può soddisfare l’anima in eterno, il fatto che Egli ci liberi per considerarLo importante è la più profonda espressione d’amore – specialmente quando ciò avviene al costo di Suo Figlio. Per sentirsi amati in questo modo, bisogna assaporare Dio come l’Essere più eccellente di tutti. Questo è l’argomento di cui si occupa questo libro.
Nell’introduzione affermo che “la dignità e il valore di una persona si valutano in base alle cose che ama”. Propongo la tesi che, poiché Dio ama al disopra di ogni altra cosa il valore infinito della propria gloria – giacché Egli stesso ama essere Dio al disopra di ogni altra cosa – Egli è dunque l’Essere più eccellente che esista. Ricevere il privilegio e la capacità di conoscere, ammirare e stimare importante questa Persona, con una gioia eternamente crescente, significa sapere che cosa vuol dire essere amati. Questo è il significato della grazia centrata su Dio.
I Piaceri di Dio è un libro sulla buona notizia della gioia di Dio nell’essere Dio. Esso tratta ciò che l’apostolo Paolo chiama “il vangelo della gloria del beato [= gioioso] Dio” (1 Timoteo 1:11); non tratta principalmente di noi, ma di Colui per il quale siamo stati fatti: Dio.
Il capitolo 10 è inedito. È intitolato: “Il piacere di Dio nel nascondersi ai sapienti e rivelarsi ai piccoli”. Perché Gesù si rallegra che il Padre abbia “nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le [abbia] rivelate ai piccoli” (Luca 10:21)? Che cosa ci dice questa gioia di Gesù riguardo a Sé stesso e a Suo Padre? Questo nuovo capitolo stabilisce un fondamento biblico e offre motivazioni per il tipo di lavoro intellettuale, permeato nella preghiera e centrato su Dio, necessario per scrivere e leggere un libro come questo. Ha implicazioni per ogni livello dell’educazione cristiana, dalla culla all’università. Dio ci chiama davvero a questo modo rigoroso di pensare, o si tratta di un modo di pensare pericoloso e di dubbio valore? Dovremmo allontanarci dal cercare intendimento con sforzi determinati all’insegna de “la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica” (1 Corinzi 8:1)? O dovremmo, invece, perseguirlo con passione sotto la bandiera: “Non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare, siate uomini compiuti” (1 Corinzi 14:20)? Vedremo quale sarà il posto giusto dell’apprendimento, all’ombra del posto giusto di Dio.
In questa edizione, la sezione sulle missioni nel capitolo 4, “Il piacere di Dio nella Sua fama”, è materiale nuovo, basato sui notevoli cambiamenti che si stanno attuando a livello mondiale, mentre Dio si diletta nel dichiarare la propria gloria in tutto il mondo.
La nuova Appendice: “Ci sono due volontà in Dio? L’elezione divina e il desiderio di Dio che tutti siano salvati”, è il risultato del peso che sento (e che tratto nel capitolo 5) riguardo alla dottrina dell’elezione. Poche cose sono più stupende e più soggette a controversia della frase: “Il piacere di Dio nell’elezione”. La domanda che i credenti biblici pongono più di frequente è come si possa armonizzare la dottrina dell’elezione incondizionata con quei testi che dichiarano che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1 Timoteo 2:4) e non vuole “che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2 Pietro 3:9). La nuova Appendice è un tentativo di onorare quei brani della Scrittura che sembrano trovarsi su entrambi i lati della questione.
La ragione per omettere la vecchia Appendice: “Lettera a un amico riguardo alla cosiddetta «Signoria della Salvezza»”, è semplice: il soggetto è stato ampliato nel libro Grazia futura (Future Grace, Multnomah Press, 1995). Ho scritto quel libro con lo scopo di dimostrare che la fede giustificante è sempre una fede che santifica. Non c’è salvezza in cui Gesù non sia confessato come Signore e la fede non diriga il “nuovo” cuore a una nuova ubbidienza. Sviluppo in parte questo pensiero qui, nel capitolo 9: “Il piacere di Dio nell’ubbidienza personale e nella giustizia pubblica”, ma Grazia futura lo tratta pienamente.
Quando insegnai il materiale di questo libro ai membri della mia chiesa, avevo preparato anche una “Guida allo studio”. Quella Guida è ora inclusa in questa edizione.
Come sempre, anno dopo anno, mia moglie Noël ha lavorato con me nel far nascere anche questo libro. Già aveva letto e riletto ogni pagina della prima edizione, non appena arrivavano le bozze dal tipografo. Lo stesso è accaduto per quanto riguarda la nuova edizione. Grazie, Noël, per tutte le passeggiate di prima mattina lungo l’Atlanta Street durante la prima “gravidanza” di questo libro! E grazie per avermi affiancato e sostenuto nel processo di revisione. Ti amo, e ripeto che i seguenti versi sono veri oggi tanto quanto lo erano quando li scrissi in occasione del nostro ventesimo anniversario di matrimonio:

Anche se l’albero di fico non fiorisse,
E tutti i tralci del nostro piccolo terreno
Fossero infruttuosi, e l’ulivo scarno,
Le pecore indebolite e i vitelli gracili,
Ci rallegreremo in Dio, amore mio,
E il nostro piacere verrà dall’Alto:Il Signore, nostro Dio, sarà la nostra forza
E ci darà vita su questa terra,
Lunga o corta che sia, come a Lui piace.
Egli ci darà piedi come cervi sui monti
Per salire sicuri, come moglie e marito,
Sullo stretto sentiero
Che sale ripido e conduce alla vita.

Infine, una parola ai miei figli. Questo libro è dedicato a voi, Karsten, Benjamin, Abraham e Barnabas. Le cose sono cambiate dal 1991. Karsten, tu sei il più grande e mi hai fatto diventare nonno. Barnabas, tu sei il più giovane ma ora sei il più alto. Abraham, tu pizzicavi il banjo con Glen, e ora scrivi le tue canzoni e costruisci i tuoi strumenti. Benjamin, volevi smettere di studiare al liceo, ma hai perseverato, e ora lasci l’università (per un semestre) per dimostrare l’amore di Dio alle vittime di un terremoto. E tutti voi ora avete una sorella, Talitha Ruth, uno straordinario dono di Dio alla nostra famiglia.
Però, il mio proposito per tutti voi non è cambiato. Se c’è un’eredità che voglio lasciarvi, non è denaro, casa, o terreno; è una visione di Dio – di un Dio grande e glorioso come nessuno potrebbe mai immaginare. In più, voglio lasciarvi in eredità la passione per questo Dio. Una passione che va al di là di quello che la mente umana può produrre. Una passione per Dio che scaturisce dal cuore stesso di Dio. Non dimenticate mai che Dio è maggiormente glorificato in voi quando voi siete maggiormente soddisfatti in Lui! Ma, ancora di più, questa è la mia preghiera per voi: che, piacendo a Dio, la vostra soddisfazione in Lui possa essere senza misura, allorché essa stessa diventa il piacere di Dio in Dio.

