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Il sermone sul monte PDF Stampa E-mail

Prodotto 18 Il sermone sul monte, Vol. 1 Prezzo/Unità 17.00 EUR Q.tà

 

IL SERMONE SUL MONTE vol. 1

Martyn Lloyd-Jones
pag. 347 - Euro 17,00



I N D I C E
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Prefazione
1. Introduzione generale
2. Considerazioni generali
3. Introduzione alle Beatitudini
4. Beati i poveri in spirito
5. Beati quelli che fanno cordoglio
6. Beati i mansueti
7. Rettitudine e beatitudine
8. I test dell’appetito spirituale
9. Beati i misericordiosi
10. Beati i puri di cuore
11. “Beati quelli che s’adoperano per la pace”
12. Il cristiano e la persecuzione
13. Gioire nelle tribolazioni
14. Il sale della terra
15. La luce del mondo
16. Che la vostra luce risplenda
17. Cristo e l’Antico Testamento
18. Cristo adempie la legge e i profeti
19. La giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei
20. La forma e la sostanza
21. Non uccidere
22. La smodata iniquità del peccato
23. La mortificazione del peccato
24. L’insegnamento di Cristo a proposito del divorzio
25. Il cristiano e il fare giuramenti
26. Occhio per occhio… dente per dente
27. Il mantello e il secondo miglio
28. Negare se stessi e seguire Cristo
29. Amate i vostri nemici
30. Che fate di straordinario?

C O M M E N T O
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“In quest’opera, Lloyd-Jones insiste sul fatto che l’insegnamento del Sermone sul monte presuppone il comandamento di Gesù di ravvedersi e credere al Vangelo: solo in questa cornice, infatti, è possibile comprenderne l’insegnamento. Questo libro spiega l’identità di chi crede al Vangelo del regno e come tale persona dovrebbe vivere di conseguenza. Lloyd-Jones fa tutto questo in una maniera estremamente incisiva mostrando allo stesso tempo sia dimestichezza con il testo sia profonda comprensione della natura del cuore umano”. Hywel R. Jones

E S T R A T T O  D A L  C A P . 1
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Capitolo 1
Introduzione generale


