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Il primo e determinante postulato - parte prima - Renato Giuliani PDF Stampa E-mail
I fondamenti della fede (principia fidei) sono importanti tanto quanto
le dottrine della fede (articuli fidei). Questa affermazione sorprenderà
molte persone, soprattutto molti non credenti. È opinione comune,
infatti, che la fede cristiana rifugga dalla verifica delle proprie
fondamenta, e questo perché, essendo esse di natura sovrannaturale,
sarebbero razionalmente e scientificamente inverificabili; e in una
cultura scientista come la nostra, che ha fatto della verifica empirica1
(1Basata sull’osservazione dei fatti tramite esperimento: dal greco en-in peira-prova)
uno dei suoi fondamentali criteri di giudizio, questa presunta
inverificabilità delle fondamenta è sufficiente per screditare
totalmente il credo cristiano e relegarlo nell’ambito delle superstizioni
religiose. “Ciò che la scienza non può dirci, l’umanità non può sapere”,
affermava il matematico ateo Bertrand Russell.
È un dato di fatto, tuttavia, che Cristo termina il suo primo discorso
riportato nel vangelo di Matteo con queste parole:
Perciò, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, io lo
paragono ad un uomo avveduto, che ha edificato la sua casa sopra la
roccia. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa; essa però non crollò, perché era fondata sopra
la roccia. Chiunque invece ode queste parole e non le mette in pratica, sarà
paragonato ad un uomo stolto, che ha edificato la sua casa sulla
sabbia. Cadde poi la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa; essa crollò e la sua rovina fu grande (Mat
7:24-27).

Lungi dal minimizzare l’importanza delle fondamenta, Cristo ne fa,
fin dall’inizio della sua predicazione, la questione più cruciale in
assoluto
. Servendosi della perfetta illustrazione delle due case – una
che sussiste perché costruita sulla roccia (tēn petran) e una che crolla
perché costruita sulla sabbia (ammon) – Egli sottolinea l’assoluta
necessità di verificare il presupposto basilare sul quale poggia la nostra
vita.
Ognuno di noi, consciamente o inconsciamente, ha una propria
visione del mondo, cosiddetta perché comprende tutto ciò che
sappiamo e crediamo circa la realtà. Ovviamente, noi non attribuiamo a
tutte le nostre conoscenze e convinzioni la stessa valenza: alcune le
consideriamo certe e indiscutibili, altre dubbie e contestabili; alcune le
riteniamo fondamentali e rilevanti, altre marginali e trascurabili.
Quello che invece non è così ovvio – ma che Cristo invece rileva ed
evidenzia – è che alla base di ogni visione del mondo c’è un primo e
determinante presupposto
. È primo perché precede qualsiasi premessa,
osservazione e convinzione, essendo il postulato fondamentale sul
quale si basa l’intera struttura del nostro pensiero; ed è determinante
perché orienta e condiziona tutto il susseguente flusso conoscitivo,
quindi tutta la nostra interpretazione della realtà.
Questo ci fa capire perché urge verificare la verità e l’affidabilità di
questo primo e determinante presupposto: da esso dipende il valore di
tutto ciò che noi pensiamo e facciamo nella vita
! Se infatti il nostro
presupposto di fondo è vero, la vita che noi vivremo sarà vera e
significativa; se invece il nostro presupposto di fondo è falso, la vita che
noi vivremo sarà falsa e inutile. D’altronde, nessuna struttura può
durare se fondata su false premesse.
Si noti la perfetta e incontrovertibile ragionevolezza del principio:
tutto dipende dal primo postulato che poniamo alla base della nostra
coscienza conoscitiva; tutto dipende dall’affidabilità della fonte di
conoscenza alla quale ricorriamo per interpretare la realtà; tutto
dipende dall’autorità di riferimento in base alla quale stabiliamo ciò
che è vero o falso, giusto o sbagliato, buono o cattivo. Se sbagliamo su
questo primo postulato, tutto il resto è compromesso. Non per nulla
Gesù definisce “avveduto” (phronimō) l’uomo che costruisce la propria
casa sulla roccia e “stolto” (mōrō) l’uomo che invece costruisce la
propria casa sulla sabbia. Torneremo ancora su questo aspetto, ma è
opportuno puntualizzarlo subito: contrariamente a quello che molti
pensano, la verità evangelica si dimostra fin dall’inizio perfettamente
congrua alla più vera e sana razionalità.
Si noti anche che Cristo si esprime con parole semplici, così semplici
che anche un bambino può capirne il senso. Questo potrebbe trarre in
inganno quanti sovrastimano il valore delle raffinatezze linguistiche,
come se “semplicità di linguaggio” fosse sinonimo di “superficialità di
pensiero”. Piuttosto, è un dato di fatto che il “parlare difficile”
comporta due problemi: in primo luogo, fa una discriminazione
elitaria, escludendo dal ragionamento chi è meno dotato
intellettualmente o culturalmente; in secondo luogo, tende ad oscurare
le problematiche, non a chiarirle – in altre parole, rende difficile il
semplice mediante l’inutile. Ecco, ad esempio, come il grande filosofo
tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) spiega l’idea
basilare della sua dottrina:
Soltanto lo spirituale è l’effettuale, esso è: l’essenza o ciò che è in sé (an
sich); ciò che ha riferimento e determinazione, l’essere-altro e l’essere per
sé; e ciò che in quella determinatezza o nel suo essere fuori di sé resta
entro se stesso; ossia esso è in e per sé. Ma questo essere in sé e per sé lo
è da prima per noi o in sé: è la sostanza spirituale. Esso deve essere ciò
anche per se stesso, deve essere il sapere dello spirituale e il sapere di sé
come spirito, ossia deve essere in sé come oggetto e, nel medesimo
tempo, deve essere immediatamente anche come oggetto tolto, riflesso
in se stesso…2
(2G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Firenze, La Nuova Italia, 1960, p. 20).

