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Desiderare Dio - John Piper



I N D I C E

Prefazione
Introduzione: Come sono diventato un edonista cristiano
Che cos’è l’edonismo cristiano? Lezione da una poesia d’amore

1. La felicità di Dio: Fondamento per l’edonismo cristiano
2. La conversione: Nascita di un cristiano edonista
3. L’adorazione: La gioia dell’edonismo cristiano
4. L’amore: L’impegno dell’edonismo cristiano
5. La Scrittura: Infiammarsi per l’edonismo cristiano
6. La preghiera: La potenza dell’edonismo cristiano
7. Il denaro: La valuta dell’edonismo cristiano
8. Il matrimonio: Una matrice per l’edonismo cristiano
9. La missione: Il grido di battaglia dell’edonismo cristiano
10. La sofferenza: Il sacrificio dell’edonismo cristiano

Epilogo: Perché ho scritto questo libro: Sette motivi

Appendice 1: Lo scopo di Dio nella storia della redenzione
Appendice 2: La Bibbia è una guida sicura per una gioia duratura?
Appendice 3: Che cosa significa ama il prossimo tuo come te stesso?
Appendice 4: Perché chiamarlo edonismo cristiano?

Note
Guida allo Studio



P R E F A Z I O N E

C’è un tipo di felicità e di stupore che vi rende seri.
C. S. LEWIS

L’ultima battaglia
Questo è un libro serio sull’essere felici in Dio. Riguarda la felicità perché questo è quello che il nostro Creatore ordina: “Trova la tua gioia nel Signore!” (Salmo 37:4) ed è serio perché, come disse Jeremy Taylor: “Dio minaccia cose terribili se non saremo felici”.
Gli eroi di questo libro sono Gesù Cristo, il quale “per la gioia che gli era posta dinanzi sopportò la croce”; Paolo, che era “afflitto, eppure sempre allegro”, Jonathan Edwards, il quale gustò profondamente la dolce sovranità di Dio, C. S. Lewis, che sapeva che il Signore “trova i nostri desideri non troppo forti ma troppo deboli” e tutti i missionari che hanno abbandonato tutto per Cristo e che alla fine dissero: “Io non ho mai fatto un sacrificio”.
Sono passati diversi anni da quando Desiderare Dio apparve, in inglese, per la prima volta nel 1986 . Il valore di una verità è giudicato in parte dal fatto che nel tempo essa ha un potere trasformante in circostanze molto diverse. Cosa dire del messaggio di questo libro? Dalla prima edizione, il mio corpo è passato dai quaranta ai cinquant’anni. Il mio matrimonio è passato dai diciassette ai ventisette anni. Il mio ministero pastorale alla Chiesa Battista Bethlehem è passato dai sei ai sedici anni. Mio figlio maggiore è passato dai tredici anni ai ventitrè anni ed é sposato. Io e mia moglie Noël abbiamo accompagnato Karsten e Benjamin attraverso la loro adolescenza, e Abraham e Barnabas sono ancora in questa fase critica della loro vita. Nel 1986 non c’erano figlie. Ora c’è Talitha Ruth che abbiamo adottato quando aveva nove settimane nel dicembre 1995.
In altre parole, le cose sono cambiate! Ma non il mio impegno per il messaggio di questo libro: è la mia vita. L’affermazione “Che Dio possa essere tanto più glorificato in me quanto più io sono soddisfatto in lui” continua ad essere una verità spettacolare e preziosa nella mia mente e nel mio cuore. Mi ha sostenuto nei miei cinquant’anni e non ho dubbi che mi accompagni fino alla casa celeste.
Ho aggiunto un capitolo intitolato “Sofferenza: Il sacrificio dell’edonismo cristiano”. Il motivo è in parte biografico e in parte biblico. Questi sono stati i dieci anni più difficili della mia vita. Abbiamo scoperto che il matrimonio passa attraverso acque profonde quando marito e moglie passano affrontano la mezza età. Ce l’abbiamo fatta, ma non vogliamo sminuire l’inquietudine di quegli anni e non ci siamo vergognati di chiedere aiuto. Dio è stato buono con noi. Entrando nella sesta decade della nostra vita e prossimi alla quarta decade del nostro matrimonio, le radici sono profonde, il patto è solido e l’amore è dolce.
L’altro “matrimonio” della mia vita (con la Chiesa Battista Bethlehem) è stato un confondersi di sofferenze e felicità. Possono coesistere così tanta devastazione e così tanto diletto in una sola comunità e in una sola anima? Sì, possono. L’apostolo Paolo parlava di una profonda realtà pastorale quando disse che egli era “afflitto, eppure sempre allegro” (2 Corinzi 6:10). Esiste una gioia senza la quale i pastori non possono trarre beneficio dalla loro comunità (Ebrei 13:17). Misericordiosamente, Dio l’ha preservata per sedici anni e la verità di questo libro è stata il suo mezzo.
