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Fede spericolata PDF Stampa E-mail

Prodotto 15 Fede spericolata Prezzo/Unità 12.50 EUR Q.tà

 

FEDE SPERICOLATA

John F. MacArthur
pag. 259 - Euro 12,50

 



I N D I C E
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Ringraziamenti
Introduzione

1 Il conflitto contro la ragione
2 L’ascesa della fede spericolata
3 La metodologia biblica del discernimento
4 Quali sono gli elementi fondamentali del cristianesimo?
5 Evangelici e Cattolici Insieme
6 Morire dalle risate
7 Cercare la verità in tutti gli ambiti sbagliati
Appendice 1: Il cattolicesimo romano sta forse cambiando?
Appendice 2: Aggiornamento documento ECI
Appendice 3: La teologia del discernimento di J. Edwards

Note bibliografiche

I N T R O D U Z I O N E
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Molte persone ritengono erroneamente che la fede sia una realtà inerentemente nobile. Una canzoncina popolare esalta la virtù del credere, dicendo: ‘Per ogni goccia d’acqua piovana, credo che un fiore sbocci’; ovviamente nessuno lo crede realmente, ma il punto non è questo. La canzoncina vuole essere un peana in onore della fede – senza il minimo interesse al contenuto di quella fede: il compositore non aveva alcuna preoccupazione circa l’oggetto della fede. Il sentimento espresso da quella canzoncina non è affatto biblico; si rivela piuttosto come l’eco di una delle menzogne più subdole della nostra epoca – fin tanto che si crede con sufficiente passione, il contenuto della fede è secondario.
Forse non sapete che la fede può rivelarsi seriamente dannosa; esistono alcune varietà di fede che in effetti ci allontanano dall’Iddio vivente e vero, in quanto sostituiscono la verità con la superstizione, con la falsità o addirittura con la fede stessa: queste diverse manifestazioni conducono inevitabilmente al disastro spirituale – siamo di fronte alla fede avventata.
Questo tipo di fede si orienta verso due estremi: da un lato troviamo l’atteggiamento introspettivo – ci si affida ai sentimenti, alle voci interiori, alla fantasia oppure alle sensazioni soggettive; all’estremo opposto constatiamo un atteggiamento che rivolge la propria speranza a qualche autorità umana esteriore – gli insegnamenti di un capo supremo, le tradizioni religiose, il dogma del magistero o qualche altro canone arbitrario.
Al di fuori del cristianesimo, un esempio evidente che gravita attorno al primo estremo è quello del misticismo della New Age; per ciò che attiene all’estremo opposto, si può citare il caso dell’Islam. Tuttavia, entrambe le varietà di questa fede avventata emergono chiaramente anche all’interno di gruppi che professano la fede cristiana. Il movimento carismatico, ad esempio, oscilla verso il primo estremo; il cattolicesimo romano, invece, è la quint’essenza del secondo. Nel novero delle credenze religiose che vengono etichettate come ‘cristiane’, esistono innumerevoli idee che implicano una qualche tipologia di fede avventata – non di rado, poi, ci troviamo di fronte ad una commistione di tendenze che procedono dai due estremi.
Inoltre, quale che sia l’estremizzazione, c’è da notare che la fede avventata ricerca la verità spirituale senza alcuna considerazione della Scrittura, ed è proprio per questo motivo che diviene una fede incauta. Ad accomunare le varie tipologie vi è anche il fatto che si rivelano irrazionali ed anti intellettuali: quest’ultima accezione non va intesa tanto nel senso di opposizione allo snobismo intellettuale, quanto allo spurn dell’intelletto, che sfocia poi nell’incoraggiare una forma di fiducia cieca ed acritica. I sostenitori di tale posizione pongono spesso la fede contro la ragione, come se le due realtà fossero antitetiche; questo tipo di fede è gullibility: si tratta di una fede folle e non biblica, in quanto quella scritturale non è mai irrazionale.
A questo livello introduttivo occorre enunciare in modo chiaro una triplice distinzione: in primo luogo, nel difendere la razionalità, non è mia intenzione suggerire che la ragione umana, anche la più brillante, è in grado di condurre una persona alla verità salvifica; la realtà del peccato ha corrotto ed ottenebrato la mente ed il cuore di ogni persona, talchè nessuno di noi è minimamente in condizione di ragionare circa la via della salvezza. Da ciò discende il motivo per cui Dio ci ha consegnato la rivelazione sovrannaturale, ovvero la Sua Parola ispirata, la Bibbia. La Scrittura è la rivelazione di Dio a noi; è autentica poiché Dio è veritiero (Rom. 3:4); a tale verità non giungiamo attraverso un percorso ragionato, piuttosto cominciamo col prendere Dio in parola e facciamo della Scrittura il fondamento su cui edificare ogni ragionamento.
Secondariamente, affermare che le persone non sono in grado di aprirsi la via alla verità della Scrittura tramite il ragionamento, non equivale ad implicare che la Scrittura stessa sia irrazionale. La Bibbia è perfettamente ragionevole, coerente con se stessa, veritiera in ogni aspetto, affidabile come fondamento per la nostra logica e come base per un discernimento efficace, nonché trustworthy come riferimento di ultima istanza in materia di sana dottrina; proprio perché si tratta della verità, essa risulta perfettamente razionale.
Da ultimo, sostenere una tesi contro l’irrazionalità non vuol dire schierarsi a favore del razionalismo. Quest’ultimo è una filosofia che nega la rivelazione divina; si oppone a ciò che è sovrannaturale e biblico, e spesso si mostra cinico nei confronti di ogni forma religiosa. I razionalisti fanno della ragione umana sia la fonte, sia la verifica assoluta della verità; in sostanza, rimpiazzano la Scrittura con la ragione umana. I credenti hanno fatto bene a rifiutare costantemente il razionalismo come nemico della fede cristiana.
Il punto dunque è questo: sebbene dobbiamo rifiutare il razionalismo, non osiamo tuttavia ripudiare la razionalità, vale a dire l’uso legittimo di una ragione santificata, di una logica palmare, di un pensiero attento e del comune buon senso. Quanti rifiutano la razionalità rendono ogni verità come un non senso; si disfanno di ogni facoltà mentale essenziale alla comprensione, e prefigurano la fede come un semplice salto nel buio che può fare a meno dell’intelletto. Una ‘fede’ di questo tipo si basa sui sentimenti, oppure viene presentata come un mero atto della volontà; in ogni caso siamo di fronte ad una fede avventata.
La fede autentica non può mai fare a meno della mente; non può essere irrazionale: dopotutto, la fede ha a che vedere con la verità. Quest’ultima è un dato oggettivo che va conosciuto, studiato, contemplato e compreso; e queste sono tutte attività che coinvolgono l’intelletto.
Tutto ciò significa che il cristianesimo non può essere anti intellettuale; l’insieme delle verità su cui si fonda la nostra fede raggiunge delle profondità misteriose – ineffabili od inscrutabili alla sola mente umana – tuttavia la verità non è mai irrazionale. Si tratta di una differenza di grande valenza: Dio non può mentire (Tito 1:2), talchè ciò che Lui afferma è verità; l’antitesi è necessariamente menzogna. La verità non può contraddire se stessa, assume senso compiuto, mentre il non senso non può rivelarsi veritiero.
A questo occorre aggiungere il fatto che la dottrina su cui basiamo la nostra fede deve essere sana – il che equivale a dire che deve essere biblica (1 Tim. 4:6; 2 Tim. 4:2 – 3; Tito 1:9; 2:1). ‘Se qualcuno insegna una dottrina diversa e non s’attiene alle sane parole del Signor nostro Gesù Cristo e alla dottrina che è secondo pietà, esso è gonfio e non sa nulla’ (1 Tim. 6:3 – 4, il corsivo è mio). Dunque, la sana dottrina biblica sottostà ad ogni vera saggezza ed alla fede autentica; quell’atteggiamento che disprezza la dottrina, elevando al contempo i sentimenti oppure la fede cieca, non può essere legittimamente definito come fede, anche se si camuffa da cristianesimo. Di fatto si tratta di una forma irrazionale di incredulità.