Cristo parla in modo semplice ed essenziale perché tutti possano
comprendere la problematica in questione e possano considerarla con
il massimo grado di chiarezza3.
(3Scrive Paolo ai Corinzi: “Perché non vi scriviamo altre cose, se non quelle che
potete leggere o comprendere; e io spero che le comprenderete fino in fondo” II Cor 1:13).

Elimina dalla discussione tutto ciò che è superfluo – decorazioni linguistiche,
artificiosità religiose, girotondi filosofici, speculazioni metafisiche –
per mettere l’essere umano di fronte alla vera questione: nella fattispecie,
la verità e affidabilità del proprio fondamento esistenziale.
Il suo linguaggio semplice non toglie
nulla alla straordinaria acutezza del suo pensiero e all’importanza
determinante della questione che solleva; semmai, rende ancora più
diretto il confronto fra l’uomo e questo primo e decisivo nucleo
problematico. Le domande inevitabilmente rimbombano nella nostra
coscienza: su che cosa ho basato la mia breve e fragile vita? Qual è il
presupposto di fondo sul quale ho fondato la mia visione della vita? In
base a quali criteri l’ho determinato? L’ho mai messo in discussione per
verificarne la verità e l’affidabilità? Che cosa ne sarà di me se, giunto
alla fine della vita, scoprirò di aver vissuto in base a delle false
premesse? Se scoprirò che ciò che ho ritenuto vero, giusto e buono, era
invece falso, ingiusto e cattivo?
Penso poco alla morte – scrive Eugenio Scalfari – perché non c’è granché
da aggiungere a quel tema. Con lei credo d’aver già fatto i miei conti, non
mi fa paura. Certo l’idea del suo inevitabile arrivo non mi attira… Se è
stata una vita piena, se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue
capacità… se non hai prevaricato, se infine non sei stato avaro di te
stesso: questo vuol dire aver fatto i conti con la morte.
C’è un rischio in questo quadro, ed è che le cose non siano proprio
andate a quel modo; che io le veda così, con questa tonalità apologetica e
consolatoria, ma che non corrispondono a realtà. C’è il rischio che tu
abbia ricevuto più di quanto hai saputo dare, che tu abbia prevaricato,
sia stato avaro di te. Sono gli unici peccati che io riconosca per gravi e
sarei disperato se sapessi di averli commessi4.
(4Eugenio Scalfari, L’uomo che non credeva in Dio, Torino, Einaudi, 2009, pp. 148-149).

