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I
N D I C E
Prefazione
Introduzione: Come sono diventato
un edonista cristiano
Che cos’è l’edonismo cristiano?
Lezione da una poesia d’amore
1.
La felicità di Dio: Fondamento
per l’edonismo cristiano
2. La conversione: Nascita di un
cristiano edonista
3. L’adorazione: La gioia dell’edonismo
cristiano
4. L’amore: L’impegno dell’edonismo
cristiano
5. La Scrittura: Infiammarsi per
l’edonismo cristiano
6. La preghiera: La potenza dell’edonismo
cristiano
7. Il denaro: La valuta dell’edonismo
cristiano
8. Il matrimonio: Una matrice per
l’edonismo cristiano
9. La missione: Il grido di battaglia
dell’edonismo cristiano
10. La sofferenza: Il sacrificio
dell’edonismo cristiano
Epilogo:
Perché ho scritto questo
libro: Sette motivi
Appendice
1: Lo scopo di Dio nella storia
della redenzione
Appendice 2: La Bibbia è
una guida sicura per una gioia duratura?
Appendice 3: Che cosa significa
ama il prossimo tuo come te stesso?
Appendice 4: Perché chiamarlo
edonismo cristiano?
Note
Guida
allo Studio
P
R E F A Z I O N E
C’è
un tipo di felicità e di
stupore che vi rende seri.
C. S. LEWIS
L’ultima battaglia
Questo
è un libro serio sull’essere
felici in Dio. Riguarda la felicità
perché questo è quello
che il nostro Creatore ordina: “Trova
la tua gioia nel Signore!” (Salmo
37:4) ed è serio perché,
come disse Jeremy Taylor: “Dio minaccia
cose terribili se non saremo felici”.
Gli
eroi di questo libro sono Gesù
Cristo, il quale “per la gioia che
gli era posta dinanzi sopportò
la croce”; Paolo, che era “afflitto,
eppure sempre allegro”, Jonathan
Edwards, il quale gustò profondamente
la dolce sovranità di Dio,
C. S. Lewis, che sapeva che il Signore
“trova i nostri desideri non troppo
forti ma troppo deboli” e tutti
i missionari che hanno abbandonato
tutto per Cristo e che alla fine
dissero: “Io non ho mai fatto un
sacrificio”.
Sono
passati diversi anni da quando Desiderare
Dio apparve, in inglese, per la
prima volta nel 1986 . Il valore
di una verità è giudicato
in parte dal fatto che nel tempo
essa ha un potere trasformante in
circostanze molto diverse. Cosa
dire del messaggio di questo libro?
Dalla prima edizione, il mio corpo
è passato dai quaranta ai
cinquant’anni. Il mio matrimonio
è passato dai diciassette
ai ventisette anni. Il mio ministero
pastorale alla Chiesa Battista Bethlehem
è passato dai sei ai sedici
anni. Mio figlio maggiore è
passato dai tredici anni ai ventitrè
anni ed é sposato. Io e mia
moglie Noël abbiamo accompagnato
Karsten e Benjamin attraverso la
loro adolescenza, e Abraham e Barnabas
sono ancora in questa fase critica
della loro vita. Nel 1986 non c’erano
figlie. Ora c’è Talitha Ruth
che abbiamo adottato quando aveva
nove settimane nel dicembre 1995.
In altre parole, le cose sono cambiate!
Ma non il mio impegno per il messaggio
di questo libro: è la mia
vita. L’affermazione “Che Dio possa
essere tanto più glorificato
in me quanto più io sono
soddisfatto in lui” continua ad
essere una verità spettacolare
e preziosa nella mia mente e nel
mio cuore. Mi ha sostenuto nei miei
cinquant’anni e non ho dubbi che
mi accompagni fino alla casa celeste.
Ho
aggiunto un capitolo intitolato
“Sofferenza: Il sacrificio dell’edonismo
cristiano”. Il motivo è in
parte biografico e in parte biblico.
Questi sono stati i dieci anni più
difficili della mia vita. Abbiamo
scoperto che il matrimonio passa
attraverso acque profonde quando
marito e moglie passano affrontano
la mezza età. Ce l’abbiamo
fatta, ma non vogliamo sminuire
l’inquietudine di quegli anni e
non ci siamo vergognati di chiedere
aiuto. Dio è stato buono
con noi. Entrando nella sesta decade
della nostra vita e prossimi alla
quarta decade del nostro matrimonio,
le radici sono profonde, il patto
è solido e l’amore è
dolce.