 

 

C A P I T O L O   1
-------------------------------------------------------------------

Il piacere di Dio in Suo Figlio

“Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto.”
MATTEO 17:5


ENTRARE NELLA GIOIA DI DIO

C’è una bellissima frase in 1 Timoteo 1:11, che però giace sepolta sotto la coltre delle fin troppo familiari “espressioni bibliche”. Prima di scoprirla, la si legge così: “Il vangelo della gloria del beato Dio”.1 Ma dopo averla analizzata più attentamente, la si comprende in questo modo: “La buona notizia della gloria del Dio felice”.2
Gran parte della gloria di Dio sta nella Sua felicità. Per l’apostolo Paolo, è impossibile concepire un Dio “glorioso” che non sia felice. Essere infinitamente glorioso significa essere infinitamente felice, e, con l’espressione “la gloria del Dio felice”, Paolo intende proprio sottolineare questa meravigliosa felicità di Dio. La gloria di Dio consiste principalmente nel fatto che Egli gode di un’incommensurabile beatitudine.
Come disse il grande predicatore del XVIII secolo, Jonathan Edwards: “La felicità di Dio è parte di quella pienezza che Egli comunica a noi. E se la Sua felicità consiste nel godere e gioire di Sé stesso, anche la felicità della creatura consisterà nel godere di Dio e gioire in Dio”.3
E questo è il Vangelo: “Il vangelo della gloria del Dio infinitamente felice”. È la buona notizia che Dio è gloriosamente felice. Se non lo fosse, chi vorrebbe mai trascorrerci insieme l’eternità? Se non lo fosse, il Vangelo non avrebbe un obiettivo di felicità; in altre parole, il Vangelo non sarebbe più “vangelo”. Al contrario, però, dicendoci: “Entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:23), Gesù c’invita a trascorrere l’eternità con un Dio felice. Gesù visse e morì perché la Sua gioia – la gioia di Dio – dimorasse in noi e la nostra gioia fosse completa (Giovanni 15:11; 17:13). Per questo, il Vangelo è “il vangelo della gloria del beato Dio”.
In questo capitolo cercherò di mostrare che la felicità di Dio è, prima di tutto e soprattutto, nel Figlio. Perciò, quando diventiamo partecipi della felicità di Dio, partecipiamo allo stesso diletto che il Padre trova nel Figlio. Ed è per questo che Gesù ci ha fatto conoscere il Padre. Alla fine di quella meravigliosa preghiera riportata in Giovanni 17, Egli disse al Padre: “Io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro” (v. 26). Cristo ci ha fatto conoscere Dio, affinché il diletto che il Padre trova nel Figlio potesse essere in noi e diventare il nostro diletto.
Immaginate di poter godere per sempre e con illimitata intensità ciò che di più godibile ci sia. Oggi, per noi, questo tipo di esperienza è impossibile. Vi sono, infatti, tre cose che c’impediscono di raggiungere la piena soddisfazione. La prima è che nel mondo non c’è nulla che abbia le qualità per soddisfare i più profondi desideri del nostro cuore. La seconda è che ci manca l’intensità necessaria per apprezzare al massimo i tesori migliori. Infine, il terzo ostacolo che c’impedisce una soddisfazione completa è che i piaceri terreni finiscono. Nulla dura per sempre.
Ma se si realizza il proposito di Gesù in Giovanni 17:26, allora tutto questo cambia. Perché, se la gioia che Dio prova nel Figlio diventa la nostra gioia, troveremo in Gesù quella realtà che sarà, per il nostro cuore, fonte d’infinita dignità e d’inesauribile diletto. Non lo troveremo mai noioso, deludente o frustrante. Non c’è tesoro maggiore del Figlio di Dio! Inoltre, la nostra capacità di apprezzare quest’inesauribile “tesoro” non sarà limitata dalle debolezze umane. Godremo del Figlio di Dio con la stessa gioia sperimentata da Suo Padre. Il piacere che il Padre prova in Suo Figlio sarà in noi e sarà nostro. E tutto questo,lo sperimenteremo per l’eternità, perché il Padre e il Figlio sono eterni. L’amore che hanno l’uno per l’altro sarà l’amore che noi pure avremo per loro, e perciò quest’amore non morrà mai.


