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Perché credere alla Bibbia PDF Stampa E-mail

Prodotto 30 Perché credere alla Bibbia? Prezzo/Unità 1.50 EUR Q.tà

John Blanchard
Euro 1,50 – Pag 52
(Euro 1,00 per ordini superiori alle 30 copie)

Perchè credere nella Bbbia?

L ' A R T E F A T T O
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Gli agenti del governo erano sulle sue tracce da anni, ma egli era sempre riuscito ad eluderli, cambiando continuamente domicilio, vivendo sotto falsa identità e con l’aiuto di amici fidati. Ora, però, la rete gli si stava stringendo attorno…

Spinto da una grossa taglia dalla quale sperava di intascare una bella somma, un agente speciale si iscrisse ad un’università locale, si introdusse in tutti i circoli giusti e alla fine strinse amicizia con il suo bersaglio. Un giorno, con la scusa di aver perso il portafoglio, convinse la sua vittima a pagargli il pranzo in città ed a prestargli anche del denaro. Ma appena giunti al ristorante convenuto, fece un segno ai due ufficiali là appostati e il suo amico venne arrestato e gettato nella prigione di stato. Diciotto mesi dopo, sfinito ed indebolito dal confino in una cella buia e maleodorante, infestata da ratti ed altri insetti, l’imputato fu condotto davanti al tribunale.

La sentenza non fu altro che la logica conclusione di quanto era già stato ben studiato e stabilito ancor prima che la corte si riunisse. Due mesi dopo lo condussero alla porta meridionale della città, dove in uno spiazzo all’aperto era stato eretto un grosso palo di legno a forma di croce. Dalla cima pendeva una pesante catena ed un cappio di canapa che passava per un foro effettuato nel palo. Davanti ad una folla incantata, in mezzo alla quale c’era anche un corpo di funzionari locali, i piedi dell’imputato furono legati al palo, la catena di ferro gli fu stretta al collo e la corda alla gola.

Tutt’intorno vennero ammucchiati rovi e ceppi secchi, dopodiché il boia si fece avanti. Un brutale strattone della corda ed ecco, il corpo strangolato dell’imputato penzolare dal palo. Uno dei dignitari accese il fiammifero e diede fuoco agli sterpi, poi si sedette insieme agli altri a veder bruciare il corpo della vittima. Quando ebbero visto abbastanza, ordinarono ad un ufficiale di slegare il corpo e lasciarlo cadere nel fuoco ardente. Lo spettacolo era terminato, gli spettatori potevano tornare alle loro faccende della giornata.

Ciò accadde all’alba di un mattino dell’ottobre del 1536 (nessuno è certo del giorno esatto!) sui terreni del castello di Vilvorde, sei miglia a nord di Bruxelles. Il nome della vittima era William Tyndale. Qual era il suo crimine? Tradimento? Minacce alla sicurezza nazionale? Complotto per ribaltare il governo? Terrorismo? Omicidi in serie? Niente di tutto ciò! Ufficialmente, la lunga lista di accuse si riassumeva in un’imputazione di eresia ma, spoglio da tutte le sofisticherie, il “crimine” supremo per il quale Tyndale fu costretto all’esilio ed infine braccato fino alla morte era questo: aver tradotto un libro dall’ebraico e dal greco in inglese. Non si trattava di un libro che promuoveva l’anarchia, l’occultismo, la sedizione, la violenza o nulla che potesse avere un effetto malefico sulla vita delle persone. Al contrario, ordinava un governo stabile, giustizia, pace, integrità e tutte le virtù auspicabili in una società. Il libro in questione era la Bibbia.

La storia di Tyndale è terribile ma nient’affatto unica e possiamo dire per certo che nessun altro libro nella storia è stato così odiato, screditato e combattuto. Nel quarto secolo gli imperatori romani Diocleziano e Giuliano ordinarono ai propri soldati di distruggere qualunque copia ne trovassero. Nel 1382 la prima traduzione fatta in inglese incontrò una feroce opposizione e la legge ne proibì la lettura. Quando le prime copie dell’opera di Tyndale furono introdotte di contrabbando in Inghilterra, ne venne ordinata la distruzione in quanto “merce pericolosa”. In nazione dopo nazione, la Bibbia è stata bruciata e bandita e i suoi traduttori sono stati perseguitati, torturati e messi a morte. In tempi recenti i regimi marxisti, che per un periodo hanno dominato oltre un terzo della popolazione mondiale, hanno ordito attacchi di massa contro la Bibbia, distruggendone milioni di copie in ogni nazione da essi governata. Anche nella cosiddetta tollerante era moderna, la Bibbia rimane il bersaglio dell’odio e del sopruso. In alcuni Paesi è un’offesa criminale venderla o distribuirla. Scendete dall’aereo con una Bibbia sotto braccio in uno di questi Paesi e finirete in prigione ancor prima di arrivare alla dogana.

Tuttavia, nonostante i secoli di aspra opposizione, l’immenso volume delle Bibbie oggi disponibile è strabiliante. In cinque anni fino alla fine del 2002, le Società Bibliche Riunite hanno distribuito più di 2.979.000.000 copie della Bibbia, per intero o in singole parti.

Le cifre delle traduzioni sono ugualmente impressionanti. Duecento anni fa la Bibbia, intera o in parte, era disponibile solo in sessantotto lingue; alla fine del 2002 questa cifra è salita a 2.203. Questi numeri soddisfano il bisogno del 90% della popolazione mondiale, e ci sono progetti di traduzione attualmente in corso di esecuzione in altre 600 lingue, di cui 500 per la prima volta.