L’altro
“matrimonio” della mia vita (con
la Chiesa Battista Bethlehem) è
stato un confondersi di sofferenze
e felicità. Possono coesistere
così tanta devastazione e
così tanto diletto in una
sola comunità e in una sola
anima? Sì, possono. L’apostolo
Paolo parlava di una profonda realtà
pastorale quando disse che egli
era “afflitto, eppure sempre allegro”
(2 Corinzi 6:10). Esiste una gioia
senza la quale i pastori non possono
trarre beneficio dalla loro comunità
(Ebrei 13:17). Misericordiosamente,
Dio l’ha preservata per sedici anni
e la verità di questo libro
è stata il suo mezzo.
Biblicamente,
non sono stato capace di evitare
di pensare in questi anni che noi
siamo chiamati a soffrire per l’avanzamento
del regno in questo mondo. “Dobbiamo
entrare nel regno di Dio attraverso
molte tribolazioni” (Atti 14:22).
Sì, ma anche altri devono
entrare nel regno attraverso le
nostre tribolazioni: “Ecco perché
sopporto ogni cosa per amor degli
eletti, affinché anch’essi
conseguano la salvezza” (2 Timoteo
2:10). “Vengo offerto in libazione
sul sacrificio e sul servizio della
vostra fede” (Filippesi 2:17) “Se
siamo afflitti, è per la
vostra consolazione e salvezza”
(2 Corinzi 1:6). È evidente
per me ora più che mai, all’inizio
del terzo millennio, che gli scopi
finali di salvezza di Dio nel mondo
trionferanno solo attraverso l’amorevole
sacrificio della sofferenza. Il
capitolo dieci è stato aggiunto
come un appassionato appello ad
unirsi a Gesù sulla via della
sofferenza del Calvario “per la
gioia che era posta dinanzi a noi”.
Durante
questi dieci anni da quando è
stato pubblicato Desiderare Dio,
io ho provato ed applicato la visione
del libro a qualcosa di più
della vita e del ministero e di
Dio. Più lo faccio e più
mi persuado che essa sopporterà
tutto il peso che posso metterci
sopra. Più rifletto, più
servo, più vivo e più
la visione di Dio e della vita in
questo libro diventano un coinvolgimento
unico.
Più
invecchio, più mi convinco
che Neemia 8:10 è decisivo
per vivere e morire bene: “La gioia
del Signore è la vostra forza”.
Mentre invecchiamo e i nostri corpi
si indeboliscono, dobbiamo imparare
dal pastore puritano Richard Baxter
(che morì nel 1691) ad aumentare
i nostri sforzi per trarre forza
dalla gioia spirituale, non da sostituti
naturali. Egli pregava: “Possa il
Dio Vivente, che è la parte
e il riposo dei santi, rendere queste
nostre menti carnali tanto spirituali,
e i nostri cuori terreni tanto celesti,
che amarlo e dilettarsi in lui,
possano essere l’opera delle nostre
vite”. Quando dilettarsi in Dio
è l’opera delle nostre vite
(che io chiamo edonismo cristiano),
ci sarà fino alla fine una
forza interiore per i ministeri
d’amore.
J.I.
Packer descrisse così questa
dinamica nella vita di Baxter: “La
speranza del cielo gli dava gioia
e la gioia gli dava forza; così,
come Giovanni Calvino prima di lui
e George Whitefield poi (due esempi
verificabili) e come l’apostolo
Paolo stesso... egli fu messo incredibilmente
in condizione di operare, compiendo
molto più di quanto potesse
sembrare possibile nella durata
di una singola vita”.
Ma non solo la ricerca della gioia
in Dio dona una forza duratura,
essa è la chiave per spezzare
la potenza del peccato lungo il
nostro cammino verso il cielo. Matthew
Henry, un altro pastore puritano,
scrisse: “La gioia del Signore ci
equipaggerà contro gli assalti
dei nostri nemici spirituali e ci
darà il disgusto per quei
piaceri coi quali il tentatore ci
adesca.
Questo è il compito maggiore
della vita: “avere disgusto per
quei piaceri coi quali il tentatore
ci adesca”. Non conosco nessun altro
modo per acquisire ripugnanza, per
trionfare sul peccato a lungo termine,
in favore di una soddisfazione maggiore
in Dio. Uno dei motivi per cui questo
libro è ancora “utile” dopo
dieci anni è che questa verità
semplicemente non cambia e non cambierà:
Dio rimane gloriosamente soddisfacente
per tutto. Il cuore umano rimane
una fabbrica incessante di desideri.
Il peccato rimane potentemente e
funestamente attraente. La battaglia
continua: dove berremo? Dove mangeremo?
Perciò Desiderare Dio è
sempre un messaggio avvincente e
urgente. Dilettati in Dio.