AMATO PER SPLENDERE COME IL SOLE

Dio prova diletto, prima di tutto e soprattutto, nel proprio Figlio. La Bibbia lo rivela mostrandoci il volto di Gesù che splende come il sole. Nel Vangelo di Matteo, al capitolo17, leggiamo che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e li conduce su un alto monte. Quando restano soli, avviene qualcosa di assolutamente straordinario. Improvvisamente, Dio rimuove il velo dell’Incarnazione e fa sì che la reale gloria del Figlio di Dio si manifesti nel suo splendore. “La sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce” (v. 2). Pietro e gli altri restarono sbigottiti. Alla fine della sua vita, Pietro scrisse della straordinaria gloria che aveva visto sul monte santo e della voce dal cielo che aveva detto: “Questo è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo” (2 Pietro 1:17, 18; Matteo 17:5).
Dichiarando apertamente di amare il Figlio e di dilettarsi in Lui, Dio ci dà una dimostrazione visibile dell’inimmaginabile gloria di Cristo. La Sua faccia splendé come il sole, i Suoi vestiti divennero candidi come la luce, e “i discepoli caddero con la faccia a terra” (Matteo 17:6). Il punto non è tanto che gli esseri umani debbano avere timore di una simile gloria, ma, anzi, che Dio stesso trae il piacere più grande dallo splendore del Figlio. Egli prima Lo rivela in una luce abbagliante, poi aggiunge: “Questo è il Mio diletto!”.
Ricordo un episodio che mi ha aiutato a capire meglio lo splendore del Figlio di Dio. All’inizio del 1991, come gruppo di responsabili della nostra chiesa, ci prendemmo due giorni di ritiro spirituale per pregare e fare progetti per il futuro. Ci ritrovammo in un’antica casa padronale, trasformata in modesti alloggi appositamente ideati per persone desiderose di ritirarsi e di cercare Dio in modo particolare. Il secondo giorno, mi alzai presto, presi la mia Bibbia e me ne andai sul portico a vetri, un piccolo angolo della casa che domina un precipizio, con il fiume Mississippi a est. Il sole non era ancora sorto, ma già albeggiava.
La mia lettura per quella mattina era il Salmo 3. Lessi: “Ma tu, o Signore, sei la mia gloria, colui che mi rialza il capo”. Mentre meditavo su questo, un puntino rosso apparve all’orizzonte proprio davanti a me. Rimasi sbigottito, perché non mi ero reso conto che stavo guardando verso est. Osservai ancora un po’ e vidi quel puntino rosso diventare una pallina di fuoco. Continuai la lettura. “Ergiti, o Signore!”. A quel punto, alzai gli occhi e vidi il sole, ormai una grande sfera d’oro, che fiammeggiava sul fiume. Pochi attimi dopo, non si poteva più guardarlo senza rimanere accecati. Più si alzava, più diventava luminoso.
Pensai alla visione di Cristo avuta da Giovanni: “Il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza” (Apocalisse 1:16). Quella mattina riuscii a guardare il sole solo per cinque minuti, perché il suo splendore mi costrinse a distogliere lo sguardo. Chi può fissare il sole mentre splende in tutta la sua forza? Dio. Lo splendore del volto del Figlio brilla innanzi tutto per la gioia del Padre. “Questo è il Mio Figlio diletto, nel quale Mi diletto. Voi siete costretti a gettarvi con la faccia a terra e a girarvi dall’altra parte, ma io guardo Mio Figlio nel Suo splendore ogni giorno, con un amore e una gioia senza fine”.
Pensai tra me e me che, certamente, parte del messaggio contenuto in Giovanni 17:26 era proprio questo: verrà il giorno in cui io avrò la capacità di gioire nel Figlio di Dio allo stesso modo in cui lo fa il Padre. I miei fragili occhi avranno la forza di osservare la gloria del Figlio risplendere in tutta la sua forza, proprio come fa il Padre. Il piacere che Dio prova in Suo Figlio diventerà il mio piacere, e, anziché esserne consumato, ne resterò affascinato per sempre.


AMATO PER SERVIRE COME UNA COLOMBA

Riguardo a Suo Figlio, il Padre pronuncia parole di tenerezza e di piacere anche in un’altra occasione. Al battesimo di Gesù, mentre lo Spirito di Dio scende sotto forma di colomba, il Padre dichiara dal cielo: “Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:16-17). Qui, l’immagine è molto diversa: non è un sole fiammeggiante dalla luminosità intollerabile, bensì una colomba delicata, calma, vulnerabile – il tipo di animale che la gente povera offriva per i sacrifici nel tempio. Il piacere di Dio verso il Figlio viene, non solo dalla luce della Sua maestà, ma anche dalla bellezza della Sua mansuetudine.
Il Padre si compiace sia nella supremazia del Figlio sia nel Suo farsi servo. “Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano” (Giovanni 3:35). “Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio” (Isaia 42:1). Matteo cita questa testimonianza dell’Antico Testamento relativa alla gioia del Padre e la rapporta con l’unzione dello Spirito Santo e la mansuetudine del ministero di Gesù.

“Ecco il mio servitore che ho scelto;
il mio diletto, in cui l’anima mia si è compiaciuta.
Io metterò lo Spirito mio sopra di lui,
ed egli annuncerà la giustizia alle genti.
Non contenderà, né griderà
e nessuno udrà la sua voce sulle piazze.
Egli non triterà la canna rotta
e non spegnerà il lucignolo fumante”.

(Matteo 12:18-20)

L’anima del Padre gioisce profondamente per la mansuetudine e la compassione del Figlio servitore. Quando una canna è piegata e sta per rompersi, il Servo la sostiene teneramente, finché non torna sana. Quando un lucignolo sta per spegnersi e non emana quasi più calore, il Servo non l’estingue; al contrario, lo protegge con le mani e vi soffia delicatamente sopra, finché non si riaccende. Così, il Padre esclama: “Ecco il Mio diletto, in cui l’anima Mia si è compiaciuta!”.
La gloria e la bellezza del Figlio non derivano dalla sola maestà o dalla sola mansuetudine, bensì dal modo in cui esse agiscono in perfetta armonia. Quando, in Apocalisse 5:2, l’angelo grida: “Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?”, la risposta è: “Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli” (5:5). Dio ama la forza del Leone di Giuda, per la quale lo ritiene degno di aprire i libri della storia e svelare ciò che accadrà negli ultimi giorni. Ma il quadro non è completo. In che modo il Leone ha vinto? Il versetto successivo descrive la sua apparizione: “Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato”. Gesù è degno di essere la delizia del Padre, non solo perché è il Leone di Giuda, ma anche perché è l’Agnello immolato.
Uno dei sermoni di Jonathan Edwards, che Dio usò per far divampare il Grande Risveglio nel New England nel 1734-1735, era intitolato “L’eccellenza di Cristo”. In esso Edwards spiega la gloria del Figlio di Dio descrivendo “l’unione ammirabile delle molteplici eccellenze di Cristo”. Basandosi sul testo di Apocalisse 5:5-6, Edwards illustra l’insieme di queste “molteplici eccellenze” racchiuse nel Leone-Agnello, dimostrando come la gloria di Cristo sia la perfetta combinazione di tutti quegli attributi che, di solito, sono assolutamente incompatibili in una stessa persona.
In Gesù Cristo, egli dice, s’incontrano infinita elevatezza e infinita condiscendenza; infinita giustizia e infinita grazia; gloria eccelsa e grandissima umiltà; suprema maestà e assoluta mansuetudine; profonda riverenza verso Dio e perfetta uguaglianza a Dio; merito di ogni bene, ma prontezza a soffrire il male con infinita pazienza; grande spirito di ubbidienza e dominio supremo sul cielo e sulla terra; assoluta sovranità e perfetta sottomissione; piena autosufficienza e completo affidamento a Dio.4