Il grido di Pascal

Scienziato, filosofo e teologo francese, Blaise Pascal (1623-1662) si
convertì alla fede cristiana all’età di ventinove anni, dopo una lunga e
profonda crisi di coscienza. Nei suoi Pensieri, spiegò così ciò che lo
portò a cercare Dio:
Nel vedere l’accecamento e la miseria dell’uomo, nel considerare tutto
l’universo muto, e l’uomo senza luce, abbandonato a se stesso e come
sperduto in quest’angolo dell’universo, senza sapere chi ce lo abbia
messo, che cosa sia venuto a farci, che cosa diverrà morendo, incapace di
qualsiasi conoscenza, sono preso da spavento, come un uomo che sia
stato portato addormentato in un’isola deserta e spaventosa e si svegli
senza sapere dov’è, e senza modo di uscirne. E stupisco che non ci si
disperi di una condizione tanto miserabile. Vedo accanto a me altre
persone, di consimile natura: domando loro se siano meglio istruite di
me; mi rispondono di no; e tuttavia questi miseri sperduti, dopo aver
dato un’occhiata intorno a sé e aver visto qualche oggetto piacevole, gli
si sono gettati sopra e gli si sono aggrappati. Quanto a me, non ho potuto
attaccarmici e, considerando come più probabile che esista qualcos’altro
oltre a quello che vedo, ho cercato se quel Dio abbia lasciato qualche
segno di sé5. (5Pensieri, 693).

Questo brano autobiografico di Pascal illustra perfettamente la
problematica fondamentale sollevata da Cristo. Ognuno di noi nasce,
cresce e, presa coscienza di sé e del mondo che lo circonda, inizia
inevitabilmente a porsi delle domande di fondo: chi sono e perché
esisto? Chi sono gli altri e perché esistono? Che significato devo
attribuire alle cose e ai fenomeni che vedo tutt’intorno a me? Alzo gli
occhi e fremo davanti all’immensità dell’universo: come ha avuto
origine e quale sarà la sua fine? C’è un senso ultimo al mondo, alla
storia dell’umanità, alla mia stessa vita, oppure tutto è vano e privo di
significato? Vedo che l’essere umano è diverso dagli animali, avendo il
dono della ragione, della coscienza morale, del linguaggio: ma perché
proprio lui e solo lui ha queste facoltà? È un caso, oppure l’uomo ha
una vocazione particolare nell’universo? Percepisco dentro di me una
coscienza morale che, a prescindere dalla mia volontà, mi accusa
quando commetto ciò che è male: ma come posso essere sicuro di ciò
che è male o bene, giusto o ingiusto, vero o falso? Come posso sapere
ciò che è razionale o irrazionale, morale o immorale, lecito o illecito?
Che cos’è la verità, l’onestà e l’amore? Che cos’è l’etica, il diritto e la
legalità? Che cos’è l’equità, la misericordia e la solidarietà? Anzi, prima
ancora di tutto ciò, da dove viene la mia stessa coscienza morale? È
qualcosa di acquisito o d’innato? Gli imperativi morali che mi fa pesare
sono relativi o assoluti? I giudizi che quotidianamente emette dentro di
me, contro di me, sono forse presagio di un giudizio retrospettivo e
finale che dovrò affrontare dopo la morte? Come posso essere sicuro
che in quel giudizio, se ci sarà, non sarò condannato? Esiste Dio? Si è
rivelato? È possibile conoscerlo?
Tutti questi interrogativi sorgono anche perché l’individuo non
nasce in un mondo beato e pacifico, dove regna l’amore e la concordia,
e nel quale si sente perfettamente integrato. Al contrario, il nostro è un
mondo enigmatico, contraddittorio, fatto di luci e ombre, nel quale
esiste il bene ma anche il male, la speranza ma anche la disperazione, la
vita ma anche la morte, dal quale ci sentiamo a volte accettati a volte
rifiutati, a volte avvicinati a volte respinti. Di fatto, noi nasciamo
alienati in una umanità alienata, e questo suscita ulteriori interrogativi:
Come ha avuto origine il male e perché tutta l’umanità ne è pervasa?
Perché l’uomo continua imperterrito a scegliere il male, pur sapendo
che poterà distruzione, miseria e morte? Vedo che nella società umana
il male avanza, che armi sempre più sofisticate e distruttive sono
messe a sua disposizione: l’uomo riuscirà a distruggere il male, oppure
sarà il male che alla fine distruggerà l’uomo? C’è una speranza in
questo quadro bieco? Se Dio esiste, interverrà per salvarci dalla nostra
stessa follia autodistruttiva?
A questo punto interviene la grande domanda epistemologica6
(6Ovvero, relativa al sapere. L’epistemologia – dal greco episteme
(conoscenza certa) e logos (discorso) – è quella branca della filosofia che
studia i criteri, i mezzi e i metodi del sapere umano)