Quando si esamina un insegnamento qualsiasi è saggio procedere partendo dal generale per giungere al particolare; è il solo modo di evitare il rischio di “non vedere il bosco a motivo degli alberi”. Questa regola è di particolare importanza se si tratta del Sermone sul Monte. Dobbiamo renderci conto che quando cominciamo ad esaminarlo dobbiamo porci domande di ordine generale rispetto alla sua collocazione nella vita e nel pensiero del cristiano.
È ovvio cominciare con questa domanda: “Perché mai dobbiamo prendere in esame il Sermone sul Monte? Per quale motivo devo richiamare la vostra attenzione su di esso e sul suo contenuto?” Ebbene, non so se faccia parte del compito di un predicatore spiegare i processi della propria mente e del proprio cuore, certo è che nessuno dovrebbe predicare senza essere convinto di avere un messaggio da parte di Dio. È dovere di chiunque si accinga a predicare le Scritture chiedere la guida di Dio. Perciò sono convinto che la ragione principale del mio predicare il Sermone sul Monte sia l’aver sentito questa spinta, questa guida da parte dello Spirito di Dio. Lo dico di proposito perché io personalmente non avrei certo scelto di predicare su questo tema. E credo che la motivazione della spinta che sento è la condizione in cui si trova la Chiesa cristiana oggigiorno.
Non penso sia un giudizio troppo severo affermare che oggi la Chiesa cristiana vive una situazione di grande superficialità. Tale giudizio è basato non solo sull’osservazione del presente, ma ancor più su quella dell’odierno alla luce del passato. Credo sia di primaria importanza nella vita cristiana studiare la storia della Chiesa, leggere i grandi movimenti operati dallo Spirito di Dio e riflettere sugli avvenimenti dei vari periodi. E penso altresì che chiunque rifletta sullo stato attuale della Chiesa alla luce di questo scenario storico, giunga all’amara conclusione che la sua principale caratteristica, come ho già detto, sia la superficialità.
Dicendo questo, non mi riferisco solo alla vita e all’attività della Chiesa in senso evangelistico; immagino che, quanto alla superficialità in questo aspetto, siamo tutti d’accordo. No, non sto pensando solo al contrasto fra i grandi sforzi evangelistici compiuti dalla Chiesa nel passato e le attività evangelistiche che si effettuano oggi: sicuramente le metodologie e le tecniche in uso attualmente avrebbero sconvolto e inorridito i nostri padri. Mi riferisco piuttosto alla vita della Chiesa in generale, incluso il concetto che oggi si ha della santità, per non dire l’intera dottrina della santificazione.
È importante scoprire le cause di tale superficialità. Per quanto mi riguarda, credo che a monte di tutto vi sia il nostro atteggiamento verso la Bibbia, la nostra incapacità a prenderla sul serio e a lasciare che essa ci parli. Un altro fattore è certamente la nostra costante tendenza a passare da un estremo all’altro, ma credo che la causa primaria sia il nostro atteggiamento nei confronti delle Scritture. Mi spiego. Nella vita cristiana non c’è nulla di più importante del modo in cui ci avviciniamo alla Bibbia, del modo in cui la leggiamo. È il nostro libro di testo, la nostra unica fonte, la nostra sola autorità. Non sapremmo nulla di Dio e nulla della vita cristiana se non tramite la Bibbia. Possiamo trarre varie deduzioni dalla natura (e volendo, anche da esperienze mistiche), fino ad arrivare a credere nell’esistenza di un Creatore supremo. Penso però che la maggior parte dei cristiani, per tutto l’arco della storia della Chiesa, abbia concordato che non vi è altra autorità se non questo Libro. Non possiamo basarci solo su esperienze soggettive perché ci sono spiriti buoni e spiriti cattivi, esperienze vere ed esperienze false. La Bibbia è la nostra sola autorità.