AMATO COME FELICE COAUTORE DEL CREATO

Sebbene l’umiltà e la mansuetudine si siano manifestate con l’incarnazione, facevano già parte del carattere del Figlio fin dall’eternità. Egli, infatti, non dovette convertirsi, per sottomettersi alla volontà del Padre di farLo morire per i peccatori. Ecco perché l’amore del Padre per il Figlio risale a prima della creazione. “Padre… mi hai amato prima della fondazione del mondo” (Giovanni 17:24). Non c’è mai stato un momento in cui al Padre sia stato negato il piacere di gioire nella gloria del Figlio.
Dio amò e gioì nel Figlio anche nell’atto stesso della creazione dell’universo. In tale atto Egli gioì nel Figlio perché questi era la Sua stessa Parola di Sapienza e la Sua stessa Potenza creatrice. “Nel principio era la Parola, la parola era con Dio, e la parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta” (Giovanni 1:1-3). Il Figlio era la Sapienza di Dio che, insieme a Dio, creava tutto ciò che non è Dio. E, com’è scritto in Proverbi, “un figlio saggio rallegra suo padre” (Proverbi 10:1; 15:20). Dio gioì nella sapienza creatrice del Figlio.
I Proverbi sono ancora più specifici riguardo alla Sapienza di Dio. Il cap. 8 personifica la Sapienza all’inizio della creazione come un Artefice che rallegra il cuore di Dio. “Quand’egli [Dio] disponeva i cieli io [Sapienza] ero là … presso di lui come un artefice; ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno, mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza” (Proverbi 8:27, 30).5 Il Figlio di Dio era il diletto del Padre mentre gioiva con il Padre nell’opera meravigliosa della creazione di milioni di mondi.
Mi chiedo se vi fosse una pur vaga somiglianza di questa complicità creativa tra Padre e Figlio, quando Giuseppe e Gesù lavoravano insieme nella bottega da falegname a Nazareth. M’immagino Gesù, a circa quindici anni, che canticchia mentre lavora. La tavola viene tagliata con colpi maestri, incisa con tre piccoli montanti sporgenti nei posti designati e poi fissata perfettamente sull’asse di congiunzione per farne una solida panca. Gesù sorride, mentre batte il legno con piacere. Per tutto il tempo, Giuseppe resta in piedi sulla porta e osserva le mani del figlio. Vi vede riflessa l’immagine della propria maestria e della propria vita. La capacità del figlio è la prova della capacità del padre. Il canticchiare del figlio è la consapevolezza della gioia del padre. E quando mettono insieme le loro forze per sollevare un tavolo finito e pronto per la sinagoga, i loro occhi s’incontrano in un lampo di gioia, che significa: “Sei un tesoro per me, e io ti amo con tutto il mio cuore”.
Io ho quattro figli e, pur non avendo mai sentito nessuno di loro predicare, li ho visti prendere buoni voti a scuola, riuscire bene negli sport all’università, imparare a memoria brani della Scrittura e distruggere draghi con spade di plastica. E quando vedo le loro abilità, penso a tutte le ore trascorse insieme giocando, pregando, pensando, e combattendo (i draghi!) nel corso degli anni. Il mio cuore si riempie di meraviglia, perché mi rendo conto che anch’io, attraverso i miei figli, continuo a creare. E quando li vedo felici di ciò che abbiamo creato, o quando mi sorridono in privato o in pubblico, provo un piacere che non ha pari al mondo.
Forse, in tutto questo ci è concesso di sentire una debole eco del grido di gioia che il Padre emise quando, insieme al Figlio, creò l’universo dal nulla. Immaginate lo sguardo che si scambiarono quando, al loro comando, sorsero improvvisamente migliaia e migliaia di galassie!


UN’INFINITA INTIMITÀ

Nessun’altra relazione è altrettanto intima. Essa è semplicemente unica. Il Figlio è assolutamente unico nell’affetto del Padre. Egli è “l’unigenito” (Giovanni 1:14, 18; 3:16, 18; 1 Giovanni 4:9). Un conto è il “Figlio” che il Padre ha per generazione eterna, un altro conto sono i “figli” che ha per adozione. “Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio… per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4:4-5). Solo “ricevendo” Gesù come il Figlio, noi riceviamo il diritto di diventare “figli di Dio” (Giovanni 1:12). Spesso Gesù chiamò Dio “mio Padre” o “il Padre”, ma mai “nostro Padre”, tranne una volta, quando insegnò ai discepoli in che modo loro dovevano pregare (Matteo 6:9). Una volta usò l’espressione: “Padre mio e Padre vostro… Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17), proprio perché la relazione tra Dio Padre e il Suo eterno Figlio è assolutamente unica.
La loro intimità e comunione sono incomparabili. “Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio” (Matteo 11:27). “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito di Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18). Gesù parlò di Suo Padre con una tenerezza e un’intimità tali che i Suoi nemici cercarono di ucciderLo, “perché… chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Giovanni 5:18). Questa intimità è tale che il Padre aprì tutto il Suo cuore al Figlio: “Il Padre ama il Figlio, e gli mostra tutto quello che egli fa” (Giovanni 5:20). Egli non negò alcuna benedizione al Figlio, ma Gli diede lo Spirito senza misura. “Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio infatti non dà lo Spirito con misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato ogni cosa in mano” (Giovanni 3:34-35). Mentre il Figlio esegue il piano di redenzione stabilito dal Padre, il cuore del Padre sovrabbonda di intense espressioni d’amore per il Figlio. “Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita” (Giovanni 10:17). Questa traboccante stima che il Padre ha per il Figlio si riversa su tutti coloro che servono il Figlio: “Se uno mi serve”, dice Gesù, “il Padre l’onorerà” (Giovanni 12:26). Così, il Padre cerca con ogni mezzo di manifestare l’infinito diletto che ha per il Suo amato Figlio. Ma è anche vero l’inverso: “Di quale peggior castigo, a vostro parere, sarà giudicato degno colui che avrà calpestato il Figlio di Dio…?” (Ebrei 10:29).
Nessun angelo in cielo ha mai ricevuto un onore e un affetto simili a quelli che il Figlio ha ricevuto da Suo Padre fin dall’eternità. Anche se grandi e magnifici, gli angeli non sono pari al Figlio. “Infatti, a quale degli angeli ha mai detto: «Tu sei mio Figlio, oggi io t’ho generato»? E anche: «Io gli sarò Padre ed egli mi sarà Figlio»?” (Ebrei 1:5). “E a quale degli angeli disse mai: «Siedi alla mia destra finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi»?” (Ebrei 1:13). Il punto è chiaro. Il Figlio di Dio non è un angelo – nemmeno il più grande degli arcangeli. Anzi, Dio comanda: “Tutti gli angeli di Dio lo adorino!” (Ebrei 1:6). Il Figlio di Dio è degno di tutta l’adorazione che le schiere celesti possono offrirGli – per non parlare della nostra adorazione. Neppure Dio sarà escluso dalla celebrazione del Figlio. Egli è entusiasta della grandezza, della bontà e del trionfo del Figlio. Per questo Gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome (Filippesi 2:9), Lo ha coronato di onore (Ebrei 2:9) e Lo glorifica alla propria presenza con la gloria che aveva prima che il mondo fosse creato (Giovanni 17:5).