a quale fonte di conoscenza ricorreremo per trovare le risposte a questi
vitali interrogativi? Di tutte le domande, questa è in assoluto la più
cruciale, perché dalla risposta che daremo dipenderà tutta la nostra
interpretazione della realtà, quindi tutto il significato e il valore della
nostra vita. Perché il nostro modo di vivere dipende dal nostro modo di
pensare, e il nostro modo di pensare dipende dalla fonte di conoscenza
alla quale ricorriamo e ci affidiamo per determinare le nostre
convinzioni personali. “Come l’uomo pensa nel suo cuore, così egli è”
(Prov 23:7), perché dal cuore “sgorgano le sorgenti della vita” (Prov
4:23).

Di certo, le questioni che ci confrontano sono di enorme complessità
e incalcolabile conseguenza; noi quindi non abbiamo bisogno di ipotesi
e teorie, ma di risposte vere, certe e affidabili, non per un’epoca storica
o una generazione, ma per sempre. Dunque, a chi ci rivolgeremo per
avere tali risposte? Diciamo “a chi”, e non “a che cosa”, perché,
trattandosi di domande razionali e morali, non possiamo di certo
rivolgerle a entità inanimate e impersonali. Le stelle, i pianeti, le forze
della natura, la terra, l’acqua, il fuoco, il vento, le piante e gli stessi
animali, non potrebbero mai capire i nostri interrogativi, tanto meno
rispondere ad essi:
Sale la luna, e getta un lungo raggio assonnato
Allo spazio, al mistero, all’abisso;
e ci guardiamo entrambi, fissamente,
Lei che brilla, io che soffro
7.
Victor Hugo, Parole sulla duna, 1854
(7La luna è totalmente indifferente (“assonnata”) a ciò che invece scuote e impressiona l’animo
umano (lo spazio, il mistero, l’abisso); per questo motivo, mentre lei incoscientemente brilla, l’uomo
coscientemente soffre. Fin dall’inizio la Bibbia mostra l’impossibilità che gli animali possano
rappresentare dei compagni soddisfacenti per l’essere umano. Differenti ontologicamente
dall’uomo, creato ad immagine di Dio (Gen 1:26-27), gli animali non possono risolvere il problema
della “solitudine” di Adamo, unico essere umano allora esistente Gen 2:19-20).
Se risposte vi sono, queste devono necessariamente provenire da un
essere personale, dotato di ragione e coscienza morale. Ma chi
nell’universo ha la conoscenza per enucleare misteri così profondi e
dissolvere contraddizioni così colossali? Chi possiede l’autorità per
definire principi così alti e decidere questioni così gravi? Chi ha il
potere per liberare da colpe così orrende e placare tempeste
coscienziali così forti? Chi ha la sovranità per accendere speranze così
grandi e riportare vittorie così critiche?