Dio ci chiamerà a rispondere di ciò che crediamo, oltre al modo in cui riflettiamo sulla verità; tutta la Scrittura attesta il fatto che il Signore vuole che noi conosciamo e comprendiamo la verità. Lui esige che noi siamo accorti; la Sua volontà è che noi usiamo le nostre menti. Siamo tenuti a riflettere, a meditare, a discernere. Considerate, ad esempio, questi ben noti passi scritturali; notate la ripetizione di termini come verità, conoscenza, discernimento, saggezza e comprensione:
- ‘Ecco, tu ami la sincerità nell’interiore; insegnami dunque sapienza nel segreto del cuore’ (Sal. 51:6).
- ‘Il timor dell’Eterno è il principio della sapienza; buon senno hanno tutti quelli che mettono in pratica la sua legge…’ (Sal. 111:10).
- ‘Dammi buon senno e intelligenza, perché ha creduto nei tuoi comandamenti’ (Sal. 119:66).
- ‘…prestando orecchio alla sapienza e inclinando il cuore all’intelligenza; sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all’intelligenza, se la cerchi come l’argento e ti dai a scavarla come un tesoro, allora intenderai il timor dell’Eterno, e troverai la conoscenza di Dio. Poiché l’Eterno dà la sapienza; dalla sua bocca procedono la scienza e l’intelligenza’ (Prov. 2:2 – 6).
- ‘Il principio della sapienza è: Acquista la sapienza. Sì, a costo di quanto possiedi, acquista l’intelligenza’ (Prov. 4:7).
- ‘Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo ciò udito, non cessiamo di pregare per voi, e di domandare che siate ripieni della profonda conoscenza della volontà di Dio in ogni sapienza ed intelligenza spirituale’ (Col. 1:9).
- ‘…cioè di Cristo, nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti’ (Col. 2:3).
- ‘Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia…’ (2 Tim. 3:16).
Come credenti, non dobbiamo temere di usare le nostre facoltà razionali; non v’è motivo di mostrarsi diffidenti nei confronti della buona logica: non c’è necessità, anzi non osiamo abbandonare la ragione.
Nel 1521, quando Martin Lutero venne convocato alla Dieta di Worms e gli fu chiesto di ritrattare i propri insegnamenti, il riformatore tedesco rispose: ‘Se non sarò convinto mediante le testimonianze delle Sacre Scritture o con aperte, chiare e limpide ragioni…io sono legato dalle parole delle Scritture…non posso e non voglio ritrattarmi, perché è un grave pericolo ed una minaccia per la salvezza eterna fare qualcosa contro coscienza. Che Dio mi aiuti! Amen’.
La famosa formula di Lutero, ‘[le] Sacre Scritture o con aperte, chiare e limpide ragioni…’ è l’unico fondamento su cui possiamo a giusto titolo edificare il discernimento spirituale. Il discernimento consiste nella capacità di comprendere, di interpretare e di applicare la verità con proprietà; si tratta di un atto cognitivo. Di conseguenza, quanti disprezzano la sana dottrina od il ragionamento valido non hanno qualifiche per presentarsi come persone atte al discernimento.
L’autentico discernimento spirituale deve cominciare con la Scrittura, ovvero con la verità rivelata. La ragione umana che non si radica fermamente nella rivelazione divina, degenera sempre nello scetticismo (la negazione che si possa conoscere qualcosa per certo), nel razionalismo (la teoria per cui la ragione è la fonte della verità), nel secolarismo (un approccio esistenziale che esclude volontariamente Dio), oppure in una delle tante altre filosofie anti cristiane. Quando la Bibbia condanna la saggezza umana (1 Cor. 3:19), non sta denunciano la ragione in quanto tale, bensì l’ideologia umanista dissociata dalla verità della Parola di Dio, divinamente rivelata. In altri termini, mentre la ragione separata dalla Parola di Dio conduce inevitabilmente a delle idee infondate, quella che invece si sottomette alla Sua Parola si colloca al centro di un saggio discernimento spirituale.
La Confessione di Fede di Westminster attesta con chiarezza la formula ‘Scritture e sana ragione’ come fondamento del discernimento: ‘L’intero consiglio di Dio…viene esposto espressamente nelle Scritture, o può essere dedotto da quest’ultime attraverso una conseguenza necessaria e valida’ (capitolo 1, sezione 6). In altre parole, per maturare una comprensione matura e a tutto tondo della verità spirituale che Dio ci ha rivelato, dobbiamo applicare una logica attenta e valida alla Parola di Dio. Ciò non equivale a negare la sufficienza della Scrittura; non siamo di fronte alla formula: Scrittura + filosofia, piuttosto intendiamo che la Scrittura venga interpretata da un ragionamento accurato, attento, meditato e guidato dallo Spirito.
In sintesi, un atteggiamento anti intellettuale risulta incompatibile con l’autentica saggezza spirituale; quanti intendono la fede in termini di abbandono della ragione, non possono maturare il discernimento: l’irrazionalità ed il discernimento sono tra loro antitetici. Quando Paolo pregava affinchè l’amore dei Filippesi abbondasse ‘sempre più…in conoscenza e in ogni discernimento…’ (Fil. 1:9), l’apostolo stava affermando la razionalità della fede autentica. Inoltre, intendeva anche suggerire che la conoscenza ed il discernimento vanno di pari passo con la crescita spirituale autentica.
La fede biblica, dunque, risulta essere razionale, ragionevole, intelligente e sensata. La verità biblica richiede di essere contemplata razionalmente, esaminata logicamente, studiata, analizzata ed utilizzata come l’unica fonte affidabile su cui maturare una valutazione saggia: questo processo è proprio ciò che la Scrittura definisce come discernimento.
Questo libro vuole essere un’esortazione al discernimento; ci ricorda che la verità di Dio è un bene prezioso che deve essere trattato con cura – non vi è posto né per la credulità, né per i vincoli delle tradizioni umane. Quando una chiesa perde la volontà di discernere tra la sana dottrina e l’errore, tra il bene ed il male e tra la verità e le menzogne, quella chiesa è destinata a finire male.
L’apostolo Giovanni delineò una distinzione netta tra il cristianesimo e lo spirito dell’anticristo, e la rimarcò con tenacia: ‘Chi passa oltre e non dimora nella dottrina di Cristo, non ha Iddio. Chi dimora nella dottrina ha il Padre e il Figliuolo. Se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina, non lo ricevete in casa, e non lo salutate; perché chi lo saluta partecipa alle malvage opere di lui’ (2 Giov. 9 – 11). Ecco come Giovanni ordinò a quanti erano sotto la sua responsabilità spirituale di prestare attenzione e discernimento, nonché di non avere nulla a che fare con gli errori che negavano Cristo, o lo purveyors.
Si tratta di un atteggiamento opposto a quello di molti credenti odierni, i quali soothe themselves con l’idea che esistono poche realtà dai contorni ben definiti. Le questioni dottrinali, morali, ed i principi cristiani confluiscono tutti in una grande zona d’ombra; nessuno può tracciare dei confini definitivi, né dichiarare delle realtà assolute. Ogni persona viene incoraggiata a fare ciò che ritiene giusto – e questo è esattamente ciò che Dio ha vietato (vedi Deut. 12:8; Giud. 17:6; 21:25).
La chiesa tornerà ad esercitare una forte influenza sulla società, solo a condizione di reimpossessarsi di un amore passionale per la verità ed un odio parallelo verso l’errore. I credenti autentici non possono condonare o disregard le influenze anti cristiane che si manifestano in mezzo a loro, e allo stesso tempo attendersi di sperimentare la benedizione di Dio.
‘E questo tanto più dovete fare, conoscendo il tempo nel quale siamo; poiché è ora ormai che vi svegliate dal sonno; perché la salvezza ci è adesso più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiam dunque via le opere delle tenebre, e indossiamo le armi della luce’ (Rom. 13:11 – 12).
‘Figliuol mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti, prestando orecchio alla sapienza e inclinando il cuore all’intelligenza; sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all’intelligenza, se la cerchi come l’argento e ti dai a scavarla come un tesoro, allora intenderai il timor dell’Eterno, e troverai la conoscenza di Dio.
Poiché l’Eterno dà la sapienza; dalla sua bocca procedono la scienza e l’intelligenza’ (Prov. 2:1 – 6).