Biblicamente, non sono stato capace di evitare di pensare in questi anni che noi siamo chiamati a soffrire per l’avanzamento del regno in questo mondo. “Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (Atti 14:22). Sì, ma anche altri devono entrare nel regno attraverso le nostre tribolazioni: “Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza” (2 Timoteo 2:10). “Vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede” (Filippesi 2:17) “Se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza” (2 Corinzi 1:6). È evidente per me ora più che mai, all’inizio del terzo millennio, che gli scopi finali di salvezza di Dio nel mondo trionferanno solo attraverso l’amorevole sacrificio della sofferenza. Il capitolo dieci è stato aggiunto come un appassionato appello ad unirsi a Gesù sulla via della sofferenza del Calvario “per la gioia che era posta dinanzi a noi”.
Durante questi dieci anni da quando è stato pubblicato Desiderare Dio, io ho provato ed applicato la visione del libro a qualcosa di più della vita e del ministero e di Dio. Più lo faccio e più mi persuado che essa sopporterà tutto il peso che posso metterci sopra. Più rifletto, più servo, più vivo e più la visione di Dio e della vita in questo libro diventano un coinvolgimento unico.
Più invecchio, più mi convinco che Neemia 8:10 è decisivo per vivere e morire bene: “La gioia del Signore è la vostra forza”. Mentre invecchiamo e i nostri corpi si indeboliscono, dobbiamo imparare dal pastore puritano Richard Baxter (che morì nel 1691) ad aumentare i nostri sforzi per trarre forza dalla gioia spirituale, non da sostituti naturali. Egli pregava: “Possa il Dio Vivente, che è la parte e il riposo dei santi, rendere queste nostre menti carnali tanto spirituali, e i nostri cuori terreni tanto celesti, che amarlo e dilettarsi in lui, possano essere l’opera delle nostre vite”. Quando dilettarsi in Dio è l’opera delle nostre vite (che io chiamo edonismo cristiano), ci sarà fino alla fine una forza interiore per i ministeri d’amore.
J.I. Packer descrisse così questa dinamica nella vita di Baxter: “La speranza del cielo gli dava gioia e la gioia gli dava forza; così, come Giovanni Calvino prima di lui e George Whitefield poi (due esempi verificabili) e come l’apostolo Paolo stesso... egli fu messo incredibilmente in condizione di operare, compiendo molto più di quanto potesse sembrare possibile nella durata di una singola vita”.
Ma non solo la ricerca della gioia in Dio dona una forza duratura, essa è la chiave per spezzare la potenza del peccato lungo il nostro cammino verso il cielo. Matthew Henry, un altro pastore puritano, scrisse: “La gioia del Signore ci equipaggerà contro gli assalti dei nostri nemici spirituali e ci darà il disgusto per quei piaceri coi quali il tentatore ci adesca.
Questo è il compito maggiore della vita: “avere disgusto per quei piaceri coi quali il tentatore ci adesca”. Non conosco nessun altro modo per acquisire ripugnanza, per trionfare sul peccato a lungo termine, in favore di una soddisfazione maggiore in Dio. Uno dei motivi per cui questo libro è ancora “utile” dopo dieci anni è che questa verità semplicemente non cambia e non cambierà: Dio rimane gloriosamente soddisfacente per tutto. Il cuore umano rimane una fabbrica incessante di desideri. Il peccato rimane potentemente e funestamente attraente. La battaglia continua: dove berremo? Dove mangeremo? Perciò Desiderare Dio è sempre un messaggio avvincente e urgente. Dilettati in Dio.
Se Dio vorrà compiacersi di usare questo libro per suscitare un uomo o una donna a far parte della schiera di santi seri e felici che l’hanno ispirato, allora quelli di noi che hanno beneficiato della stesura di questo testo gusteranno ancora di più la manifestazione della grazia di Dio. è stato veramente un lavoro felice e il mio cuore trabocca verso molti:
Steve Halliday credette nel libro fin dall’inizio ed è rimasto un fedele amico ed un utile curatore anche in questa nuova edizione.