È importante quindi avvicinarsi alla Bibbia nel modo giusto, e nel farlo dobbiamo convenire prima di tutto su questo: che il solo leggerla non basta. Infatti, è possibile leggere la Scrittura in modo così meccanico da non ricavarne alcun beneficio. Ecco perché nella vita spirituale dobbiamo stare attenti a ogni tipo di regola concernente la disciplina. È indubbiamente buona cosa leggere la Bibbia ogni giorno, ma può essere del tutto infruttuoso se lo facciamo solo per poter dire che la leggiamo. Personalmente sono un grande sostenitore della necessità di un metodo nella lettura della Bibbia, ma nell’usarlo dobbiamo fare attenzione a non limitarci alla mera lettura dei passi prescritti; dobbiamo prendere del tempo per riflettervi e meditarvi, altrimenti la nostra lettura sarà del tutto inutile.
Il nostro approccio alla Bibbia, quindi, è di vitale importanza. Essa stessa ce lo dice. Ricordate il famoso commento dell’Apostolo Pietro a proposito degli scritti di Paolo? Pietro parla di cose “difficili da capire, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture” (2 Pt 3:16). Essi leggevano le Lettere di Paolo, ma ne alteravano il significato, le distorcevano a loro propria perdizione. Vedete, si possono leggere anche tutte le epistole di Paolo e non trarne il minimo beneficio, perché vi si sono “lette” cose che esse non affermano. C’è qualcosa che dobbiamo sempre tenere in mente riguardo alla Bibbia. Posso anche sedermi con la Bibbia in mano, leggerne le parole, scorrerne i capitoli e pur tuttavia trarne conclusioni errate, in totale contrasto con quanto essa in realtà afferma.
Come può verificarsi una cosa simile? In genere ciò accade perché ci si avvicina alla Bibbia con una teoria precostituita: la sfogliamo con la nostra teoria in mente e ne cerchiamo la conferma in ogni cosa che leggiamo! Tutti noi sappiamo di cosa sto parlando. Vi è un senso – ed è necessario dirlo - nel quale si può far dire alla Bibbia tutto ciò che si vuole. Infatti, è proprio così che le eresie sono nate. Gli eretici, in genere, non furono uomini disonesti, ma in errore. Non dovremmo considerarli come uomini in malafede, che agirono deliberatamente per nuocere e insegnare cose false; al contrario, essi furono tra le persone più sincere che la Chiesa abbia mai conosciuto. Perché allora caddero nell’eresia? A causa del loro atteggiamento verso la Bibbia. Essi prima elaboravano una teoria secondo i loro criteri di giudizio, poi passavano alla Bibbia per trovarne la conferma e, guarda caso, la trovavano ovunque leggessero. No, non è difficile dimostrare una propria teoria con la Bibbia: basta leggere la metà di un versetto, evidenziare la metà di un altro e la cosa è fatta. Miei cari, dobbiamo fare molta attenzione a tutto ciò. Non c’è nulla di più pericoloso che avvicinarsi alla Bibbia con una teoria preconcetta in mente. Così facendo saremo tentati ad enfatizzare un aspetto e svalutarne un altro.