UN INCONCEPIBILE FERVORE

Non potremo mai esagerare la grandezza dell’affetto paterno che Dio ha per il Suo unico Figlio. Possiamo vedere quest’affetto infinito dietro il ragionamento di Romani 8:32. “Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?”. Il punto essenziale di questo prezioso versetto è il seguente: se, per amor nostro, Dio è stato disposto a compiere la cosa più difficile in assoluto (cioè, abbandonare il proprio diletto Figlio alla miseria e alla morte), allora ciò che sembra così difficile (dare ai credenti tutte le benedizioni che il cielo può contenere) sicuramente non sarà troppo difficile per Dio. La chiave di questo versetto è l’immensità dell’affetto che il Padre ha per il Figlio. Paolo parte dalla premessa che “non risparmiare” il proprio Figlio fu la cosa più difficile che Dio abbia potuto compiere,6 proprio perché, come egli afferma in Colossesi 1:13, Gesù è “il suo amato Figlio”.
Se c’è mai stata una passione d’amore nel cuore di Dio, è la passione per Suo Figlio. A.W. Tozer ebbe a scrivere: “Dio non cambia mai umore, non si raffredda nei Suoi affetti e non perde mai il Suo entusiasmo”.7 E questo è sicuramente vero per l’entusiasmo che Egli prova nei riguardi di Suo Figlio. Tale entusiasmo non cambierà e non si raffredderà mai. Brucia con inconcepibile zelo e fervore. Perciò, sono pienamente d’accordo con Jonathan Edwards: “L’infinita felicità del Padre consiste nel diletto che prova nel Figlio”.8
Così, quando si parla dell’amore che Dio ha per Suo Figlio, non s’intende un amore basato sulla rinuncia a sé stessi, un amore di sacrificio e misericordia. S’intende, invece, un amore basato sul diletto e sulla gioia. Nell’amare Suo Figlio, Dio non si abbassa a concedere la Sua misericordia a qualcuno che non la merita. Questo è il modo in cui Dio ama noi, ma non è così che ama Suo Figlio. Egli si compiace nel Figlio. La Sua anima si rallegra in Lui! Quando guarda Suo Figlio, Dio gioisce, ammira, apprezza, stima e prende piacere in ciò che vede. La prima grande gioia di Dio è proprio la gioia che Egli ha nel Figlio.


LA PIENEZZA DELLA DEITÀ ABITA IN UN CORPO

Per evitare un pericoloso errore riguardo all’amore di Dio per Suo Figlio, è necessario considerare come anche il Figlio di Dio possieda la pienezza della Deità. Una persona può anche essere d’accordo con l’affermazione che Dio si diletta nel Figlio, ma può poi sbagliare nel pensare che il Figlio sia soltanto un uomo straordinariamente santo che il Padre ha adottato come figlio, perché si compiaceva in lui. Fin dall’inizio del II secolo, la chiesa cristiana ha distinto la vera fede biblica da questo tipo di pensiero, chiamato “adozionismo”.9
Sull’argomento, Colossesi 2:9 ci dà una visione molto specifica. “In lui [Cristo] abita corporalmente tutta la pienezza della Deità”. Il Figlio di Dio non è semplicemente un uomo santo e fedele: Egli possiede la pienezza della Deità. Dio non cercava un uomo retto con cui condividere la propria natura divina e in cui riporre la propria Deità. Piuttosto, “la Parola è diventata carne” (Giovanni 1:14). Dio scelse una donna umile e fedele e, per mezzo di un concepimento immacolato, congiunse la pienezza della propria Deità con un bimbo generato da Lui. “Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?». L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio»” (Luca 1:34-35). Dio non prese un uomo santo nel quale infondere la propria Deità. Rivestì, invece, con pienezza di Deità una natura umana generata nel grembo di una vergine: Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il Dio-Uomo, nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della Deità”.
Per questo motivo, gli amici e i nemici di Gesù erano continuamente sbalorditi da ciò che Egli diceva e faceva. Così, ad esempio, mentre camminava lungo la strada come una persona qualsiasi, Gesù poteva però voltarsi e dire: “Prima che Abraamo fosse, io sono”, o: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. O ancora, dopo essere stato accusato di bestemmia, Egli era in grado di affermare: “Il Figlio dell’Uomo ha autorità sulla terra di rimettere i peccati”. Ai morti ordinava: “Esci fuori!” oppure “Àlzati!”, ed essi Gli ubbidivano. Alla tempesta sul mare poteva dire: “Càlmati!”. E quando disse a un pezzo di pane: “Diventa mille pasti”, il pane si moltiplicò. Allo stesso modo, quando il sommo sacerdote Gli chiese se era il Figlio di Dio, Egli affermò: “Tu l’hai detto; anzi vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo”. Nessuno parlò mai come Lui. Nessuno visse e amò come Lui. In quest’uomo, Dio stesso aveva fatto risiedere corporalmente tutta la pienezza della Deità.
E Dio lo fece con tutto il cuore. Fu Suo volere rendere la Parola carne, come recita Colossesi 1:19: “Poiché al Padre piacque di far abitare in lui [Cristo] tutta la pienezza (della Deità)”.10 In altre parole, piacque a Dio di far risiedere tutta la propria natura in Cristo.11 Abbiamo visto che Dio amava Suo Figlio “prima della fondazione del mondo” (Giovanni 17:24) e L’amò anche dopo l’Incarnazione (Giovanni 10:17). Ora, vediamo che quando Dio Padre e Dio Figlio cooperarono per unire Deità e umanità in Gesù, il Padre ne esultò. Egli gioì nel vedere la prontezza del Figlio a dare Sé stesso per redimere il mondo. Per questo motivo, Paolo dice: “Poiché al Padre [Dio] piacque di far abitare in lui [Cristo] tutta la pienezza della Deità”.