Come in quasi tutto quello che faccio, il libro è pervaso dall’influenza di Daniel P. Fuller. Fu nel suo gruppo di studio nel 1968 che feci le scoperte embrionali. Sarei felice di vedere questo libro come una spiegazione e applicazione del suo grande libro Unity of the Bible (Zondervan, 1992). Egli rimane un amico prezioso e un mentore.
Il mio amico ed assistente nella grande opera, Jon Blom, rese possibile la revisione durante l’indaffarato periodo dell’Avvento del 1995. La passione di Jon per la supremazia di Dio espressa in questo libro è una preziosa fonte di energia per me.
Carol Steinback, dopo dieci anni, è stata di nuovo disposta a revisionare gli indici e a dare al libro la sua acuta attenzione editoriale. Io non do per scontata la costanza dell’amicizia.

Il capitolo 8 è un tributo-omaggio a mia moglie Noël. I nostri primi diciassette anni insieme coincisero esattamente con il periodo di gestazione di questo libro. I successivi dieci anni insieme hanno dimostrato il suo valore. Il matrimonio è stato veramente una “Matrice per l’edonismo cristiano”. Il mistero di riflettere Cristo e la Chiesa è una fonte inesauribile di speranza che trovando la nostra gioia nella santa gioia dell’altro ci unirà fino alla morte.

La chiesa che amo e servo ha udito i capitoli in forma di sermone nel 1983. Naturalmente la lunghezza si è quadruplicata da allora. Ed essi non hanno invidiato il mio lavoro! La comunione che godo con gli anziani e gli assistenti non ha prezzo. C’è ancora un capitolo da scrivere. È intitolato “Il cameratismo dell’edonismo cristiano”. Che lo Spirito stesso possa scriverlo sulle tavole dei nostri cuori!

Infine, una parola per mio padre. Le parole di dedica scritte nel 1986 sono ancora vere dieci anni dopo. Ricordo mia madre a tavola che rideva fino alle lacrime, era una donna molto allegra. Specialmente quando tornavi a casa il lunedì dopo essere stato via due settimane, a volte tre o quattro e lei era radiante di gioia quando tornavi a casa!
A cena (questi sono i momenti più felici che ricordo) sentivamo parlare delle vittorie dell’evangelo. È sicuramente più emozionante essere il figlio di un evangelista che sedere con cavalieri e guerrieri! Quando crebbi mi resi maggiormente conto delle ferite. Ma tu mi risparmiasti la maggior parte di esse fino a quando fui maturo abbastanza da “ritenerle delle gioie”. Sacri e felici furono quelle cene dei lunedì. Oh, com’era bello averti a casa!

John Piper


I N T R O D U Z I O N E

Come sono diventato un edonista cristiano
Puoi capovolgere il mondo cambiando solo una parola del tuo credo. Il vecchio detto dice:

Lo scopo principale dell’uomo è glorificare Dio
e gioire in Lui per sempre.

“E”? Come pollo e patatine? A volte glorifichi Dio e a volte gioisci in Lui? A volte Lui riceve la gloria e a volte tu ricevi gioia? “E” è una parola molto ambigua! In che modo queste due cose sono in relazione l’una con l’altra? Evidentemente i vecchi teologi non pensavano che stavano parlando di due cose diverse. Essi dicevano, “il fine principale,” non “i fini principali”. Glorificare Dio e dilettarsi in Lui erano un fine solo nelle loro menti, non due. Come può essere? Questo è ciò che tratta questo libro.
Non che mi preoccupi troppo dell’intenzione dei teologi del diciassettesimo secolo ma mi preoccupo immensamente dell’intenzione di Dio nella Scrittura. Che cosa ha da dire Dio riguardo al fine principale dell’uomo? In che modo Dio ci insegna a dargli gloria? Ci ordina di prendere piacere in Lui? Se così è, in che modo questa ricerca di gioia in Dio è correlata ad ogni cosa? Sì, ogni cosa! “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio”.

Lo scopo principale dell’uomo è glorificare Dio
gioendo in Lui per sempre.