Se
Dio vorrà compiacersi di
usare questo libro per suscitare
un uomo o una donna a far parte
della schiera di santi seri e felici
che l’hanno ispirato, allora quelli
di noi che hanno beneficiato della
stesura di questo testo gusteranno
ancora di più la manifestazione
della grazia di Dio. è stato
veramente un lavoro felice e il
mio cuore trabocca verso molti:
Steve Halliday credette nel libro
fin dall’inizio ed è rimasto
un fedele amico ed un utile curatore
anche in questa nuova edizione.
Come
in quasi tutto quello che faccio,
il libro è pervaso dall’influenza
di Daniel P. Fuller. Fu nel suo
gruppo di studio nel 1968 che feci
le scoperte embrionali. Sarei felice
di vedere questo libro come una
spiegazione e applicazione del suo
grande libro Unity of the Bible
(Zondervan, 1992). Egli rimane un
amico prezioso e un mentore.
Il mio amico ed assistente nella
grande opera, Jon Blom, rese possibile
la revisione durante l’indaffarato
periodo dell’Avvento del 1995. La
passione di Jon per la supremazia
di Dio espressa in questo libro
è una preziosa fonte di energia
per me.
Carol Steinback, dopo dieci anni,
è stata di nuovo disposta
a revisionare gli indici e a dare
al libro la sua acuta attenzione
editoriale. Io non do per scontata
la costanza dell’amicizia.
Il
capitolo 8 è un tributo-omaggio
a mia moglie Noël. I nostri
primi diciassette anni insieme coincisero
esattamente con il periodo di gestazione
di questo libro. I successivi dieci
anni insieme hanno dimostrato il
suo valore. Il matrimonio è
stato veramente una “Matrice per
l’edonismo cristiano”. Il mistero
di riflettere Cristo e la Chiesa
è una fonte inesauribile
di speranza che trovando la nostra
gioia nella santa gioia dell’altro
ci unirà fino alla morte.
La
chiesa che amo e servo ha udito
i capitoli in forma di sermone nel
1983. Naturalmente la lunghezza
si è quadruplicata da allora.
Ed essi non hanno invidiato il mio
lavoro! La comunione che godo con
gli anziani e gli assistenti non
ha prezzo. C’è ancora un
capitolo da scrivere. È intitolato
“Il cameratismo dell’edonismo cristiano”.
Che lo Spirito stesso possa scriverlo
sulle tavole dei nostri cuori!
Infine,
una parola per mio padre. Le parole
di dedica scritte nel 1986 sono
ancora vere dieci anni dopo. Ricordo
mia madre a tavola che rideva fino
alle lacrime, era una donna molto
allegra. Specialmente quando tornavi
a casa il lunedì dopo essere
stato via due settimane, a volte
tre o quattro e lei era radiante
di gioia quando tornavi a casa!
A cena (questi sono i momenti più
felici che ricordo) sentivamo parlare
delle vittorie dell’evangelo. È
sicuramente più emozionante
essere il figlio di un evangelista
che sedere con cavalieri e guerrieri!
Quando crebbi mi resi maggiormente
conto delle ferite. Ma tu mi risparmiasti
la maggior parte di esse fino a
quando fui maturo abbastanza da
“ritenerle delle gioie”. Sacri e
felici furono quelle cene dei lunedì.
Oh, com’era bello averti a casa!
John
Piper
I
N T R O D U Z I O N E
Come
sono diventato un edonista cristiano
Puoi
capovolgere il mondo cambiando solo
una parola del tuo credo. Il vecchio
detto dice:
Lo
scopo principale dell’uomo è
glorificare Dio
e gioire in Lui per sempre.
“E”?
Come pollo e patatine? A volte glorifichi
Dio e a volte gioisci in Lui? A
volte Lui riceve la gloria e a volte
tu ricevi gioia? “E” è una
parola molto ambigua! In che modo
queste due cose sono in relazione
l’una con l’altra? Evidentemente
i vecchi teologi non pensavano che
stavano parlando di due cose diverse.
Essi dicevano, “il fine principale,”
non “i fini principali”. Glorificare
Dio e dilettarsi in Lui erano un
fine solo nelle loro menti, non
due. Come può essere? Questo
è ciò che tratta questo
libro.
Non che mi preoccupi troppo dell’intenzione
dei teologi del diciassettesimo
secolo ma mi preoccupo immensamente
dell’intenzione di Dio nella Scrittura.
Che cosa ha da dire Dio riguardo
al fine principale dell’uomo? In
che modo Dio ci insegna a dargli
gloria? Ci ordina di prendere piacere
in Lui? Se così è,
in che modo questa ricerca di gioia
in Dio è correlata ad ogni
cosa? Sì, ogni cosa! “Sia
dunque che mangiate, sia che beviate,
sia che facciate qualche altra cosa,
fate tutto alla gloria di Dio”.