N O T E  S U L L ' A U T O R E
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Il dott. John F. MacArthur è pastore della Grace Community Church a Sun Valley, California ed è presidente del The Master’s College and Seminary. Ogni giorno le sue predicazioni vengono trasmesse da circa 300 emittenti radio attraverso il programma “Grace to You”. E’ autore di diversi best-seller tra cui Ashamed of the Gospel, The Gospel according to Jesus, Expository Preaching e Our Sufficiency in Christ.


B I O G R A F I A
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Il dott. John F. MacArthur è pastore della Grace Community Church a Sun Valley, California ed è presidente del The Master’s College and Seminary. Ogni giorno le sue predicazioni vengono trasmesse da circa 300 emittenti radio attraverso il programma “Grace to You”. E’ autore di diversi best-seller tra cui Ashamed of the Gospel, The Gospel according to Jesus, Expository Preaching e Our Sufficiency in Christ.

A P P E N D I C E  1
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Il cattolicesimo romano sta realmente cambiando?
Di recente mi é stata data una copia del Foxe’s Book of Martyrs (Il libro dei martiri di Fox, N.d.T.), in un’edizione di qualche secolo fa ed in versione rilegata in cuoio. L’ultima volta che avevo letto questa pubblicazione classica risaliva a molti anni or sono, e non ne avevo mai vista una copia così datata. Scorrendo le pagine, il libro mi ha ricordato quale prezzo crudele è stato pagato da migliaia di persone in conseguenza della loro presa di posizione a favore della verità. Ciò mi ha indotto a riflettere sul fatto che molte persone contemporanee, talmente affossate nel relativismo esistenziale, non riuscirebbero mai a comprendere un attaccamento così grande alla verità biblica, al punto da essere disposti a morire piuttosto che modificare i propri convincimenti religiosi.
Ci fu un momento, al culmine del periodo puritano, quando Il libro dei martiri di Fox era diffuso tra la gente dell’Inghilterra e delle colonie americane in misura secondaria solo alla Sacra Scrittura. Si tratta di un’antologia degli eventi che hanno segnato l’esistenza di migliaia di persone, morte per la loro fede in Gesù Cristo ed il loro attaccamento alla Parola di Dio: quasi ogni pagina è straziante. Sono incluse diverse illustrazioni che riportano le torture ed i crimini perpetrati con efferata brutalità a danno di persone di fede: si tratta di scene scioccanti e sconvolgenti anche per chi vive in un’epoca di violenza grafica inaudita.
Ciò che risulta maggiormente scioccante è che gli aspetti peggiori di quelle disumanità indicibili vennero attuati da membri della gerarchia ecclesiastica, convinti di agire nel nome di Cristo, in opposizione a quanti volevano solo vivere in obbedienza alla Parola di Dio.
Nei primi mille e duecento anni di cristianesimo, la condanna stabilita per l’eresia fu la scomunica; dopo di che, a partire dal tredicesimo secolo, la chiesa cominciò a sollecitare il potere politico affinché considerasse l’eresia come un crimine capitale: nel 1231, Papa Gregorio IX nominò i primi inquisitori pontifici incaricati della soppressione degli eretici. Passarono vent’anni, e Papa Innocente IV autorizzò il ricorso alla tortura contro le persone indagate; la pena stabilita per i condannati era la morte, solitamente al rogo.
Gli inquisitori cattolici operarono con la benedizione papale per più di seicento anni; collettivamente, sono responsabili per un numero di martirii cristiani superiore a qualunque altro massacro operato a danno del popolo di Dio, persino più di quelli perpetrati da tutti gli imperatori dell’antica Roma pagana.
La Chiesa Cattolica, comunque, non è la sola istituzione religiosa colpevole di aver commesso atrocità: Martin Lutero, ad esempio, fu acconsenziente alla morte di migliaia di persone durante la Rivolta dei Contadini nella Germania del sedicesimo secolo; molte persone di spicco della Riforma si unirono ai cattolici nell’invocare la morte degli anabattisti. Giovanni Calvino sanzionò la condanna al rogo di Michele Serveto, l’ultra eretico che venne condannato sia dai cattolici, sia dai calvinisti, per la sua posizione anti-trinitaria; l’esercito puritano di Oliver Cromwell trattò i cattolici irlandesi con terribile crudeltà, e fu lo stesso Lord Protettore ad apporre il sigillo sul bando di condanna per la decapitazione di Carlo I; nella colonia del Massachusetts, i puritani uccisero quattro quaccheri prima che le disposizioni di legge trattanti l’eresia come reato capitale, venissero abrogate.
Tuttavia, tutte queste malvagità semplicemente impallidiscono a confronto con le ondate orripilanti di tirannia e disumanità attuate in nome del cattolicesimo romano. L’inquisizione, con le relative stragi ed i massacri, eclissano ogni altra atrocità religiosa commessa in occidente, sia per estensione temporale, sia per brutalità. In un unico episodio, quello dell’infame Massacro di San Bartolomeo nel 1572, migliaia di protestanti francesi (gli Ugonotti) vennero uccisi in una sola notte nella città di Parigi; ciò costituì solo l’inizio di un bagno di sangue in cui migliaia di altri Ugonotti trovarono la morte in un’autentica caccia all’uomo che si scatenò in tutta la Nazione. “Quando le notizie relative al massacro raggiunsero Roma, il papa indisse gioiosamente un giorno di celebrazioni pubbliche: la capitale venne illuminata di notte, e nella cattedrale si susseguirono funzioni di ringraziamento solenni”. Gregorio XIII fu il pontefice che celebrò effettivamente il massacro degli Ugonotti con una Messa solenne di ringraziamento; l’evento lo rese talmente contento da ordinare la coniazione di una moneta commemorativa. “Affidò al [pittore rinascimentale Giorgio] Vasari l’esecuzione di un affresco del massacro nella Sala Regia del Vaticano, con l’aggiunta delle parole Pontifex Colignii necem probat – «il Papa approva l’assassinio di Coligny»”. Nei cento anni che seguirono la notte di San Bartolomeo, il protestantesimo francese venne di fatto cancellato dalla persecuzione cattolica.