Come sono diventato un edonista cristiano
Quando ero all’università pensavo che se avessi fatto qualcosa di buono al fine di rendermi felice avrei rovinato la bontà dell’azione stessa.
Io pensavo che la bontà della mia azione morale fosse inversamente proporzionale al desiderio per il mio piacere. Allora, comprare un gelato al centro studentesco per puro piacere non mi preoccupava, perché le conseguenze morali di quella azione sembravano molto insignificanti. Ma essere motivati da un desiderio di felicità o piacere quando mi offrivo volontario per il servizio cristiano o andavo in chiesa mi sembrava egoistico, utilitaristico, venale.
Questo era un problema per me perché non potevo formulare una motivazione alternativa che funzionasse. Trovavo in me un desiderio opprimente di essere felice, un impulso tremendamente potente a cercare il piacere, anche se da ogni punto di vista di decisione morale dicevo a me stesso che questo impulso non avrebbe dovuto avere nessuna influenza.
Una delle aree più deludenti era quella dell’adorazione e della lode. La mia errata concezione riguardo alle attività di una certa elevatura in cui era necessario non avere interessi personali egoistici, mi portava a considerare l’adorazione quasi unicamente in termini di dovere. E ciò ne esclude il cuore.
Allora mi convertii all’edonismo cristiano. Nel giro di poche settimane mi resi conto che era arrogante e non biblico cercare di adorare Dio per qualsiasi altro motivo che non fosse il piacere ottenuto in lui. (Non dimenticate queste due ultime parole: in lui. Non i suoi doni, ma lui. Non noi stessi, ma lui). Lasciate che descriva la serie di intuizioni che mi resero un cristiano edonista. Lungo la strada spero che si chiarisca quel che intendo dire con questa strana frase.

1. Durante il mio primo trimestre al seminario evangelico fui introdotto sull’argomento dell’edonismo cristiano da uno dei suoi maggiori esponenti, Blaise Pascal. Egli scriveva:
"Tutti gli uomini, nessuno eccettuato, cercano di esser felici: per quanto impieghino mezzi diversi, tutti tendono a questo fine. Quel che spinge alcuni ad andare alla guerra e altri a non andarci è sempre questo desiderio, presente negli uni come negli altri, sebbene accompagnato da opinioni diverse. La volontà non fa mai il minimo passo se non verso quest'oggetto. è il movente di tutte le azioni di tutti gli uomini, anche di quelli che s'impiccano".
Questa dichiarazione si adattava tanto bene al mio profondo desiderio e a tutto ciò che avessi mai visto negli altri che la accettai e non ho mai trovato alcun motivo per dubitare d’essa. Quel che mi colpì specialmente qui, fu che Blaise Pascal non stava emettendo nessun giudizio morale riguardo a questo fatto. Per quanto gli riguardava, cercare la propria felicità non è un peccato; è un semplice dato nella natura umana. È una legge del cuore umano come la gravità è una legge della natura.
Questo pensiero ebbe un grande significato per me e aprì la via alla seconda scoperta.