Lo
scopo principale dell’uomo è
glorificare Dio
gioendo in Lui per sempre.
Come
sono diventato un edonista cristiano
Quando ero all’università
pensavo che se avessi fatto qualcosa
di buono al fine di rendermi felice
avrei rovinato la bontà dell’azione
stessa.
Io pensavo che la bontà della
mia azione morale fosse inversamente
proporzionale al desiderio per il
mio piacere. Allora, comprare un
gelato al centro studentesco per
puro piacere non mi preoccupava,
perché le conseguenze morali
di quella azione sembravano molto
insignificanti. Ma essere motivati
da un desiderio di felicità
o piacere quando mi offrivo volontario
per il servizio cristiano o andavo
in chiesa mi sembrava egoistico,
utilitaristico, venale.
Questo era un problema per me perché
non potevo formulare una motivazione
alternativa che funzionasse. Trovavo
in me un desiderio opprimente di
essere felice, un impulso tremendamente
potente a cercare il piacere, anche
se da ogni punto di vista di decisione
morale dicevo a me stesso che questo
impulso non avrebbe dovuto avere
nessuna influenza.
Una delle aree più deludenti
era quella dell’adorazione e della
lode. La mia errata concezione riguardo
alle attività di una certa
elevatura in cui era necessario
non avere interessi personali egoistici,
mi portava a considerare l’adorazione
quasi unicamente in termini di dovere.
E ciò ne esclude il cuore.
Allora mi convertii all’edonismo
cristiano. Nel giro di poche settimane
mi resi conto che era arrogante
e non biblico cercare di adorare
Dio per qualsiasi altro motivo che
non fosse il piacere ottenuto in
lui. (Non dimenticate queste due
ultime parole: in lui. Non i suoi
doni, ma lui. Non noi stessi, ma
lui). Lasciate che descriva la serie
di intuizioni che mi resero un cristiano
edonista. Lungo la strada spero
che si chiarisca quel che intendo
dire con questa strana frase.
1.
Durante il mio primo trimestre al
seminario evangelico fui introdotto
sull’argomento dell’edonismo cristiano
da uno dei suoi maggiori esponenti,
Blaise Pascal. Egli scriveva:
"Tutti
gli uomini, nessuno eccettuato,
cercano di esser felici: per quanto
impieghino mezzi diversi, tutti
tendono a questo fine. Quel che
spinge alcuni ad andare alla guerra
e altri a non andarci è sempre
questo desiderio, presente negli
uni come negli altri, sebbene accompagnato
da opinioni diverse. La volontà
non fa mai il minimo passo se non
verso quest'oggetto. è il
movente di tutte le azioni di tutti
gli uomini, anche di quelli che
s'impiccano".
Questa
dichiarazione si adattava tanto
bene al mio profondo desiderio e
a tutto ciò che avessi mai
visto negli altri che la accettai
e non ho mai trovato alcun motivo
per dubitare d’essa. Quel che mi
colpì specialmente qui, fu
che Blaise Pascal non stava emettendo
nessun giudizio morale riguardo
a questo fatto. Per quanto gli riguardava,
cercare la propria felicità
non è un peccato; è
un semplice dato nella natura umana.
È una legge del cuore umano
come la gravità è
una legge della natura.
Questo pensiero ebbe un grande significato
per me e aprì la via alla
seconda scoperta.
2.
Avevo cominciato ad amare l’opera
di C.S. Lewis all’università.
Ma fu solo in seguito che acquistai
il sermone intitolato “Il peso della
gloria”. La prima pagina di quel
sermone è una delle pagine
più potenti della letteratura
che abbia mai letto. Essa dice:
" Se
chiedete a venti uomini buoni oggi
quale pensino sia la maggiore delle
virtù, diciannove di essi
risponderebbero: l’Altruismo. Ma
se lo aveste chiesto a uno qualsiasi
dei vecchi cristiani avrebbe risposto:
l’Amore. Vedete cosa è avvenuto?
Un termine negativo è stato
sostituito a uno positivo, e questa
ha un’importanza più che
filologica. L’ideale negativo di
Altruismo porta con sé il
concetto di non garantire buone
cose per gli altri come prima cosa,
ma di farne a meno noi stessi, come
se la nostra astinenza e non la
loro felicità fosse il punto
importante. Io non penso che questa
sia la virtù cristiana dell’Amore.
Il Nuovo Testamento ha molto da
dire riguardo all’abnegazione, ma
non riguardo all’abnegazione come
fine a sé stessa. Ci viene
detto di rinnegare noi stessi e
di prendere la nostra croce in modo
da poter seguire Cristo; quasi ogni
descrizione di ciò che in
ultima analisi troveremo se agiamo
così contiene un appello
al desiderio".