La brutalità dell’inquisizione spagnola è ben conosciuta; uno dei suoi generali più infami, Tommaso di Torquemada, sfruttò il proprio ufficio, trasformandolo in un centro di potere quasi analogo a quello del re. Gli inquisitori spagnoli trasformarono il processo e la condanna degli eretici in uno sgargiante “atto di fede” cerimoniale, conosciuto come auto-da-fè. Vennero escogitate delle torture indicibili per indurre gli eretici alla confessione; questa, che fu la più atroce di tutte le inquisizioni, cominciò nel 1479 per concludersi solo 160 anni dopo.
Ai nostri giorni, nessuna figura di spicco del cattolicesimo sosterrebbe seriamente che gli eretici dovrebbero essere uccisi, oppure che l’attività dell’inquisizione dovrebbe essere nuovamente autorizzata a torturarli. Allora, perché riesumare il passato? L’apologeta cattolico Karl Keating è convinto del fatto che la maggior parte dei fondamentalisti utilizza l’inquisizione solo come un’argomentazione ingiusta. “Prima o poi”, scrive “qualsiasi scambio di opinioni con i fondamentalisti approderà al tema dell’inquisizione: è quasi impossibile evitarlo… Si tratta di una problematica rilevante nel contesto della polemica nei confronti del cattolicesimo, anche perché la maggior parte dei cattolici non è in grado di fornire una risposta sensata”.
Keating mette in dubbio le statistiche, sostenendo che “alcuni storici [asseriscono] un computo inferiore alle tremila esecuzioni capitali effettuate nel corso di trecento anni, mentre altri propongono un numero più alto”; l’autore cita il caso delle streghe che vennero uccise in nazioni non cattoliche, e suggerisce che “la severità nella condanna non è tanto da attribuirsi al cattolicesimo in sé, quanto al carattere generale del tempo”.
Alla fine, comunque, Keating riconosce che non ha senso cercare di passare sopra i fatti storici incontrovertibili, oppure mascherare il vero volto dell’inquisizione; egli scrive:
La Chiesa [Cattolica] non ha nulla da temere dalla verità e da una sua giusta valutazione; il fondamento divino della Chiesa non può essere disfatto da alcun resoconto di follie, di zelo mal consigliato o di crudeltà commesse dai cattolici… Occorre cogliere il fatto che la Chiesa contiene in sé ogni genere di peccatori e delinquenti, alcuni dei quali riescono a raggiungere delle posizioni influenti; il grano e la zizzania coesisteranno nel Regno fino alla fine, e ciò per volontà del Fondatore.
L’autore conclude affermando che “la semplice esistenza dell’inquisizione non falsifica le credenziali della chiesa”.
Keating prosegue consigliando i propri correligionari su come replicare ai fondamentalisti che sollevano interrogativi circa l’inquisizione:
Il Cattolico dovrebbe chiedere al fondamentalista di spiegare che cosa viene dimostrato dall’esistenza dell’inquisizione; dopotutto, nessun fondamentalista solleverebbe questa tematica a meno di ritenere che possa provare qualcosa a danno della Chiesa Cattolica. E che prova? Forse il fatto che la chiesa contiene dei peccatori? Non c’è dubbio. Oppure che a volte i peccatori hanno raggiunto delle posizioni di autorità? Assodato. O ancora che persino dei buoni cattolici, a volte, perdono il giusto equilibrio? Sì, è tutto vero, sebbene tali accuse potrebbero essere rivolte ed accertate anche se l’inquisizione non fosse mai esistita… [Argomentazioni analoghe] possono ritorcersi egualmente contro il cristianesimo riformato: se l’inquisizione stabilisse la falsità del cattolicesimo, la condanna delle streghe stabilirebbe quella del protestantesimo.
Questa analisi elude il problema di fondo: l’inquisizione evidenzia il modo mostruoso in cui i papi hanno dimostrato la loro fallacità in materia di fede e di morale. Se non altro, pone un serio interrogativo se quanti si sono comportati così diabolicamente hanno titoli per esigere la venerazione in qualità di vicari di Cristo; mette inoltre in discussione la credibilità della pretesa ecclesiale di parlare in terra, a nome di Dio, in modo autorevole, ed evidenzia l’errore di una dottrina che investe un ufficio terreno con una autorità divina.
Nessun protestante, a partire da quanti furono coinvolti nella persecuzione delle streghe, si è mai arrogato pretese di infallibilità; nei fatti, furono proprio i responsabili di chiesa puritani del Massachusetts che posero termine all’isteria contro le streghe divampata nel villaggio di Salem.
Successivamente, proclamarono un giorno di digiuno e di ravvedimento in tutta la colonia; Samuel Sewell, un laico puritano, fu uno dei giudici che presiedette i processi contro le streghe: nel giorno del digiuno, si alzò in chiesa “col desiderio di assumersi il biasimo e la vergogna”, mentre la sua umile confessione di peccato veniva letta ad alta voce dal pastore.
Furono gli stessi leader puritani a confessare che le atrocità commesse erano degli atti peccaminosi, abominevoli e ripugnanti.
I pontefici romani non ricorrono solitamente a tali ammissioni pubbliche di colpevolezza: e come potrebbero, dal momento che si sono ammantati della veste di infallibilità? Neanche la Chiesa stessa potrebbe assumersi il biasimo, in quanto de facto pretende di essere infallibile: il suo dogma, la sua tradizione e la sua stessa struttura si ritiene possiedano autorità apostolica; qualsiasi ammissione ufficiale di errore o di malversazione da parte della Chiesa o dei papi macchierebbe inevitabilmente la pretesa di autorità divina.
Di conseguenza, malgrado gli apologeti cattolici come Karl Keating siano tutto sommato disposti a riconoscere che la Chiesa contiene “peccatori e delinquenti”, essi comunque permangono restii ad ammettere la colpevolezza della Chiesa stessa.