2. Avevo cominciato ad amare l’opera di C.S. Lewis all’università. Ma fu solo in seguito che acquistai il sermone intitolato “Il peso della gloria”. La prima pagina di quel sermone è una delle pagine più potenti della letteratura che abbia mai letto. Essa dice:
"
Se chiedete a venti uomini buoni oggi quale pensino sia la maggiore delle virtù, diciannove di essi risponderebbero: l’Altruismo. Ma se lo aveste chiesto a uno qualsiasi dei vecchi cristiani avrebbe risposto: l’Amore. Vedete cosa è avvenuto? Un termine negativo è stato sostituito a uno positivo, e questa ha un’importanza più che filologica. L’ideale negativo di Altruismo porta con sé il concetto di non garantire buone cose per gli altri come prima cosa, ma di farne a meno noi stessi, come se la nostra astinenza e non la loro felicità fosse il punto importante. Io non penso che questa sia la virtù cristiana dell’Amore. Il Nuovo Testamento ha molto da dire riguardo all’abnegazione, ma non riguardo all’abnegazione come fine a sé stessa. Ci viene detto di rinnegare noi stessi e di prendere la nostra croce in modo da poter seguire Cristo; quasi ogni descrizione di ciò che in ultima analisi troveremo se agiamo così contiene un appello al desiderio".
Se nelle menti moderne si nasconde l’idea che desiderare il nostro proprio bene e costantemente sperare di goderlo sia una cosa cattiva, io suggerisco che questa idea sia stata infiltrata da Kant e dagli Stoici e non fa parte della fede cristiana. Veramente, se consideriamo le sfacciate promesse di premio e l’incredibile natura dei premi promessi nei Vangeli, sembrerebbe che il nostro Signore trovi i nostri desideri non troppo forti, ma troppo deboli. Noi siamo creature poco entusiaste, che scherzano con il bere, il sesso e l’ambizione mentre ci viene offerta una gioia infinita, proprio come un bambino che vuole fare castelli di fango in un vicolo sporco perché non può immaginare cosa significa una vacanza al mare. Noi ci accontentiamo troppo facilmente.
A quel punto era tutto chiaro e alla mia mente era completamente avvincente: non è una cosa cattiva desiderare il nostro proprio bene. Infatti il maggior problema degli esseri umani è che essi si accontentano troppo facilmente. Non cercano il piacere con la determinazione e la passione che dovrebbero avere. E così si accontentano di castelli di fango di desiderio invece di diletto infinito.
In tutta la mia vita non ho mai sentito in tutta la mia vita nessun credente, a parte un credente della statura di Lewis, dire che tutti noi non solo cerchiamo (come diceva Pascal) ma che dobbiamo cercare la nostra felicità. Il nostro errore non sta nell’intensità del nostro desiderio di felicità, ma nella sua fiacchezza.

3. La terza intuizione si trovava nel sermone di Lewis, ma Pascal la rese più chiara.
Egli continua dicendo: "C
he mai ci gridano, dunque, quest’avidità e quest’impotenza se non che un tempo ci fu nell’uomo una vera felicità, di cui gli restano ora soltanto il segno e l’impronta affatto vuota, che esso cerca invano di colmare con tutto quanto lo circonda, chiedendo alle cose assenti l’aiuto che non ottiene dalle presenti, e che non può essergli dato da nessuna, perché l’abisso infinito può esser colmato soltanto da un oggetto infinito e immutabile: ossia, da Dio stesso?"
Ricordando queste cose, ora mi sembra così ovvio che non vedo come potessi non capirlo. Tutti quegli anni avevo provato a sopprimere il mio fortissimo desiderio di felicità per potere onestamente lodare Dio per motivi più “alti” e meno egoistici. Ma ora iniziava a balenare l’idea che questo desiderio persistente e innegabile di felicità non andava soppresso, bensì saziato – in Dio! La crescente convinzione che la lode deve essere motivata esclusivamente dalla felicità che troviamo in Dio sembrava via via meno strana.

4. L’intuizione successiva venne di nuovo da C.S. Lewis, ma stavolta dalle sue Riflessioni sui Salmi. Il nono capitolo di questo libro porta il modesto titolo “Una parola sulla lode”. Per me è stata la parola sulla lode - la migliore parola che abbia mai letto sulla natura della lode.
Lewis dice che mentre cominciava a credere in Dio, una grande pietra d’inciampo erano per lui le richieste di lode a Dio sparse per i Salmi. Egli non capiva lo scopo di tutto questo; inoltre, sembravano raffigurare Dio come desideroso “della nostra lode come una donna vanitosa che desidera complimenti”. E continua spiegando perché si sbagliava.
Ma il fatto più ovvio circa la lode - verso Dio o qualsiasi altra cosa - stranamente mi sfuggiva. Me la figuravo in termini di complimenti, approvazione o dimostrazioni di onore. Non avevo mai notato che il godimento trabocca spontaneamente nella lode… Il mondo risuona di lodi - gli innamorati che lodano le loro amanti, i lettori i loro poeti preferiti, i camminatori la campagna, i giocatori il loro gioco preferito…
La mia difficoltà circa la lode di Dio dipendeva dal mio assurdo negare, relativamente al valore supremo, quello che amiamo fare, ciò di cui in realtà non riusciamo a fare a meno per tutte le altre cose che consideriamo di valore.
Credo che amiamo dare lode a quello che apprezziamo perché la lode non esprime semplicemente l’apprezzamento, ma lo completa; è il suo coronamento.
Questo fu il culmine del mio edonismo emergente. La lode a Dio, la più alta chiamata dell’umanità e nostra eterna vocazione, non sembrava sottendere la rinuncia, ma piuttosto il godimento della gioia che così desideravo. I miei antichi sforzi di raggiungere l’adorazione senza nessun interesse personale in essa si rivelarono una contraddizione di termini. Noi adoriamo solo le cose che ci deliziano. Non c’è adorazione triste o lode scontenta.
C’è un nome per quelli che cercano di lodare senza avere piacere per l’oggetto della lode. Si chiamano ipocriti. Questo fatto – che la lode significhi godimento e che il più alto scopo dell’uomo sia di bere a fondo di questo piacere – fu forse una delle scoperte più liberatorie che abbia mai fatto.