GENERATO NON CREATO

Dobbiamo ora affrettarci a fare un ulteriore passo in avanti, per evitare malintesi e ampliare l’orizzonte della gloria del godimento che Dio prova nel Figlio. La pienezza della Deità che ora abita corporalmente in Gesù (Colossesi 2:9), esisteva già in forma personale prima che il Dio-Uomo, Gesù Cristo, nascesse sulla terra. Questa verità ci conduce ancora di più all’essenza della felicità del Dio trino. Il Figlio, in cui Dio si compiace, è l’immagine e lo splendore eterno di Dio, e quindi è Egli stesso Dio.
In Colossesi 1:15-16, Paolo afferma: “Egli [Cristo] è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra”.
Dal punto di vista storico, questo testo è stato oggetto di molte controversie. E tuttora vi sono sètte, come quella dei Testimoni di Geova, che vi attribuiscono un significato opposto a quello accordato dall’ortodossia cristiana nel corso della storia. Questo testo, infatti, fu usato persino da Ario. Nato in Libia intorno al 256 d.C., Ario fu uno dei più famosi eretici nella storia della chiesa . Istruito da un certo Luciano d’Antiochia, divenne una figura preminente fra gli anziani della chiesa di Alessandria d’Egitto. Fu descritto come “un uomo alto, magro, con la fronte accigliata, dai modi austeri, con una considerevole cultura, dotato di eloquio calmo e seducente, ma con una disposizione al litigio”.12
La cosiddetta “controversia ariana” ebbe inizio intorno al 318 d.C. ad Alessandria, quando Ario cominciò a insegnare che il Figlio di Dio non era della stessa essenza del Padre, e che, lungi dall’essere eterno, era stato creato dal Padre. Quest’affermazione lo pose in conflitto con il vescovo Alessandro, che invece sosteneva l’eterna Deità di Cristo. Socrate, uno storico della chiesa che visse a Costantinopoli tra il 380 e il 439 d.C., racconta così come prese il via questa controversia:

Un giorno, Alessandro [vescovo di Alessandria], in presenza dei presbìteri e del resto del clero, cercò di esporre un discorso troppo ambizioso riguardo alla Santa Trinità. Ario, uno dei presbìteri sotto la sua giurisdizione, uomo di grande acume logico, ritenne che il vescovo stesse introducendo la dottrina di Sabellio il Libico [che accentuava il monoteismo ebraico fino a rinnegare la Trinità]. Così, per amore di controversia, propose una veduta diametralmente opposta a quella del Libico, dichiarando con veemenza: “Se fu il Padre a generare il Figlio, Colui che fu generato ebbe un inizio; quindi, ci fu un tempo in cui il Figlio non esisteva. Ne consegue che la Sua essenza deriva dalla non-esistenza”.13

È facile capire come Colossesi 1:15 possa essere utilizzato per sostenere la tesi di Ario. Paolo afferma che Cristo è “il primogenito di ogni creatura”; da quest’affermazione si potrebbe facilmente desumere che Cristo sia una creatura, benché la prima e la più eccelsa di tutte. Egli, quindi, avrebbe avuto un inizio e ci sarebbe stato un tempo in cui non esisteva. Lungi dall’essere come quella di Dio, la Sua essenza sarebbe stata creata dal nulla, come tutto il resto della creazione. È questo, infatti, ciò che credeva Ario.14
Nei sette anni successivi a questa prima disputa (318 d.C.), la controversia si estese in tutto l’Impero, al punto che l’imperatore Costantino fu costretto a intervenire per salvaguardare l’unità della chiesa. Nel 325, convocò un grande concilio per affrontare queste importanti questioni, scegliendo come sede la città di Nicea, “a causa dell’eccellente temperatura dell’aria, e affinché io possa essere presente come spettatore e partecipare alle cose che saranno fatte”.15 Il Concilio produsse un credo che non lasciò dubbio alcuno sulla natura eretica delle idee di Ario. Il credo si conosce e si recita ancora oggi, ed è denominato: “Credo niceno”. Dalla citazione che segue, sarà chiaro a ogni lettore quali parti del credo siano intese a distinguere l’ortodossia dall’arianesimo:

“Crediamo in un solo Dio Padre Onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato, unigenito dal Padre, cioè della sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, sia quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, sofferse e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, tornerà per giudicare i vivi e i morti. Crediamo nello Spirito santo. Ma quelli che dicono: “Vi fu un tempo in cui egli non esisteva” e: “prima che nascesse non era” e che “non nacque da ciò che esisteva”, o che sia “di un’altra sostanza o essenza, o che affermano che il Figlio di Dio “possa cambiare” o “mutare”, questi la Chiesa Cattolica e Apostolica li condanna”.16