La colpa della chiesa
Una quarantina d’anni or sono, il teologo olandese G.C. Berkouwer scrisse un’opera perspicace dal titolo Il Conflitto con Roma. Il libro include un capitolo intitolato “La colpa della Chiesa”, in cui l’autore analizza attentamente il modo in cui la chiesa di Roma respinge costantemente qualsiasi grado di colpevolezza per le atrocità e gli abusi morali compiuti dai suoi papi e dai suoi vescovi. Sebbene le malvagità furono perpetrate con la benedizione ufficiale della Chiesa, e spesso agli ordini dello stesso pontefice, la Chiesa Cattolica insiste nel ritenersi santa ed innocente; non ha alcuna intenzione di riconoscere la propria colpevolezza per il ruolo che ha giocato nei vari scandali e negli scismi di cui è stata protagonista, in particolare quello della Riforma.
Berkouwer nomina quei pochi autori cattolici che hanno fatto dei nobili tentativi di prendere seriamente in considerazione i peccati della Chiesa, per quanto finisce col constatare come l’unica colpa che viene inevitabilmente riconosciuta è “propria agli individui, e al di fuori della sfera della chiesa”.
Gli autori cattolici non riescono proprio ad ammettere qualsiasi misura di fallimento da parte della Chiesa Cattolica stessa: farlo, significherebbe contraddire la sua pretesa di agire in modo infallibile.
A volte, quando dei conferenzieri cattolici discutono degli abusi e delle atrocità commesse in nome della Chiesa, trovano più agevole discuterne come delle “tragedie”, un po’ come se la chiesa stessa ne fosse la vittima; facendo riferimento ai tentativi di un autore cattolico di analizzare i peccati della Chiesa, Berkouwer rileva che: all’inizio della “confessione di colpevolezza” l’autore utilizza il termine “tragedia”, col quale cancella quel carattere concreto essenziale ad ogni confessione di peccato. Sulle malefatte della chiesa viene gettata una luce tragica, mistica, romantica e misteriosa, che le muta quasi impercettibilmente in una forma di “sofferenza”… In questo modo la colpevolezza viene resa superficiale, e si trasferisce dall’ambito inequivocabile della responsabilità ad una luce crepuscolare impenetrabile.
Inoltre, come rileva Berkouwer, mentre i singoli scrittori cattolici possono occasionalmente trattare il tema della colpevolezza, la chiesa stessa, in chiave ufficiale, semplicemente non ammette alcuna colpa di tipo corporativo; per citare un esempio, il teologo olandese fa riferimento ad una recente Enciclica Papale dove “non si fa riferimento ai peccati della chiesa, quanto alle «persecuzioni, alle torture ed alle sofferenze »” patite dalla chiesa.
Berkouwer ritiene che tutto ciò sia reso necessario dall’ecclesiologia cattolica, ovvero la dottrina della Chiesa. Nel cattolicesimo, Gesù e la chiesa visibile sono considerati sostanzialmente come un’entità unica: la Chiesa Cattolica di Roma sostiene di essere il corpus Christi, ovvero il corpo di Cristo in terra. Tuttavia, anziché sottolineare la sottomissione che la Chiesa deve al Signore, in qualità di Suo Capo, il cattolicesimo considera la Chiesa come l’incarnazione in terra della Sua autorità divina. Di conseguenza, la Chiesa non può ammettere i propri peccati poiché ciò macchierebbe la santità del Salvatore, oppure determinerebbe la fine dell’autorità ecclesiale assoluta: dato che entrambe le possibilità sono da scartare, ecco che la Chiesa chiude volontariamente gli occhi davanti alla propria colpa.
Per dirla in altri termini, la Chiesa Cattolica di Roma ha usurpato il posto di Cristo nel Suo Regno; le persone si rifanno al sistema, e non al Salvatore, così che la Chiesa diviene un surrogato di Gesù. Siamo di fronte ad un errore serio, gravato da ogni genere di problemi; Gesù Cristo ha il diritto di regnare con una verga di ferro (Apoc. 19:15) in quanto è senza peccato, puro e completamente giusto: tuttavia, quando un’organizzazione terrena, retta da gente iniqua, ritiene di essere stata autorizzata a colpire le nazioni e calcare il tino dell’ira ardente di Dio onnipotente, non c’è che da aspettarsi il peggior campionario di disastri. Il medio evo è una lunga cronistoria del risultato di questo errore.
Dato che il problema è stato radicato nella dottrina cattolica romana ufficiale, la colpevolezza è da attribuirsi alla Chiesa stessa, e non ad individui selezionati come “peccatori e delinquenti”.
La considerazione principale di Berkouwer è la seguente: la Chiesa Cattolica di Roma non è colpevole solo per le atrocità, per la corruzione e per gli abusi morali che sono stati perpetrati in suo nome, ma principalmente per la sua dottrina; la sua colpa primaria sta nell’aver rigettato sdegnosamente la Bibbia come il riferimento assoluto in materia di dottrina, ponendo in effetti se stessa come autorità più alta della Parola di Dio.