5. Poi passai ai Salmi per mio conto e trovai il linguaggio dell’edonismo ovunque. La ricerca del piacere non era facoltativa, ma comandata: “Trova la tua gioia nel Signore, ed egli appagherà i desideri del tuo cuore” (Salmo 37:4).
Il salmista cercava di fare esattamente questo: “Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente” (Salmo 42:1-2). “Di te è assetata l’anima mia, a te anela il mio corpo languente in arida terra, senz’acqua” (Salmo 63:1). La metafora della sete trova la sua soddisfazione quando il salmista dice che gli uomini “si saziano dell’abbondanza della tua casa, e tu li disseti al torrente delle tue delizie” (Salmo 36:8).
Io ho trovato che la bontà di Dio, il fondamento dell’adorazione, non è una cosa alla quale porgere i nostri rispetti per una qualche disinteressata reverenza. No, è qualcosa di cui gioire: “Provate e vedrete quanto il Signore è buono!” (Salmo 34:8). “Oh, come sono dolci le tue parole al mio palato! Son più dolci del miele alla mia bocca” (Salmo 119:103).
Come dice C.S. Lewis, Dio nei Salmi è “l’oggetto che soddisfa tutto”. Il suo popolo lo adora senza vergogna per “l’esultanza” che trovano in lui (Salmo 43:4). Egli è la fonte di un piacere completo e inesauribile: “Vi sono gioie a sazietà in tua presenza; alla tua destra vi sono delizie in eterno” (Salmo 16:11).
Questa è la breve storia di come sono diventato un cristiano edonista. Ormai sono ventotto anni che rimugino su queste cose, e ne è emersa una filosofia che pervade praticamente tutti gli aspetti della mia vita. Credo che sia biblico, che soddisfi i più profondi desideri del mio cuore, e che onori il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Ho scritto questo libro per affidare queste cose a tutti quelli che mi ascolteranno.
Nelle menti delle persone sorgono molte obiezioni quando mi sentono parlare in questo modo. Spero che il libro risponda ai problemi più seri. Ma forse posso attenuare in anticipo alcune resistenze chiarendo alcuni punti.
Per prima cosa, l’edonismo cristiano come io lo intendo non significa che Dio diventa un mezzo per aiutarci a ottenere piaceri mondani. Il piacere che ricerca l’edonismo cristiano è il piacere che si trova in Dio stesso. Egli è il fine della nostra ricerca, non il mezzo per qualche altro scopo. La nostra esultanza è lui, il Signore – non le strade d’oro, o il ricongiungimento con i parenti o le benedizioni celesti. L’edonismo cristiano non riduce Dio a una chiave che schiude uno scrigno pieno d’oro e argento. Piuttosto cerca di trasformare il cuore così che “l’Onnipotente sarà il tuo oro, egli ti sarà come l’argento acquistato con fatica” (Giobbe 22:25).
Secondo, l’edonismo cristiano non fa del piacere in sé un dio, ma mette in luce che ciò che si trova più piacevole é già diventato un dio. Dice che uno ha già fatto un dio di quello che trova più piacevole. Lo scopo dell’edonismo cristiano è di trovare tutto il piacere nell’unico e solo Dio e quindi evitare il peccato della bramosia, cioè l’idolatria (Colossesi 3:5).
Terzo, l’edonismo cristiano non ci mette al di sopra di Dio quando lo cerchiamo per la nostra utilità. Un paziente non è più grande del dottore. Ne parlerò ulteriormente nel terzo capitolo.
Quarto, l’edonismo cristiano non è una “teoria generale della giustificazione morale”. In altre parole, da nessuna parte io affermo che un’azione è giusta perché porta piacere. Il mio scopo non è di decidere cosa è giusto usando la gioia come criterio morale. Il mio scopo è di mettere in evidenza il fatto sorprendente, e in gran parte trascurato, che una certa dimensione della gioia è un dovere morale in tutte le adorazioni sincere e le azioni virtuose. Non dico che amare Dio è buono perché reca gioia, affermo che Dio ci ordina di trovare gioia nell’amarlo (“Trova la tua gioia nel Signore”, Salmo 37:4). Non dico che amare le persone sia buono perché porta gioia. Dico che Dio ci ordina di trovare gioia nell’amare le persone. (“chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia”, Romani 12:8).
Non leggo la Scrittura con una teoria edonistica della giustificazione morale. Al contrario, trovo nella Bibbia il comandamento divino ad essere ricercatori del piacere – cioè, di abbandonare i miseri, brevi, insoddisfacenti, distruttivi e riduttivi piaceri del mondo e di vendere tutto “con gioia” (Matteo 13:44) al fine di ottenere il regno celeste e “entrare nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:21, 23). In breve, sono un cristiano edonista non per ragioni filosofiche o teoriche, ma perché lo comanda Dio (sebbene non comandi di usare queste etichette!).
Quinto, non dico che la relazione tra amore e felicità sia questa: “la vera felicità necessita dell’amore”. Questa è una semplificazione estrema che perde di vista il punto cruciale. La caratteristica tipica dell’edonismo cristiano non è che la ricerca del piacere richiede la virtù, ma che la virtù consiste essenzialmente, sebbene non solo, nella ricerca del piacere.
La ragione per la quale arrivo a questa conclusione è che qui non sto operando come un filosofo edonista, ma come un teologo biblico e pastore che deve prendere atto dei comandamenti divini