Se
nelle menti moderne si nasconde
l’idea che desiderare il nostro
proprio bene e costantemente sperare
di goderlo sia una cosa cattiva,
io suggerisco che questa idea sia
stata infiltrata da Kant e dagli
Stoici e non fa parte della fede
cristiana. Veramente, se consideriamo
le sfacciate promesse di premio
e l’incredibile natura dei premi
promessi nei Vangeli, sembrerebbe
che il nostro Signore trovi i nostri
desideri non troppo forti, ma troppo
deboli. Noi siamo creature poco
entusiaste, che scherzano con il
bere, il sesso e l’ambizione mentre
ci viene offerta una gioia infinita,
proprio come un bambino che vuole
fare castelli di fango in un vicolo
sporco perché non può
immaginare cosa significa una vacanza
al mare. Noi ci accontentiamo troppo
facilmente.
A
quel punto era tutto chiaro e alla
mia mente era completamente avvincente:
non è una cosa cattiva desiderare
il nostro proprio bene. Infatti
il maggior problema degli esseri
umani è che essi si accontentano
troppo facilmente. Non cercano il
piacere con la determinazione e
la passione che dovrebbero avere.
E così si accontentano di
castelli di fango di desiderio invece
di diletto infinito.
In tutta la mia vita non ho mai
sentito in tutta la mia vita nessun
credente, a parte un credente della
statura di Lewis, dire che tutti
noi non solo cerchiamo (come diceva
Pascal) ma che dobbiamo cercare
la nostra felicità. Il nostro
errore non sta nell’intensità
del nostro desiderio di felicità,
ma nella sua fiacchezza.
3.
La terza intuizione si trovava nel
sermone di Lewis, ma Pascal la rese
più chiara.
Egli continua dicendo: "Che
mai ci gridano, dunque, quest’avidità
e quest’impotenza se non che un
tempo ci fu nell’uomo una vera felicità,
di cui gli restano ora soltanto
il segno e l’impronta affatto vuota,
che esso cerca invano di colmare
con tutto quanto lo circonda, chiedendo
alle cose assenti l’aiuto che non
ottiene dalle presenti, e che non
può essergli dato da nessuna,
perché l’abisso infinito
può esser colmato soltanto
da un oggetto infinito e immutabile:
ossia, da Dio stesso?"
Ricordando
queste cose, ora mi sembra così
ovvio che non vedo come potessi
non capirlo. Tutti quegli anni avevo
provato a sopprimere il mio fortissimo
desiderio di felicità per
potere onestamente lodare Dio per
motivi più “alti” e meno
egoistici. Ma ora iniziava a balenare
l’idea che questo desiderio persistente
e innegabile di felicità
non andava soppresso, bensì
saziato – in Dio! La crescente convinzione
che la lode deve essere motivata
esclusivamente dalla felicità
che troviamo in Dio sembrava via
via meno strana.
4.
L’intuizione successiva venne di
nuovo da C.S. Lewis, ma stavolta
dalle sue Riflessioni sui Salmi.
Il nono capitolo di questo libro
porta il modesto titolo “Una parola
sulla lode”. Per me è stata
la parola sulla lode - la migliore
parola che abbia mai letto sulla
natura della lode.
Lewis dice che mentre cominciava
a credere in Dio, una grande pietra
d’inciampo erano per lui le richieste
di lode a Dio sparse per i Salmi.
Egli non capiva lo scopo di tutto
questo; inoltre, sembravano raffigurare
Dio come desideroso “della nostra
lode come una donna vanitosa che
desidera complimenti”. E continua
spiegando perché si sbagliava.
Ma
il fatto più ovvio circa
la lode - verso Dio o qualsiasi
altra cosa - stranamente mi sfuggiva.
Me la figuravo in termini di complimenti,
approvazione o dimostrazioni di
onore. Non avevo mai notato che
il godimento trabocca spontaneamente
nella lode… Il mondo risuona di
lodi - gli innamorati che lodano
le loro amanti, i lettori i loro
poeti preferiti, i camminatori la
campagna, i giocatori il loro gioco
preferito…
La mia difficoltà circa la
lode di Dio dipendeva dal mio assurdo
negare, relativamente al valore
supremo, quello che amiamo fare,
ciò di cui in realtà
non riusciamo a fare a meno per
tutte le altre cose che consideriamo
di valore.
Credo che amiamo dare lode a quello
che apprezziamo perché la
lode non esprime semplicemente l’apprezzamento,
ma lo completa; è il suo
coronamento.
Questo
fu il culmine del mio edonismo emergente.