In tutto il corso della storia, questa è rimasta l’interpretazione ortodossa dei contenuti scritturali. Personalmente, sento di doverla difendere, perché, se l’arianesimo o i Testimoni di Geova avessero ragione, allora il diletto che Dio prova per Suo Figlio avrebbe un carattere completamente diverso da quello da me compreso. Lo stesso fondamento su cui poggia questo libro, verrebbe meno. Dalla felicità infinita ed eterna del Dio trino, infatti, dipende tutto. Tale felicità è la fonte dell’assoluta autosufficienza di Dio, fonte da cui scaturisce ogni vero atto di libera grazia da Lui compiuto nell’intera storia della redenzione.
Qual è, allora, il senso di quanto Paolo afferma in Colossesi 1:15: “Egli [Cristo] è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura”? Che cosa significa primogenito? E il complemento “di ogni creatura” non significa forse che Cristo è parte del creato?
Prima di tutto, dobbiamo capire che il complemento “di ogni creatura” non significa necessariamente che Cristo sia una creatura. Se dicessi: “Dio è il sovrano di ogni creatura”, nessuno penserebbe che io intenda dire che Dio è parte della creazione. Intendo, piuttosto, affermare che Egli ha il dominio “su ogni creatura”. Il versetto che segue (Colossesi 1:16) ci mostra che Paolo intendeva dire proprio qualcosa del genere. Egli afferma: “Egli [Cristo] è l’immagine dell’invisibile Dio, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose”. In altre parole, il motivo per cui Paolo chiama Cristo il primogenito “di ogni creatura” è perché “in lui sono state create tutte le cose”. Non perché Cristo sarebbe stato la prima e più eccelsa delle creature, ma perché ogni cosa creata è stata creata da Lui. Da ciò si comprende che “primogenito di ogni creatura” non significa “primogenito tra tutte le cose create”, bensì “primogenito su tutte le cose create”.
In secondo luogo, si deve tener presente che, sebbene il termine “primogenito” (prôtotokos) possa avere un significato strettamente biologico (“Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò…” - Luca 2:7), può anche avere un significato di dignità, di precedenza.17 Per esempio, nel Salmo 89:27, Dio parla così di Colui che in futuro siederà sul trono di Davide: “Io inoltre lo costituirò mio primogenito, il più eccelso dei re della terra”. Ciò che s’intende dire, qui, è che questo re avrà preminenza, onore e dignità sopra tutti i re della terra. Simile è il senso di Esodo 4:22, dove Israele viene chiamato “il mio [di Dio] primogenito”, e di Ebrei 12:23, dove tutti i credenti sono chiamati “i primogeniti che sono scritti nei cieli”.
Quindi, ci sono almeno quattro ragioni che dimostrano che Ario, a quel tempo, e i Testimoni di Geova, oggi, sbagliano nell’affermare che Colossesi 1:15 insegni che Cristo è parte del creato di Dio. Primo, perché il termine “primogenito” può voler dire “una persona superiore”, “con maggiore dignità”, “prima nel tempo e di rango”, e non necessariamente che Gesù venne alla luce come parte della creazione.18 Secondo, il versetto 16 (come abbiamo già visto) indica chiaramente che Cristo fu il Creatore di tutte le cose e non parte stessa della creazione (“poiché in lui sono state create tutte le cose”). Terzo, come fece notare Crisostomo (347-407 d.C.), Paolo evita l’uso della parola che avrebbe chiaramente indicato Cristo come prima cosa creata (protoktistos),19 scegliendo piuttosto di usare una parola che suggeriva la relazione genitore-figlio e non quella Creatore-creazione (primogenito, prôtotokos).
E questo ci porta alla quarta ragione per cui rigettare l’interpretazione data da Ario a Colossesi 1:15. Usando il termine “primogenito”, Paolo si colloca in una straordinaria armonia con l’apostolo Giovanni, il quale chiama Cristo “l’unigenito Figlio [di Dio]” (Giovanni 1:14, 18; 3:16, 18; 1 Giovanni 4:9) e insegna chiaramente che ciò non Lo rende creatura, ma piuttosto Lo rende Dio: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” (Giovanni 1:1).20 C.S. Lewis dimostra perché l’uso del termine “unigenito” (e noi potremmo aggiungere il termine di Paolo: “primogenito”) implica la Deità di Cristo e non il fatto che Egli fosse una creatura.

Quando generate, generate qualcosa di simile a voi stessi. Un uomo genera bambini umani, un castoro genera piccoli castori, e un uccello genera uova che si trasformano in uccellini. Ma quando create, fate qualcosa di diverso da voi stessi. Un uccello fa il nido, un castoro costruisce una diga, e un uomo un apparecchio senza fili – oppure può fare qualcosa di più simile a sé rispetto a un apparecchio senza fili: diciamo, una statua. Se è un incisore abbastanza bravo, farà una statua che assomiglia il più possibile a un uomo. Ma, naturalmente, essa non è un uomo vero; sembra soltanto un uomo. Non può respirare e neppure pensare. Non è viva.21

Per queste ragioni, quindi, mi schiero volentieri dalla parte della grande tradizione dell’ortodossia cristiana e non con l’antico o moderno arianesimo. Cristo è l’immagine dell’invisibile Dio, il primogenito su tutta la creazione. “Egli, che è splendore della sua [di Dio] gloria e impronta della sua essenza” (Ebrei 1:3). “Il quale [Cristo] pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente” (Filippesi 2:6). “Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio” (Giovanni 1:1).
Così, il Figlio in cui il Padre si compiace, è l’immagine di Dio e lo splendore della gloria di Dio. Egli porta l’impronta dell’essenza di Dio ed è la forma di Dio. Egli è uguale a Dio e, come afferma Giovanni, è Dio.
Per tutta l’eternità, prima della creazione, l’unica realtà che sia mai esistita è Dio. Questo è un grande mistero, perché ci è veramente difficile pensare a Dio come a Colui che non possiede un inizio e che esiste di eternità in eternità, senza che niente o nessuno L’abbia creato, ma soltanto come la Realtà assoluta che ognuno di noi, volente o nolente, deve riconoscere. Ma questo Dio eterno non è mai stato “da solo”. Non è mai stato un centro solitario di coscienza. C’è sempre stato un altro, che è stato uno con Dio nell’essenza e nella gloria, ma al tempo stesso distinto nella persona, così che entrambi hanno avuto una relazione personale l’uno con l’altro per tutta l’eternità.
La Bibbia c‘insegna che questo Dio eterno ha sempre avuto una perfetta immagine di Sé (Colossesi 1:15), un perfetto splendore della propria essenza (Ebrei 1:3), un’impronta o marchio perfetto della propria natura (Ebrei 1:3), una perfetta forma o espressione della propria gloria (Filippesi 2:6).
Qui ci troviamo sulla soglia dell’ineffabile, ma forse possiamo osare questa affermazione: da quando Dio è stato Dio (eternamente), è stato cosciente di Sé; e l’immagine che Dio ha di Sé stesso è così perfetta, completa e piena, da essere la riproduzione (o procreazione) vivente e personale di Sé. E quest’immagine vivente e personale, questo splendore o questa forma di Dio è Dio, e cioè Dio Figlio. Perciò, Dio Figlio è coeterno con Dio Padre e uguale a Lui nell’essenza e nella gloria.22