• Amare la misericordia (non solo praticarla, Michea 6:8),
• Mostrare misericordia con gioia (Romani 12:8),
• Accettare la perdita con gioia al servizio dei carcerati (Ebrei 10:34),
• Essere un donatore gioioso (2 Corinzi 9:7),
• Rendere la nostra gioia la gioia degli altri (2 Corinzi 2:3),
• Pascere il gregge di Dio spontaneamente e volenterosamente (1 Pietro 5:2), e
• Vegliare sulle anime “con gioia” (Ebrei13:17).

Quando si riflette a lungo e profondamente su questi meravigliosi comandamenti, le implicazioni morali sono sbalorditive. L’edonismo cristiano tenta di prendere questi comandamenti con estremo scrupolo. Il risultato è penetrante e cambia la vita radicalmente: la ricerca della vera virtù comprende la ricerca della gioia, perché la gioia è componente essenziale della vera virtù. Ciò è del tutto diverso dal dire: comportiamoci bene perché ci renderà felici.
Sesto, l’edonismo cristiano non è una distorsione del catechismo riformato della fede. Questa fu una delle critiche di Richard Mouw nel suo libro, The God Who Commands (Il Dio che ordina). Egli ha scritto:
"
Piper può provare ad alterare la prima risposta del Catechismo Abbreviato di Westminster – così che glorificare e gioire di Dio diventi glorificarlo gustando la sua deità – per soddisfare i suoi scopi edonistici, ma è un po’ più difficile alterare le prime righe del Catechismo di Heidelberg: che io, col corpo e l’anima, nella vita e nella morte, non appartengo a me stesso ma al mio fedele Salvatore Gesù Cristo".
La questione circa l’inizio del Catechismo di Heidelberg non è che non posso cambiarlo per fini edonistici, ma che non ne ho bisogno. Esso già posiziona l’intero catechismo sotto il desiderio umano di “conforto”. Prima domanda: “Qual è il tuo unico conforto nella vita e nella morte?” La domanda dei critici dell’edonismo cristiano è: perché gli autori originari del catechismo di quattrocento anni fa hanno strutturato tutte le 129 domande così che siano un’esposizione della domanda “Qual è il mio unico conforto?” Ancora più interessante è vedere l’interesse per la “felicità” emergere esplicitamente nella seconda domanda del catechismo, che fornisce lo schema per il resto del catechismo. La seconda domanda è: “Quante cose vi è necessario sapere, che in questo conforto (Troste) possiate vivere e morire felicemente (seliglich)?” Quindi il tema principale del “conforto” è chiarito essenzialmente come “felicità” e l’intero catechismo è una risposta a come vivere e morire felicemente.
La risposta alla seconda domanda del catechismo è: “Tre cose: primo, la grandezza del mio peccato e del mio squallore. Secondo, come sono stato redento dal mio peccato e squallore. Terzo, come posso essere grato a Dio per una tale redenzione”. Poi il resto del catechismo si divide in tre parti che trattano queste tre cose: “Prima parte: Dello squallore dell’uomo” (domande 3-11), “Seconda parte: Della redenzione dell’uomo” (domande 12-85) e “Terza parte: Della gratitudine” (domande 86-129). Ciò significa che l’intero Catechismo di Heidelberg è scritto per rispondere alla domanda: Cosa devo sapere per vivere felicemente?
Sono confuso dal fatto che qualcuno possa pensare che l’edonismo cristiano necessiti di “alterare le prime righe del catechismo di Heidelberg”. Il fatto è che l’intero catechismo è strutturato come lo strutturerebbe l’edonismo cristiano. Quindi l’edonismo cristiano non distorce i catechismi riformati storici. Sia il catechismo di Westminster sia quello di Heidelberg cominciano con l’interesse per il godimento dell’uomo per Dio, o la sua ricerca di “vivere e morire felicemente”. Non ho alcun desiderio di essere dottrinalmente nuovo. Sono grato che il catechismo di Heidelberg sia stato scritto quattrocento anni fa.