La lode a Dio, la più alta
chiamata dell’umanità e nostra
eterna vocazione, non sembrava sottendere
la rinuncia, ma piuttosto il godimento
della gioia che così desideravo.
I miei antichi sforzi di raggiungere
l’adorazione senza nessun interesse
personale in essa si rivelarono
una contraddizione di termini. Noi
adoriamo solo le cose che ci deliziano.
Non c’è adorazione triste
o lode scontenta.
C’è un nome per quelli che
cercano di lodare senza avere piacere
per l’oggetto della lode. Si chiamano
ipocriti. Questo fatto – che la
lode significhi godimento e che
il più alto scopo dell’uomo
sia di bere a fondo di questo piacere
– fu forse una delle scoperte più
liberatorie che abbia mai fatto.
5.
Poi passai ai Salmi per mio conto
e trovai il linguaggio dell’edonismo
ovunque. La ricerca del piacere
non era facoltativa, ma comandata:
“Trova la tua gioia nel Signore,
ed egli appagherà i desideri
del tuo cuore” (Salmo 37:4).
Il salmista cercava di fare esattamente
questo: “Come la cerva desidera
i corsi d’acqua, così l’anima
mia anela a te, o Dio. L’anima mia
è assetata di Dio, del Dio
vivente” (Salmo 42:1-2). “Di te
è assetata l’anima mia, a
te anela il mio corpo languente
in arida terra, senz’acqua” (Salmo
63:1). La metafora della sete trova
la sua soddisfazione quando il salmista
dice che gli uomini “si saziano
dell’abbondanza della tua casa,
e tu li disseti al torrente delle
tue delizie” (Salmo 36:8).
Io ho trovato che la bontà
di Dio, il fondamento dell’adorazione,
non è una cosa alla quale
porgere i nostri rispetti per una
qualche disinteressata reverenza.
No, è qualcosa di cui gioire:
“Provate e vedrete quanto il Signore
è buono!” (Salmo 34:8). “Oh,
come sono dolci le tue parole al
mio palato! Son più dolci
del miele alla mia bocca” (Salmo
119:103).
Come dice C.S. Lewis, Dio nei Salmi
è “l’oggetto che soddisfa
tutto”. Il suo popolo lo adora senza
vergogna per “l’esultanza” che trovano
in lui (Salmo 43:4). Egli è
la fonte di un piacere completo
e inesauribile: “Vi sono gioie a
sazietà in tua presenza;
alla tua destra vi sono delizie
in eterno” (Salmo 16:11).
Questa è la breve storia
di come sono diventato un cristiano
edonista. Ormai sono ventotto anni
che rimugino su queste cose, e ne
è emersa una filosofia che
pervade praticamente tutti gli aspetti
della mia vita. Credo che sia biblico,
che soddisfi i più profondi
desideri del mio cuore, e che onori
il Dio e Padre del nostro Signore
Gesù Cristo. Ho scritto questo
libro per affidare queste cose a
tutti quelli che mi ascolteranno.
Nelle menti delle persone sorgono
molte obiezioni quando mi sentono
parlare in questo modo. Spero che
il libro risponda ai problemi più
seri. Ma forse posso attenuare in
anticipo alcune resistenze chiarendo
alcuni punti.
Per prima cosa, l’edonismo cristiano
come io lo intendo non significa
che Dio diventa un mezzo per aiutarci
a ottenere piaceri mondani. Il piacere
che ricerca l’edonismo cristiano
è il piacere che si trova
in Dio stesso. Egli è il
fine della nostra ricerca, non il
mezzo per qualche altro scopo. La
nostra esultanza è lui, il
Signore – non le strade d’oro, o
il ricongiungimento con i parenti
o le benedizioni celesti. L’edonismo
cristiano non riduce Dio a una chiave
che schiude uno scrigno pieno d’oro
e argento. Piuttosto cerca di trasformare
il cuore così che “l’Onnipotente
sarà il tuo oro, egli ti
sarà come l’argento acquistato
con fatica” (Giobbe 22:25).
Secondo, l’edonismo cristiano non
fa del piacere in sé un dio,
ma mette in luce che ciò
che si trova più piacevole
é già diventato un
dio. Dice che uno ha già
fatto un dio di quello che trova
più piacevole. Lo scopo dell’edonismo
cristiano è di trovare tutto
il piacere nell’unico e solo Dio
e quindi evitare il peccato della
bramosia, cioè l’idolatria
(Colossesi 3:5).
Terzo, l’edonismo cristiano non
ci mette al di sopra di Dio quando
lo cerchiamo per la nostra utilità.
Un paziente non è più
grande del dottore. Ne parlerò
ulteriormente nel terzo capitolo.