Due sole alternative

Torniamo alla parabola delle due case. Per meglio capirne il significato,
dobbiamo ricordare che essa interviene alla fine di uno straordinario
discorso in cui Cristo ha dato risposta alle questioni per noi più
importanti: ciò che l’uomo deve essere (Mat 5:3-12), ciò per cui l’uomo
deve vivere (5:13-16), e i principi spirituali e morali in base ai quali
deve agire (5:17-7:13). Poi ha sollecitato il suo uditorio a convertirsi –
ad entrare per “la porta stretta” e seguire “la via angusta e difficile” da
Lui indicata (7:14-15) – tenendo presente che alla fine ogni essere
umano dovrà rendere conto di stesso a Dio (7:21-23). Ecco, quindi, in
conclusione, la parabola:
Perciò, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, io lo
paragono ad un uomo avveduto, che ha edificato la sua casa sopra la
roccia… Chiunque invece ode queste parole e non le mette in pratica, sarà
paragonato ad un uomo stolto, che ha edificato la sua casa sulla sabbia…
(Mat 7:24-26).

Perché Cristo termina il suo discorso con questa parabola dei due
edificatori, le due case e i due diversi esiti? Evidentemente per far
capire ai suoi uditori che per l’essere umano vi sono solo due
alternative
: o egli edifica la propria vita sulla parola di Cristo (“la
roccia
”), oppure edifica la propria vita su un'altra parola (“la sabbia”)8.
(8 Si noti anche il precedente e significativo riferimento alle due strade,
alle due porte e ai due alberi (Mat 7:13-20). Non esiste una terza alternativa).
Non importa che cosa sia quest’altra parola: una tradizione, una
religione, una filosofia, una ideologia; né importa chi abbia concepito,
pronunciato o codificato quest’altra parola: un saggio, un maestro
spirituale, un filosofo, un ideologo. Proprio perché non è la parola di
Cristo, essa non può che rappresentare un fondamento precario,
inadeguato, illusorio per la vita. Infatti, che cosa significa costruire una
casa direttamente sulla sabbia se non costruirla senza fondamento? Nel
brano parallelo, riportato nel vangelo di Luca, questo punto è
chiaramente specificato:
Chi invece le ha udite e non le ha messe in pratica, è simile a un uomo
che ha edificato una casa sopra la terra senza fondamento (chōris
themeliou); quando il torrente l'ha investita, essa è subito caduta, e la sua
rovina è stata grande (Luca 6:49).

Essenzialmente, quindi, il messaggio di Cristo è questo: “Io ho
spiegato a voi le verità fondamentali della vita – a voi che siete
smarriti, persi, nel disperato bisogno di essere salvati. Se crederete in
Me e seguirete la mia parola, voi costruirete la vostra vita sulla “roccia
della verità, e su quella roccia voi sarete al sicuro, anche quando sarete
sottoposti alle prove più dure, anche quando, un giorno, sarete
sottoposti al vaglio finale del giustizio di Dio. Alternativamente, potete
continuare a scegliere altre autorità di riferimento, a ricorrere ad altre
fonti di conoscenza, a seguire altre parole – religiose, filosofiche,
ideologiche. Ma vi avverto: se così sceglierete, voi costruirete la vostra
vita sulla “sabbia” delle opinioni umane; e quando verranno le dure
prove della vita, e soprattutto quando alla fine sarete sottoposti al
vaglio del giudizio di Dio, quelle opinioni si sgretoleranno e tutto ciò
che vi avrete costruito sopra collasserà”.