IL PIACERE DI DIO NELL’ESSERE DIO

Possiamo concludere, allora, che questo piacere di Dio in Suo Figlio è un piacere in Sé stesso. Infatti, il Figlio è l’immagine, lo splendore, la forma stessa di Dio, è pari a Dio; perciò, è Dio stesso. Per tutto ciò, allora, il diletto di Dio nel Figlio è, in realtà, godimento di Sé stesso. La gioia originale e primaria, la gioia più profonda e fondamentale di Dio, è dunque la Sua gioia nelle proprie perfezioni, che vede riflesse nella gloria di Suo Figlio. Paolo parla della “gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo” (2 Corinzi 4:6). Fin dall’eternità Dio aveva visto la bellezza delle proprie perfezioni nel volto di Suo Figlio. Tutto ciò che Egli è, dunque, lo vede riflesso pienamente e perfettamente nell’espressione di Suo Figlio. E in questo Egli si rallegra con una gioia infinita.
A prima vista, tutto questo sembrerebbe vanità. E così sarebbe, per noi esseri umani, se trovassimo la nostra gioia più profonda nel contemplarci allo specchio. Saremmo vuoti, vanitosi, compiaciuti ed egoisti, se fossimo come Dio a questo riguardo. Ma perché? Non ci è forse detto d’imitare Dio (Matteo 5:48; Efesini 5:1)? Sì, in alcuni aspetti, ma non in tutti. Fu proprio questo il primo inganno di Satana nel giardino dell’Eden: egli tentò Adamo ed Eva, spronandoli a essere come Dio, ma in un modo che Dio non aveva mai inteso per loro – cioè, essere indipendenti. Soltanto Dio può esserlo. Noi tutti dovremmo, invece, essere Dio-dipendenti. Allo stesso modo, noi siamo stati creati per qualcosa d’infinitamente migliore, maggiore, più nobile e più profondo della nostra autocontemplazione: siamo stati creati per contemplare e godere Dio! Qualsiasi cosa inferiore a questa sarebbe idolatria verso di Lui e disinganno per noi. Dio è il più glorioso di tutti gli esseri. Non amarLo e non dilettarsi in Lui è una grande perdita per noi e un insulto a Lui.
Ma la stessa cosa è vera per Dio. In che modo Dio non insulterà ciò che è infinitamente bello e glorioso? In che modo Dio non commetterà idolatria? C’è una sola possibile risposta: Dio deve amare e trovare gioia nella propria bellezza e perfezione sopra ogni altra cosa.21 Per noi, farlo di fronte a uno specchio è l’essenza stessa della vanità; per Dio, farlo di fronte a Suo Figlio è l’essenza della giustizia.
Non è forse l’essenza della giustizia dare altissimo valore a ciò che è Infinitamente prezioso, con tutte le azioni giuste che ne conseguono? E non è forse il contrario della giustizia riporre le nostre più alte affezioni su cose di poco o nessun valore, con tutte le azioni ingiuste che ne derivano ? Quindi, la giustizia di Dio è l’infinito zelo, la gioia e il piacere che Egli prova in ciò che è infinitamente prezioso, cioè, la Sua stessa perfezione e il Suo stesso valore. E se mai Egli dovesse agire in modo contrario a quest’eterna passione per le proprie perfezioni, allora sarebbe ingiusto e idolatra.
Queste non sono congetture sconclusionate. Sono il fondamento di tutta la speranza cristiana. E ciò diventerà sempre più evidente specialmente nel capitolo 6; ma ora permettetemi d’indicare il percorso che seguiremo. In questa giustizia divina e teocentrica si trova il maggiore ostacolo per la nostra salvezza. Infatti, come potrebbe un Dio così giusto porre la propria affezione su peccatori come noi, che hanno disprezzato le Sue perfezioni? Ma la meraviglia dell’Evangelo sta nel fatto che, in questa giustizia divina, si trova anche il fondamento stesso della nostra salvezza! L’infinita considerazione che il Padre ha per il Figlio permette a me, perverso peccatore, di essere amato e accettato a causa del Figlio, perché, nella Sua morte, Egli rivendicò il valore e la gloria del Padre. Ora mi è possibile ripetere con una comprensione nuova la preghiera del salmista: “Per amor del tuo nome, o Signore, perdona la mia iniquità, perché essa è grande” (Salmo 25:11). La nuova comprensione è questa: Gesù ha espiato il peccato e rivendicato l’onore del Padre in modo che i nostri peccati siano perdonati “in virtù del suo nome” (1 Giovanni 2:12). Ritorneremo spesso su questo fatto nei prossimi capitoli – su come, cioè, l’infinito piacere del Padre nelle proprie perfezioni sia la fonte della nostra gioia eterna. Il fatto che il piacere di Dio in Suo Figlio non è vanità, è piacere in Sé stesso. Questo è l’Evangelo.


LA GIOIA INFINITA IN CONTRASTO CON LE CISTERNE SCREPOLATE

Se Henry Scougal ha ragione – se, cioè, il valore e l’eccellenza di un’anima si misurano secondo l’oggetto e l’intensità del suo amore – allora Dio è il più eccellente e degno di tutti gli esseri viventi, perché ha amato Suo Figlio, l’immagine della Sua gloria, con infinita e perfetta energia fin dall’eternità. Quanto gloriosi e felici devono essere stati il Padre e il Figlio e lo Spirito dell’amore che da sempre scorre fra di loro!24
Restiamo allora pieni di riverente timore davanti a questo grande Dio! E lasciamo perdere tutti i futili risentimenti, i fuggevoli piaceri e gli insignificanti svaghi del materialismo e della “spiritualità” puramente umana. Lasciamoci inondare dalla gioia che Dio ha nella gloria di Suo Figlio, splendore e immagine di Suo Padre. Verrà il giorno in cui lo stesso diletto che il Padre ha per il Figlio, sarà anche per noi, e diventerà il nostro stesso piacere. Che la gioia che Dio prova in Sé stesso – una gioia infinita ed eterna – possa scorrere in noi fin d’ora mediante lo Spirito Santo! Questa è la nostra gloria e la nostra gioia.
È spaventoso pensare che milioni di persone “scambiano la loro gloria per ciò che non vale nulla”!

“O cieli, stupite di questo;
inorridite e restate attoniti”,
dice il Signore.
“Il mio popolo infatti ha commesso due mali:
ha abbandonato me,
la sorgente d’acqua viva,
e si è scavato delle cisterne,
delle cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua”

(Geremia 2:12-13).

Esiste una sola sorgente di gioia eterna – la gioia traboccante di Dio in Sé stesso. Una fonte senza principio e senza fine, senza origine e senza causa, che si autoalimenta eternamente senza aiuto o assistenza. Da questa inesauribile fonte di gioia scaturisce ogni grazia e ogni gioia nell’universo – e tutte le restanti pagine di questo libro. Chi ha sete, venga!




Edizioni Passaggio
Via A. Toscanini, 4
46030 Bigarello – MN (Italy)
c/c postale 12257465
Tel (+39) 0376.45205 - Cell: 349.1427336 - Fax (+39) 0376.45205
email: info@passaggio.org

webmaster_XD