Quarto, l’edonismo cristiano non
è una “teoria generale della
giustificazione morale”. In altre
parole, da nessuna parte io affermo
che un’azione è giusta perché
porta piacere. Il mio scopo non
è di decidere cosa è
giusto usando la gioia come criterio
morale. Il mio scopo è di
mettere in evidenza il fatto sorprendente,
e in gran parte trascurato, che
una certa dimensione della gioia
è un dovere morale in tutte
le adorazioni sincere e le azioni
virtuose. Non dico che amare Dio
è buono perché reca
gioia, affermo che Dio ci ordina
di trovare gioia nell’amarlo (“Trova
la tua gioia nel Signore”, Salmo
37:4). Non dico che amare le persone
sia buono perché porta gioia.
Dico che Dio ci ordina di trovare
gioia nell’amare le persone. (“chi
fa opere di misericordia, le faccia
con gioia”, Romani 12:8).
Non leggo la Scrittura con una teoria
edonistica della giustificazione
morale. Al contrario, trovo nella
Bibbia il comandamento divino ad
essere ricercatori del piacere –
cioè, di abbandonare i miseri,
brevi, insoddisfacenti, distruttivi
e riduttivi piaceri del mondo e
di vendere tutto “con gioia” (Matteo
13:44) al fine di ottenere il regno
celeste e “entrare nella gioia del
tuo Signore” (Matteo 25:21, 23).
In breve, sono un cristiano edonista
non per ragioni filosofiche o teoriche,
ma perché lo comanda Dio
(sebbene non comandi di usare queste
etichette!).
Quinto, non dico che la relazione
tra amore e felicità sia
questa: “la vera felicità
necessita dell’amore”. Questa è
una semplificazione estrema che
perde di vista il punto cruciale.
La caratteristica tipica dell’edonismo
cristiano non è che la ricerca
del piacere richiede la virtù,
ma che la virtù consiste
essenzialmente, sebbene non solo,
nella ricerca del piacere.
La ragione per la quale arrivo a
questa conclusione è che
qui non sto operando come un filosofo
edonista, ma come un teologo biblico
e pastore che deve prendere atto
dei comandamenti divini
•
Amare la misericordia (non solo
praticarla, Michea 6:8),
• Mostrare misericordia con gioia
(Romani 12:8),
• Accettare la perdita con gioia
al servizio dei carcerati (Ebrei
10:34),
• Essere un donatore gioioso (2
Corinzi 9:7),
• Rendere la nostra gioia la gioia
degli altri (2 Corinzi 2:3),
• Pascere il gregge di Dio spontaneamente
e volenterosamente (1 Pietro 5:2),
e
• Vegliare sulle anime “con gioia”
(Ebrei13:17).
Quando
si riflette a lungo e profondamente
su questi meravigliosi comandamenti,
le implicazioni morali sono sbalorditive.
L’edonismo cristiano tenta di prendere
questi comandamenti con estremo
scrupolo. Il risultato è
penetrante e cambia la vita radicalmente:
la ricerca della vera virtù
comprende la ricerca della gioia,
perché la gioia è
componente essenziale della vera
virtù. Ciò è
del tutto diverso dal dire: comportiamoci
bene perché ci renderà
felici.
Sesto, l’edonismo cristiano non
è una distorsione del catechismo
riformato della fede. Questa fu
una delle critiche di Richard Mouw
nel suo libro, The God Who Commands
(Il Dio che ordina). Egli ha scritto:
" Piper
può provare ad alterare la
prima risposta del Catechismo Abbreviato
di Westminster – così che
glorificare e gioire di Dio diventi
glorificarlo gustando la sua deità
– per soddisfare i suoi scopi edonistici,
ma è un po’ più difficile
alterare le prime righe del Catechismo
di Heidelberg: che io, col corpo
e l’anima, nella vita e nella morte,
non appartengo a me stesso ma al
mio fedele Salvatore Gesù
Cristo".
La
questione circa l’inizio del Catechismo
di Heidelberg non è che non
posso cambiarlo per fini edonistici,
ma che non ne ho bisogno. Esso già
posiziona l’intero catechismo sotto
il desiderio umano di “conforto”.
Prima domanda: “Qual è il
tuo unico conforto nella vita e
nella morte?” La domanda dei critici
dell’edonismo cristiano è:
perché gli autori originari
del catechismo di quattrocento anni
fa hanno strutturato tutte le 129
domande così che siano un’esposizione
della domanda “Qual è il
mio unico conforto?” Ancora più
interessante è vedere l’interesse
per la “felicità” emergere
esplicitamente nella seconda domanda
del catechismo, che fornisce lo
schema per il resto del catechismo.