Lo scandalo della Riforma
Tutte le tematiche cardine della Riforma Protestante furono di natura dottrinale. E’ un errore ritenere che i riformatori fossero interessati principalmente agli abusi pratici, tipo le indulgenze, la simonia (l’acquisto o la vendita delle realtà spirituali) ed altre pratiche religiose corrotte. Lutero insisté sul fatto che non stava auspicando una chiesa perfetta: la sua protesta riguardava la dottrina. “Il papa si vanta di essere il capo della chiesa”, diceva il riformatore, “e glielo avrei concesso di buon grado, se solo avesse impartito il vangelo”.
Lutero cercò continuamente di attirare l’attenzione di Roma sulle dottrine che erano in discussione. “Dobbiamo sempre considerare la dottrina”, sosteneva, “poiché ciò che conta è l’insegnamento! Nei loro scritti, i papisti non fanno altro che presentare delle accuse pretestuose nei nostri confronti; non si azzardano ad aggredire gli articoli cardine della nostra fede. Muovere delle accuse false non serve a nulla: ciò che conta è l’insegnamento”.
Come suggerisce Berkouwer, “la Riforma si preoccupò realmente di dottrina, intesa come la semplice dottrina biblica della verità, e non come un costrutto teologico speculativo”. La sostanza del dibattito fu la dottrina, e non la corruzione mondana esistente nella chiesa.
Ancor più precisamente, era il Vangelo stesso ad essere in gioco.
Non v’è dubbio che i riformatori evidenziarono e criticarono molti degli abusi concreti della Chiesa di Roma, ma il loro disegno portante fu quello di riportare alla luce il Vangelo autentico. Si opposero alla vendita delle indulgenze in quanto corrompeva la dottrina del ravvedimento; denunciarono la venerazione dei santi e delle reliquie poiché aborrivano la superstizione e l’idolatria che stornavano da Cristo la mente della gente; illustrarono l’abominio della messa col fatto che pretendeva di ripetere ogni giorno l’opera compiuta da Gesù una volta e per sempre (Eb. 10:11 – 13), oscurando così la verità più gloriosa del Vangelo. La Buona Notizia era sempre al centro del dibattito.
Se i riformatori avessero tracciato una linea di confine sulla questione degli abusi nelle pratiche della chiesa, è molto probabile che non si sarebbe mai verificato alcun scisma. La moralità dell’istituzione ecclesiastica era sprofondata a tal punto, ed il sentimento popolare era così acrimonioso, che quasi tutti si mostravano concordi sulla necessità di attuare delle riforme di tipo concreto. Un appello in tal senso venne proprio da un nuovo pontefice, Adriano VI, eletto nel 1522 a distanza di cinque anni dall’affissione delle Novantacinque Tesi al portone della cappella del castello di Wittenberg, da parte di Lutero; Adriano, persona per certi aspetti ingenua, era un uomo insolitamente franco: riconobbe che nella Santa Sede si sono verificati per qualche tempo molte abominazioni, abusi negli affari ecclesiastici nonché violazioni dei diritti; tutto è stato tramutato in iniquità. Dal capo, la corruzione è passata alle labbra, ovvero dal Papa ai prelati: ci siamo tutti fuorviati; non vi è alcuno che faccia il bene, no, neppure uno.
Il pontefice si appellò alla Chiesa affinché “purificasse la corte di Roma dalla quale sono spuntate fuori tutte queste malvagità; in questo modo, la malattia verrà curata dalla sua stessa fonte”.
Malgrado fosse consapevole della corruzione imperante nella Chiesa, Adriano VI difese comunque la dottrina cattolica come infallibile; “considerò il protestantesimo come una giusta punizione per i peccati dei prelati”. Fu lui ad ordinare che venissero attuati i primi decreti papali contro Lutero; a suo parere, il problema della Chiesa era costituito dai “peccatori e delinquenti” presenti nella gerarchia, la cui soluzione consisteva in riforme esteriori, e non nella correzione delle dottrine.
Adriano ricoprì il suo incarico solo per un anno, quindi morì prima di poter istituire qualsiasi riforma: “Roma ne gioì”. Venne rimpiazzato da Clemente VII, uno degli uomini più malvagi ad aver occupato il seggio papale, e che non aveva alcuna intenzione di tollerare la benché minima riforma.
Dovettero passare più di vent’anni prima che il Concilio di Trento fosse finalmente indetto per discutere il modo in cui riformare la Chiesa; i vescovi chiarirono sin dal principio che le modifiche dottrinali non sarebbero state oggetto di dibattito: d’altro canto, come puntualizza Berkouwer, “la chiesa guidata infallibilmente… non può essere assalita sul fronte della propria autorità dottrinale”. In questo modo, la Chiesa Cattolica si rifiutò apertamente di sottoporre i propri insegnamenti al test della Scrittura.
Molti degli apologeti cattolici odierni si rifanno al Concilio di Trento come una dimostrazione che la Chiesa ha attuato una propria riforma; a loro avviso, la Riforma Protestante è uno scandalo poiché non era necessaria: se i riformatori si fossero mostrati appena più pazienti, Madre Chiesa non sarebbe stata spaccata, visto che a Trento la Chiesa stessa riuscì a circoscrivere gli abusi più gravi.
Tuttavia, ciò non corrisponde alla verità; gli abusi più gravi della Chiesa di Roma furono quelli dottrinali, una realtà che i riformatori sottolinearono continuamente: non erano disposti ad accontentarsi di modifiche di facciata, ritenendo che si fosse giunti ormai ad una compromissione del Vangelo. Eppure, la Chiesa di Roma determinò a priori che la dottrina non era in alcun modo oggetto di riforma o di revisione, neanche alla luce della Sacra Scrittura. “Roma non permise alla luce del vangelo della grazia di splendere sul decadimento della chiesa”; si arrogò semplicemente la pretesa di infallibilità, e dichiarò che il supporto biblico ai propri insegnamenti non era necessario: questo fu lo scandalo autentico della Riforma.
A Trento, la Chiesa Cattolica condannò sommariamente la teologia riformata, esigendo un’obbedienza incondizionata ai propri pronunciamenti dottrinali: non vi fu alcuna possibilità di attuare una riforma dottrinale.
Che dire, però, dei contributi positivi del Concilio di Trento? In effetti, non vennero forse attuate delle riforme? Certamente alcuni degli abusi nelle pratiche religiose furono ridotti; tuttavia, ben lungi dall’affrontare le tematiche dottrinali sollevate dai riformatori, il Concilio di Trento pronunciò un anatema esplicito ed irrevocabile nei confronti della teologia riformata. Scrive Berkouwer: “Trento non dimostrò che la Riforma fu superflua; al contrario, la condannò e ne rifiutò la dottrina”.
Tenete presente che la posizione dottrinale assunta al Concilio, con la sua condanna inequivocabile della teologia riformata, è a tutt’oggi la posizione ufficiale del cattolicesimo romano. Tutte le forti prese di posizione enunciate a Trento vengono mantenute saldamente ai nostri giorni, compresi i cento anatemi conciliari pronunciati contro il protestantesimo: la Chiesa Cattolica non ha mai modificato la propria presa di posizione sulle questioni dottrinali cardine sollevate dalla Riforma, e ciò viene affermato persino dagli apologeti cattolici.
A proposito dello scandalo della Riforma, occorre puntualizzare anche un altro aspetto: è la Chiesa Cattolica stessa che si deve addossare la gran parte della colpa per lo scisma di quell’epoca. Inizialmente, i riformatori non intesero rompere i legami con la Chiesa: dividere la comunione di fede era l’ultimo degli auspici di Lutero! Al contrario, fu Roma a rifiutare la Riforma, e ciò quasi sin dal suo inizio. Nel 1520, venne emanata contro Lutero la bolla papale Exsurge Domine che respingeva le sue idee giudicandole delle eresie. A distanza di venticinque anni, il Concilio di Trento confermò quel giudizio e pronunciò i suoi infami anatemi contro chiunque avesse osato sindacare la posizione della Chiesa di Roma.