Questo rischio tende a manifestarsi soprattutto per ciò che concerne la relazione fra la legge e la grazia. È un problema che vi è sempre stato nella Chiesa e vi è tutt’oggi. Alcuni enfatizzano la legge a tal punto da trasformare il vangelo di Gesù Cristo, con la sua libertà gloriosa, in nient’altro che in una raccolta di massime morali. Per loro tutto è legge, non c’è spazio per la grazia. Parlano della vita cristiana come di un qualcosa da attuare per divenire cristiani; ma questo è puro legalismo, privo della grazia. D’altro canto, ricordiamoci che è possibile anche cadere nell’errore opposto, ossia enfatizzare la grazia a spese della legge, stravolgendo comunque il vangelo del Nuovo Testamento.
Vi faccio un esempio classico. L’apostolo Paolo dovette affrontare questa difficoltà costantemente. Mai ci fu uomo la cui predicazione della grazia venne così tanto fraintesa. Vi ricorderete ciò che alcuni, a Roma e in altri luoghi, ne avevano dedotto: “Alla luce di quanto Paolo ci ha insegnato, commettiamo il male affinché la grazia abbondi. Paolo ci ha detto: «…dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata… Ebbene, continuiamo quindi a vivere nel peccato affinché la grazia abbondi sempre di più»”. Ma cosa dice Paolo a costoro? “No di certo!” (Rom 6:1-2). La Scrittura non insegna che chi è sotto la grazia non ha più nulla a che vedere con la legge e può quindi dimenticarsene. È vero, non siamo più sotto la legge ma sotto la grazia, ma ciò non significa che la legge non debba essere osservata. Non siamo sotto la legge nel senso che essa non ci giudica più, non ci condanna più. Tuttavia, siamo chiamati a viverla, anzi, ad andare oltre. Il ragionamento di Paolo, infatti, è che il cristiano non deve vivere come un uomo sottoposto alla legge, ma come un uomo libero in Cristo. Gesù Cristo osservò la legge, visse secondo la legge; come sottolinea questo Sermone, la nostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei (Mat 5:20). Cristo non è venuto ad abolire la legge; al contrario, Egli dice, ogni iota, ogni piccola parte di essa deve essere adempiuta (Mat 5:17-18). Tutto questo, vedete, viene dimenticato ogni qual volta si cerca di porre la legge in contrasto con la grazia, con il risultato che la legge finisce per essere del tutto ignorata.
Poniamola in questo modo: non è forse vero che molti di noi hanno un tale concetto della grazia che raramente prendono con la dovuta serietà gli insegnamenti di Cristo riguardo al vivere cristiano? Sottolineiamo così tanto il fatto che tutto proviene dalla grazia e che non è imitando Cristo che si diventa cristiani, da essere ormai giunti al punto d’ignorare totalmente i Suoi insegnamenti affermando che per noi sono irrilevanti, perché siamo sotto la grazia. Mi chiedo allora se noi veramente prendiamo sul serio il vangelo del Signore. Il modo migliore per appurarlo, credo, è confrontarci con il Sermone sul Monte. Cosa pensiamo di questo Sermone? Supponiamo che io vi chieda di scrivere su carta delle risposte alle seguenti domande: che cosa significa per te il Sermone sul Monte? Quale influenza ha sul tuo pensiero e sulla tua vita? Qual è il tuo rapporto con questo straordinario Sermone che ha una posizione così preminente in questi tre capitoli del Vangelo secondo Matteo? Penso che trovereste le vostre risposte a queste domande molto interessanti, forse sorprendenti. È vero, sappiamo tutto sulla dottrina della grazia, sul perdono e confidiamo in Cristo. Ma è pur vero che nella Bibbia, di cui rivendichiamo l’autorevolezza, c’è anche questo Sermone. Dobbiamo quindi chiederci: quale rilevanza ha per la nostra vita?