Verso una definizione di edonismo cristiano
I nuovi modi di guardare al mondo (anche quando sono vecchi di secoli) non si prestano a definizioni semplici. Ci vuole un intero libro perché le persone inizino ad afferrarne il senso. I giudizi rapidi e affrettati quasi certamente saranno sbagliati. Attenzione a fare congetture riguardo ai contenuti di questo libro! L’ipotesi che questo sia un altro frutto della schiavitù dell’uomo moderno alla centralità di sé stesso sarà completamente fuori strada. Ah, quali sorprese vi aspettano!
Per molti il termine “edonismo cristiano” sarà nuovo. Perciò ho incluso l’appendice 4: “Perché chiamarlo edonismo cristiano?” Se questo termine è strano o vi mette in difficoltà, forse dovreste leggere quelle pagine prima di affrontare i capitoli principali.
Preferirei riservarmi una definizione di edonismo cristiano per la fine del libro, quando i malintesi saranno stati spazzati via. Uno scrittore spesso auspica che la sua prima frase venga letta alla luce dell’ultima, e viceversa! Ma, purtroppo, da qualche parte bisogna cominciare. Così vi anticipo la definizione seguente nella speranza che venga interpretata con comprensione, alla luce del resto del libro.

L’edonismo cristiano è una filosofia di vita costruita sulle cinque seguenti convinzioni:
1. Il desiderio della felicità è un’esperienza umana universale, ed è buono, non peccaminoso.
2. Non dovremmo mai cercare di negare o di resistere al nostro desiderio di felicità, come se fosse un impulso sbagliato. Invece dovremmo cercare di intensificare questo desiderio e di nutrirlo con tutto quello che fornirà la più profonda e duratura soddisfazione.
3. La più profonda e duratura soddisfazione si trova solo in Dio. Non da Dio, ma in Dio.
4. La felicità che troviamo in Dio raggiunge il suo apice quando viene condivisa con gli altri nelle molteplici vie dell’amore.
5. Finché cerchiamo di abbandonare la ricerca del nostro piacere, manchiamo di onorare Dio e amare le persone. Oppure, per metterla in positivo: la ricerca del piacere è una parte necessaria della virtù e dell’adorazione.
Cioè:

Lo scopo principale dell’uomo è glorificare Dio
gioendo
in Lui per sempre.


La radice della questione
Questo libro sarà principalmente una meditazione della Scrittura. Sarà espositivo piuttosto che speculativo. Se non riesco a mostrare che l’edonismo cristiano deriva dalla Bibbia, non mi aspetto che nessuno sia interessato, ancor meno convinto. Ci sono migliaia di filosofie create dall’uomo. Se questa ne è un’altra, lasciate che passi. C’è una sola roccia: la Parola di Dio. Solo una cosa importa in ultima analisi: glorificare Dio nel modo che egli ha stabilito. È per questo che sono un cristiano edonista. È per questo che ho scritto questo libro.