Che dire del Concilio Vaticano II?
A Trento, in altri termini, la Chiesa Cattolica Romana dichiarò ufficialmente la Riforma come un atto di apostasia; si trattò dell’unica risposta possibile da parte di una Chiesa decisa a promuovere se stessa come infallibile sul piano dottrinale. A tutt’oggi, il cattolicesimo romano condanna la dottrina protestante della giustificazione per fede come un’eresia di perdizione. Come sottolineò Berkouwer, “stando alla Chiesa di Roma, esiste un’unica via di riconciliazione, vale a dire il ripudio della Riforma e della sua dottrina, e non vi è motivo di smussare tale presa di posizione”.
A quanti, nei suoi giorni, ritenevano che il cattolicesimo moderno fosse differente e che era giunto il momento di cercare una riunione tra cattolici e protestanti, Berkouwer replicò: Persino oggi, a distanza di molti secoli dalla divisione, non è proprio possibile accettare la “dimostrazione” che la Riforma fu superflua; tale “dimostrazione” non è che un mero semplicismo che ignora i fatti storici. Più correttamente dovremmo dire: ignora il fatto storico rilevante che la Chiesa di Roma ha rifiutato la dottrina della Riforma; non può e non vuole permettere che venga insegnata nella chiesa.
Il teologo olandese scrisse ciò negli anni quaranta; l’edizione inglese del suo libro venne pubblicata in America solo nel 1957: permane come una delle analisi maggiormente perspicaci delle relazioni cattolici-evangelici che siano mai state pubblicate.
Nel 1959, il nuovo papa Giovanni XXIII, dopo appena novanta giorni di pontificato, annunciò in modo inaspettato il progetto di un Secondo Concilio Vaticano; il suo scopo dichiarato era quello di ricercare un’unità religiosa mondiale, attraverso il rinnovamento della Chiesa Cattolica Romana ed il dialogo multireligioso. Il Concilio fu convocato nell’ottobre del 1962 e si riunì in quattro sessioni fino al dicembre del 1965.
G.C. Berkouwer partecipò alle sessioni conciliari in qualità di osservatore protestante; prima ancora che le sessioni conclusive fossero completate, il teologo scrisse di getto: “La Chiesa [Cattolica], senza ripudiare il passato, intende prestare ascolto al Vangelo, secondo le Scritture, e farlo ascoltare”. Tuttavia, dovette ben presto notare come “il legame tra l’ascolto del vangelo e l’unione indissolubile col passato, genera inevitabilmente molti problemi inediti, di cui se ne prende atto inserendoli nell’agenda di dibattito”.
Quando Berkouwer menziona l’agenda di dibattito, fa riferimento al dialogo ecumenico proposto dal Concilio.
Il Concilio Vaticano II introdusse nella pratica religiosa alcuni dei cambiamenti più radicali dai tempi del Concilio di Trento: si adottò un’ampia revisione liturgica, permettendo alla Messa di essere recitata in lingua corrente, anziché in latino; si incoraggiarono i laici a leggere la Bibbia con devozione, ciò per cui la Chiesa Cattolica avrebbe messo a morte nei secoli precedenti; si abolì l’astinenza del venerdì, ed in sostanza l’apparato dell’adorazione cattolica venne aggiornato e semplificato, facendo appello al dialogo e all’unità; si proposero degli enunciati politici e filosofici a proposito della guerra, della dignità umana, della giustizia sociale e della libertà religiosa. I documenti elaborati dal Concilio sono poderosi, raggiungendo le 103.014 parole nel testo latino, senza contare le 992 note a fondo pagina, alcune delle quali sono estremamente lunghe.
Il Concilio rivolse anche un appello al dialogo inter-religioso con i protestanti, gli ebrei, i mussulmani, gli indù e tutte le altre religioni. Berkouwer ne prese nota e sperò che la Chiesa avesse finalmente aperto la porta ad un dibattito sulla dottrina riformata, magari ritraendo quegli infami anatemi.
Tuttavia, nonostante il primo entusiasmo del teologo olandese, le modifiche dottrinali non vennero espressamente poste alla discussione del Concilio; vi fu qualche aggiustamento nel linguaggio (i protestanti si indicarono come “fratelli separati”, piuttosto che apostati), ma nessun dogma ufficiale venne revocato od alterato. In effetti, il Concilio Vaticano II ratificò formalmente il lavoro di quello di Trento, dichiarando di seguire “le orme dei concili Tridentino e Vaticano I”. Sebbene si esortò “quelli a cui spetta, perché, se si fossero infiltrati qua e là abusi, eccessi o difetti, si adoperino per toglierli e correggerli”, il Concilio chiarì che si riferiva solo agli abusi di tipo pratico:
Questa veneranda fede dei nostri padri circa la nostra vitale unione con i fratelli che sono nella gloria celeste o che ancora dopo la morte stanno purificandosi, questo sacrosanto concilio la riceve con grande pietà e nuovamente propone i decreti dei sacri concili Niceno II, Fiorentino e Tridentino.
In tal senso, è proprio vero che lo spirito di Trento permeò il Concilio Vaticano II; vennero attuate diverse riforme politiche e pratiche, ma fu ribadita la presa di posizione ufficiale della Chiesa contro la dottrina della Riforma. L’infallibilità della Chiesa venne riaffermata: “Fermi restando i principi dogmatici stabiliti dal concilio di Trento”; la Riforma fu nuovamente respinta: la dottrina cattolica venne dichiarata irreformabile.
Sebbene il Concilio non produsse alcun nuovo anatema, ratificò comunque tutti i precedenti; si ribadì inoltre che ai cattolici è tuttora vietato sindacare la dottrina ufficiale della Chiesa:
…i fedeli devono accordarsi col giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in materia di fede e di morale, e aderirvi col religioso ossequio dello spirito. Ma questo religioso ossequio della volontà e dell’intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice, anche quando non parla “ex cathedra”, così che il suo supremo magistero sia con riverenza riconosciuto, e con sincerità si aderisca alle sentenze che egli esprime, secondo che fa conoscere la sua intenzione e la sua volontà…
Occorre notare che alcuni risultati del Concilio Vaticano II sono stati abbastanza positivi: l’effetto della decisione conciliare circa la lettura biblica personale è risultato sorprendente; migliaia di persone che in precedenza avevano timore di leggere la Bibbia, hanno potuto apprezzare il Vangelo per conto proprio, alla luce della Parola di Dio. Il Quèbec e l’America Latina, un tempo bastioni impenetrabili del cattolicesimo, hanno sperimentato un risveglio spirituale diffuso. Migliaia di quanti erano gravati dall’adorazione di Maria e dalla superstizione si sono volti al Cristo della Scrittura là dove, quarant’anni fa, la proclamazione del Vangelo era considerata un crimine, ora assistiamo ad un rifiorire delle chiese protestanti.
A distanza di trent’anni, come valutiamo la dichiarazione di Berkouwer, secondo il quale la Chiesa di Roma “intende prestare ascolto al Vangelo, secondo le Scritture”? Si trattò solo di una speranza? Lo stesso teologo diede l’impressione di riconoscere la difficoltà posta dalla propria aspettativa:
“…adesso non è in discussione l’esperimento, ma il rapporto tra continuità e variabilità; la Chiesa Cattolica Romana deve prendere delle decisioni importanti…”. Malgrado Berkouwer rimase fiducioso circa il dialogo inter-religioso, l’autore concluse il proprio libro con l’avvertimento che un ecumenismo ridotto a comun denominatore (ovvero il tentativo di eliminare tutta la dottrina, ad eccezione di punti di comune accordo come il Credo Apostolico) era inutile: “…nessun livellamento fa maturare i frutti per l’unità della Chiesa”.
Oggi risulta estremamente chiaro che l’appello cattolico al “dialogo” non significa affatto che la Chiesa di Roma “intende prestare ascolto al Vangelo”; neanche lo spirito irenico del Concilio Vaticano II può essere interpretato come una offerta di ridefinire la dottrina cattolica alla luce della Scrittura: ogni occasione di dialogo successiva ha dimostrato come il massimo che Roma sia disposta a concedere è l’inutilità di un ecumenismo di facciata.
Occorre ricordare che il Concilio Vaticano II fece anche appello in favore del dialogo con gli ebrei, i mussulmani, i buddisti e gli induisti. Stando ai documenti conciliari, tutte le religioni esprimono “una certa sensibilità di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e degli avvenimenti della vita umana”. Il Concilio dichiarò inoltre che “tutti i popoli costituiscono una sola comunità”, ed il compito della Chiesa è quello di promuovere l’unità e l’amore, favorendo la comunione tra ogni popolo di qualsiasi religione.
…perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e la collaborazione con i seguaci delle altre religioni, rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i beni spirituali e morali e i valori socio-culturali che si trovano in essi.
Così, l’auto-da-fé alla fine viene rimpiazzato dal “dialogo e collaborazione”.
Il Concilio Vaticano II rappresentò un cambiamento metodologico rilevante per la Chiesa Cattolica. L’appello al dialogo fu uno dei pronunciamenti maggiormente profondi e di più ampia portata dell’intero Sinodo: ciò comunque non implicò minimamente che Roma fosse disposta a discutere circa possibili correzioni dottrinali, e meno che meno a contemplare la possibilità di essere appena fallibile.