Questo è quanto ho inteso affermare come introduzione. Facciamo ora un passo avanti, affrontando insieme un’altra importante domanda. Per chi è inteso il Sermone sul Monte? A chi si rivolge? Qual è il suo scopo, la sua rilevanza? Anche a questo riguardo ci sono molte opinioni contrastanti. Anni or sono, ad esempio, era in voga un’interpretazione del Sermone definita “vangelo sociale”. In sostanza, si affermava che questo Sermone fosse l’unica cosa che contasse nel Nuovo Testamento, il fondamento del cosiddetto “vangelo sociale”. Si sosteneva che esso contenesse i principi secondo cui gli uomini dovessero vivere e che se solo fossero stati messi in pratica, gli uomini sarebbero riusciti a portare il regno di Dio sulla terra; le guerre sarebbero state bandite dall’umanità e tutti i nostri problemi sarebbero stati risolti. Questo, in sintesi, era il “vangelo sociale”. Ma non vi è ragione di perdere altro tempo con questa interpretazione del Sermone sul Monte; è già passata di moda. La si può trovare solo nelle convinzioni di certe persone che pensano ancora con la mentalità di trent’anni fa. Le due guerre mondiali hanno totalmente scardinato questo modo di ragionare. Critici come siamo, per molti versi, nei confronti del movimento teologico legato alla persona di Karl Barth, riconosciamogli almeno questo: che esso ha, una volta per tutte, dimostrato l’assurdità del “vangelo sociale”. L’errore fondamentale di questa interpretazione del Sermone è l’aver totalmente ignorato le Beatitudini, quelle affermazioni cioè, con cui il Sermone comincia: “Beati i poveri in spirito… Beati quelli che fanno cordoglio…”. Come spero di poter dimostrare nelle prossime prediche, le Beatitudini ci insegnano che nessuno è in grado di vivere il Sermone sul Monte con le proprie forze, senza essere sostenuto da Dio. I fautori del “vangelo sociale”, ignorate deliberatamente le Beatitudini, andarono direttamente ai precetti susseguenti definendoli “il Vangelo”. Fu questa la ragione fondamentale del loro fallimento.
Un altro punto di vista, secondo noi più dignitoso del precedente, è quello che considera il Sermone come una elaborazione della legge di Mosè. Il Signore, si afferma, vide che i farisei, gli scribi e altri insegnanti del popolo interpretavano male la legge che Dio aveva dato al popolo attraverso Mosè perciò, nel Sermone sul Monte Gesù spiega e elabora la legge mosaica, dandole un maggiore contenuto spirituale. Sebbene in parte corretta, anche questa interpretazione si dimostra inadeguata. Neanche essa, infatti, tiene conto delle Beatitudini. Le Beatitudini ci portano immediatamente in una realtà che va oltre la legge di Mosè. È vero, in certi punti il Sermone sul Monte tratta della legge di Mosè e ne spiega il vero significato, ma è anche vero che esso va al di là e trascende la legge.
Un’altra interpretazione che voglio menzionare è quella “dispensazionalista”. Probabilmente molti di voi la conoscono già. È stata divulgata mediante certe edizioni della Bibbia. (Purtroppo si tende a parlare della Bibbia di questo o di quello studioso; questi nomi annessi alla Bibbia non ci piacciono; la Bibbia è una). Secondo l’insegnamento dispensazionalista, il Sermone sul Monte non ha nulla a che fare con i cristiani di oggi! Esso sostiene che il Signore cominciò a predicare annunciando il regno di Dio e che il Sermone concerne tale regno. Purtroppo, proseguono i dispensazionalisti, gli ebrei non accettarono gl’insegnamenti di Cristo, impedendogli così di stabilire il Suo regno. Ecco quindi che, quasi per una sorta di ripensamento, Egli accettò la morte sulla croce e, quale ulteriore ripensamento, diede origine alla Chiesa e all’era della Chiesa che durerà fin quando il Signore ritornerà nel Suo regno. Allora il Sermone del Monte verrà reintegrato. In sostanza, dunque, l’insegnamento dispensazionalista è questo: il Sermone non ha nulla a che fare con il presente. Fu rivolto originariamente alla gente cui Cristo predicava e troverà di nuovo applicazione nel futuro millennio. È inteso “per l’era del regno”; rappresenterà la legge di quell’era millenaria, la legge del regno dei cieli. Nel frattempo, per noi, cristiani odierni, non ha alcuna rilevanza.
La questione è seria. Non vi sono vie di mezzo: o l’interpretazione dispensazionalista è del tutto giusta o del tutto sbagliata. Secondo questo punto di vista il cristiano non ha bisogno di leggere il Sermone sul Monte, di preoccuparsi dei suoi precetti, di sentirsi in colpa se non ne mette in pratica gli insegnamenti. Questa parte della Scrittura, in poche parole, non ha alcuna rilevanza per la sua vita. Personalmente, credo che la prima obiezione che si possa fare a tale interpretazione è la seguente: il Sermone sul Monte fu predicato in primo luogo e specificamente ai discepoli; “I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo…” (Mt 5:1-2). La premessa dunque è che il messaggio del Sermone è diretto ai discepoli di Cristo. Considerate le parole che Egli disse loro: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo” (Mt 5:13, 14). Se attualmente il Sermone non ha nulla a che fare con i cristiani, non dovremmo dire di essere il sale della terra o la luce del mondo, perché tali espressioni non si riferiscono a noi. Erano intese per i discepoli di allora e saranno di nuovo rilevanti per i discepoli durante il Millennio, ma non hanno nulla a che spartire con noi oggi. Il discorso è analogo per quanto riguarda le promesse di questo Sermone. Dobbiamo ignorarle. Non siamo chiamati a far brillare la nostra luce davanti agli uomini in modo che possano vedere le nostre opere buone e glorificare il nostro Padre celeste (Mat 5:16). Se l’intero Sermone sul Monte non concerne i cristiani di oggi, allora tutto ciò che afferma è irrilevante. Tuttavia, le cose non stanno così! È evidente che il Signore ha predicato questo meraviglioso Sermone per insegnare ai suoi discepoli come avrebbero dovuto vivere nel mondo, non solo mentre Egli era tra loro, ma anche quando se ne sarebbe andato. Il Sermone fu predicato a persone che erano tenute a metterne in pratica gli insegnamenti, in quel momento e in avvenire.