La seconda domanda è: “Quante
cose vi è necessario sapere,
che in questo conforto (Troste)
possiate vivere e morire felicemente
(seliglich)?” Quindi il tema principale
del “conforto” è chiarito
essenzialmente come “felicità”
e l’intero catechismo è una
risposta a come vivere e morire
felicemente.
La risposta alla seconda domanda
del catechismo è: “Tre cose:
primo, la grandezza del mio peccato
e del mio squallore. Secondo, come
sono stato redento dal mio peccato
e squallore. Terzo, come posso essere
grato a Dio per una tale redenzione”.
Poi il resto del catechismo si divide
in tre parti che trattano queste
tre cose: “Prima parte: Dello squallore
dell’uomo” (domande 3-11), “Seconda
parte: Della redenzione dell’uomo”
(domande 12-85) e “Terza parte:
Della gratitudine” (domande 86-129).
Ciò significa che l’intero
Catechismo di Heidelberg è
scritto per rispondere alla domanda:
Cosa devo sapere per vivere felicemente?
Sono confuso dal fatto che qualcuno
possa pensare che l’edonismo cristiano
necessiti di “alterare le prime
righe del catechismo di Heidelberg”.
Il fatto è che l’intero catechismo
è strutturato come lo strutturerebbe
l’edonismo cristiano. Quindi l’edonismo
cristiano non distorce i catechismi
riformati storici. Sia il catechismo
di Westminster sia quello di Heidelberg
cominciano con l’interesse per il
godimento dell’uomo per Dio, o la
sua ricerca di “vivere e morire
felicemente”. Non ho alcun desiderio
di essere dottrinalmente nuovo.
Sono grato che il catechismo di
Heidelberg sia stato scritto quattrocento
anni fa.
Verso una definizione di edonismo
cristiano
I nuovi modi di guardare al mondo
(anche quando sono vecchi di secoli)
non si prestano a definizioni semplici.
Ci vuole un intero libro perché
le persone inizino ad afferrarne
il senso. I giudizi rapidi e affrettati
quasi certamente saranno sbagliati.
Attenzione a fare congetture riguardo
ai contenuti di questo libro! L’ipotesi
che questo sia un altro frutto della
schiavitù dell’uomo moderno
alla centralità di sé
stesso sarà completamente
fuori strada. Ah, quali sorprese
vi aspettano!
Per molti il termine “edonismo cristiano”
sarà nuovo. Perciò
ho incluso l’appendice 4: “Perché
chiamarlo edonismo cristiano?” Se
questo termine è strano o
vi mette in difficoltà, forse
dovreste leggere quelle pagine prima
di affrontare i capitoli principali.
Preferirei riservarmi una definizione
di edonismo cristiano per la fine
del libro, quando i malintesi saranno
stati spazzati via. Uno scrittore
spesso auspica che la sua prima
frase venga letta alla luce dell’ultima,
e viceversa! Ma, purtroppo, da qualche
parte bisogna cominciare. Così
vi anticipo la definizione seguente
nella speranza che venga interpretata
con comprensione, alla luce del
resto del libro.
L’edonismo
cristiano è una filosofia
di vita costruita sulle cinque seguenti
convinzioni:
1.
Il desiderio della felicità
è un’esperienza umana universale,
ed è buono, non peccaminoso.
2. Non dovremmo mai cercare di negare
o di resistere al nostro desiderio
di felicità, come se fosse
un impulso sbagliato. Invece dovremmo
cercare di intensificare questo
desiderio e di nutrirlo con tutto
quello che fornirà la più
profonda e duratura soddisfazione.
3. La più profonda e duratura
soddisfazione si trova solo in Dio.
Non da Dio, ma in Dio.
4. La felicità che troviamo
in Dio raggiunge il suo apice quando
viene condivisa con gli altri nelle
molteplici vie dell’amore.
5. Finché cerchiamo di abbandonare
la ricerca del nostro piacere, manchiamo
di onorare Dio e amare le persone.
Oppure, per metterla in positivo:
la ricerca del piacere è
una parte necessaria della virtù
e dell’adorazione.
Cioè:
Lo
scopo principale dell’uomo è
glorificare Dio
gioendo
in Lui per sempre.
La radice della questione
Questo libro sarà principalmente
una meditazione della Scrittura.
Sarà espositivo piuttosto
che speculativo. Se non riesco a
mostrare che l’edonismo cristiano
deriva dalla Bibbia, non mi aspetto
che nessuno sia interessato, ancor
meno convinto. Ci sono migliaia
di filosofie create dall’uomo. Se
questa ne è un’altra, lasciate
che passi. C’è una sola roccia:
la Parola di Dio. Solo una cosa
importa in ultima analisi: glorificare
Dio nel modo che egli ha stabilito.
È per questo che sono un
cristiano edonista. È per
questo che ho scritto questo libro.
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