In che modo è stata affrontata la questione della propria colpevolezza?
Nel contesto della sezione riguardo le relazioni con i non cristiani, il Concilio affermò di esecrare “tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo”; eppure, tale annuncio venne fatto senza alcuna menzione delle atrocità sancite dai papi precedenti: al contrario, leggiamo che “il sacrosanto concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione”.
Il Concilio non fu totalmente silente circa gli orrori del passato; nella dichiarazione sulla libertà religiosa, la Chiesa invocò la tolleranza universale.
L’evidente contraddizione esistente tra questo appello e seicento anni di Inquisizione Cattolica venne risolto nei termini seguenti:
La chiesa pertanto, fedele alla verità evangelica, segue la via di Cristo e degli apostoli quando riconosce il principio della libertà religiosa come rispondente alla dignità dell’uomo e alla rivelazione di Dio e la favorisce. Ha custodito e tramandato, nel corso dei secoli, la dottrina ricevuta dal maestro e dagli apostoli. E quantunque nella vita del popolo di Dio, pellegrinante attraverso le vicissitudini della storia umana, di quando in quando si sia avuto un comportamento meno conforme allo spirito evangelico, anzi contrario, tuttavia ha sempre perdurato la dottrina della chiesa che nessuno sia costretto ad abbracciare la fede.
Pertanto, Roma continua a professare la propria infallibilità; è incredibile, ma avanza addirittura la pretesa di aver “custodito e tramandato la dottrina” datale da Cristo e dagli apostoli, proprio mentre violava lo spirito stesso di Gesù. Ancor più sorprendente risulta la pretesa attuale di aver sempre creduto che “nessuno sia costretto ad abbracciare la fede”.
Trent’anni dopo il Concilio Vaticano II, la “agenda di dibattito” non ha ancora affrontato le tematiche dottrinali fondamentali, e non vi sono indicazioni in tal senso: la Chiesa di Roma, dal Concilio di Trento ad oggi, permane lontana dalla dottrina biblica della giustificazione per fede.
E’ chiaro che la Chiesa Cattolica Romana sta cambiando, ma non sulla questione cruciale; sebbene la forma del cattolicesimo stia mutando significativamente, la sostanza permane immutata: la dottrina cattolica rimane identica ed immutabile. E questo non è, e non sarà mai un argomento di “dialogo e collaborazione”.

L’unita con la Chiesa di Roma è un obiettivo legittimo?
Al Concilio Vaticano II il cattolicesimo romano ha cambiato volto, ma per quanto i cambiamenti siano stati ampi, risultano solo di facciata. Roma continua ad opporsi alla dottrina della giustificazione per sola fede, talché il vangelo secondo il cattolicesimo romano permane “un altro vangelo” rispetto a quello stabilito nel Nuovo Testamento.
Senza dubbio esistono molte persone che si identificano con la Chiesa Cattolica di Roma e che sono realmente nate di nuovo; malgrado il dogma della chiesa, esse credono sinceramente nell’opera compiuta dal solo Gesù, al fine della salvezza. Che se ne rendano conto o meno, queste persone hanno abbandonato l’insegnamento della Chiesa Cattolica, e ne hanno subito il relativo anatema: ciononostante, la Scrittura afferma che sono membra del vero corpo di Cristo (Rom. 12:5; 1 Cor. 12:27).
Resta il fatto, comunque, che moltitudini permangono tuttora nella trappola del cattolicesimo romano, dove tentano di guadagnarsi il favore di Dio attraverso i sacramenti, le cerimonie religiose e le buone opere; questa gente necessita di udire il puro Vangelo, predicato in modo da contrapporsi agli errori del cattolicesimo romano. Qualsiasi messaggio venga adattato alle esigenze della mente ecumenica, non ha nulla a che vedere con l’intero consiglio di Dio.
Il recente documento Evangelici e Cattolici Insieme include una confessione “dei nostri peccati che vanno contro l’unità che Cristo esige per tutti i suoi discepoli”; l’analisi di tale documento proposta da Michael Horton riporta quanto segue:
Confessare il peccato commesso contro l’unità è una questione seria; lo scisma si colloca nella categoria dei crimini contro il Signore, al pari dell’eresia: quanti perpetuano volontariamente una divisione basata sull’orgoglio, sul sospetto e sull’egocentrismo, ne porteranno la pena.
Tuttavia, ciò impone l’interrogativo se le divisioni storiche esistenti tra gli evangelici e la Chiesa di Roma rientrino in tale categoria: si vuole giungere alla conclusione che Gesù esige l’unità tra Roma e gli evangelici, ed un rifiuto in tal senso equivale ad un peccato “contro l’unità che Cristo esige per tutti i suoi discepoli”.
Anche noi ribadiamo che Cristo esige l’unità nella verità, ma neghiamo che il Signore richieda un’unità con chiunque predica un Vangelo diverso da quello in cui credette Abrahamo, e che fu proclamato con grande chiarezza da Gesù e dai Suoi apostoli.
Vorrei aggiungere un commento ancora più marcato: fin tanto che il sistema papale vincola la propria gente ad “un altro vangelo”, è dovere spirituale di tutti i cristiani autentici opporsi alla dottrina cattolica romana con la verità biblica, richiamando tutti i cattolici a ricercare la vera salvezza. Non si può permettere agli appelli in favore del “dialogo” di porre a tacere, di oscurare o di annullare la polemica a favore della verità e contro l’errore. L’obiettivo ed il fine di ogni dialogo tra cattolici ed evangelici dovrebbe essere sempre quello della ricerca della verità – non una pace superficiale, né un semplice comun denominatore o tanto meno una coalizione politica e morale – ma la risposta autentica all’interrogativo: “Che debbo io fare per esser salvato?” Nel frattempo, gli evangelici non devono cedere alle pressioni finalizzate ad un’unità artificiosa; non possiamo permettere che il Vangelo venga oscurato, e non siamo autorizzati ad allearci con quanti promuovono una religione falsa, nel qual caso diverremo corresponsabili per le loro iniquità (2 Giov. 11).