Se si mettono assieme tutti questi dati, sorgeranno alcune domande ovvie. Perché c’è una tale richiesta del libro più disprezzato al mondo? Quale genere di pubblicazione può suscitare reazioni così diverse? C’è solo un modo per trovare delle risposte…

I  F A T T I
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Per essere precisi, la Bibbia non è affatto un libro, bensì una collezione di sessantasei documenti raccolti nell’arco di 1500 anni, di cui il più recente risale al 95 d.C. La parola “Bibbia” deriva dal greco biblos, che indica la corteccia interna della pianta del papiro. Gli egiziani usavano il papiro (radice della parola inglese “paper”, carta) come materiale di scrittura soprattutto perché era relativamente economico da produrre e poteva essere arrotolato in larghe strisce. Infine la parola Biblos venne a significare un rotolo, un volume o un libro scritto. Non c’è niente di religioso o di spirituale nella parola “Bibbia”!

La Bibbia si divide in due parti, l’Antico e il Nuovo Testamento. Un “testamento” (o “patto”) è un accordo solenne e vincolante. Questi due patti mostrano in due modi distinti, ma non contraddittori, la determinazione di Dio nel condurre gli uomini e le donne ad una giusta relazione con Lui. Capire questa volontà ci farà evitare l’errore di pensare che l’Antico Testamento sia fuori moda o che il Nuovo Testamento sia il “Piano B”. C’è senz’altro una distanza temporale fra i due (un lasso di tempo di 400 anni) ma non una distanza tematica. Entrambi i patti sono in completo accordo sugli attributi e sul carattere di Dio, sulla natura dell’uomo e su come possiamo sperimentare la realtà della presenza e della potenza di Dio nelle nostre vite. L’Antico e il Nuovo Testamento sono come le due metà di una frase: entrambe sono necessarie per coglierne l’intero significato. Possiamo iniziare a chiarire alcuni concetti errati sulla Bibbia elencando dei fatti fondamentali che la maggior parte dei suoi critici (ed alcuni dei suoi sostenitori!) non ha mai afferrato.

Primo, nelle versioni occidentali della Bibbia i sessantasei documenti (da ora in avanti li chiamerò “libri”) non seguono un ordine cronologico. Per esempio, nella Bibbia così come l‘abbiamo ora, Osea si trova quattro libri dopo Geremia, ma fu scritto circa 150 anni prima, e Giacomo si trova otto libri prima della fine della Bibbia, anche se fu fra i primi otto o nove dei ventisette libri del Nuovo Testamenti ad essere scritto. Tuttavia, non c’è dubbio che il primo e l’ultimo libro si trovino nel posto giusto, dato che il primo (la Genesi) inizia con una descrizione di come tutte le cose, a parte Dio, vennero all’esistenza – compreso il tempo, lo spazio e la materia- mentre l’ultimo (l’Apocalisse) ci porta oltre il futuro, nell’eternità.

Secondo, non furono scritti tutti nella stessa lingua. La maggior parte fu scritta in ebraico, molti in greco ed alcuni in aramaico, una versione di una lingua afro-asiatica ancora in uso oggi.

Terzo, i libri non sono tutti dello stesso genere. Alcuni sono puramente storici; altri trattano argomenti di legge civile o penale; ci sono parti che elencano regole e regolamenti su svariati temi che vanno dall’adorazione nel tempio all’igiene; alcune parti sono scritte in forma di poesia religiosa o lirica; ci sono ampie parti di insegnamento diretto; alcune volte gli autori hanno inserito biografie o autobiografie; c’è della corrispondenza personale indirizzata ad individui o a gruppi di amici dalla mentalità affine; ci sono poesie, storie, discorsi, preghiere, inni e sermoni ed anche, cosa molto importante, lunghi brani profetici (di cui molti eventi devono ancora verificarsi).

Quarto (e non è una bizzarra curiosità), la popolare versione inglese della Bibbia “New International Version”, pubblicata per la prima volta nel 1973, ha 726.134 parole, 1.189 capitoli e 31.302 versetti. Nella loro forma originaria i libri non avevano divisioni di capitoli o di versetti. Queste divisioni sono frutto di un’evoluzione avvenuta nell’arco di 700 anni e la prima Bibbia completa contenente le nostre attuali divisioni di capitoli e versetti fu la Bibbia di Ginevra, pubblicata nel 1560.

G L I  A T T A C C H I
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Tutto bene finché si parla di statistiche, ma è quando andiamo alla sostanza che la Bibbia diventa oggetto di attacchi. Ho sentito spesso persone definirla “un mucchio di spazzatura” o una “leggenda” o “folklore”, ma questo genere di approccio mi ricorda quegli adesivi che si attaccano sulle automobili nei periodi di campagna elettorale e che recitano: “Ho già le mie idee, non confondetemi con i fatti, per favore”. Altri attacchi non solo sono più specifici ma, a prima vista, sembrano ben fondati. Sono questi che devono essere affrontati e in questa sezione ne esamineremo alcuni, a partire da quelli che pongono delle domande fondamentali relative all’intero testo biblico.

C O P I E  C O R R O T T E ?
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Il primo attacco dice: “Come facciamo a sapere che il testo della nostra Bibbia attuale è in qualche modo simile all’originale?” La domanda è del tutto legittima. I libri originali furono tutti scritti a mano su materiale deperibile e prima dell’invenzione della stampa, nel quindicesimo secolo, non avevamo altro che manoscritti copiati e ricopiati nell’arco di centinaia di anni. Come facciamo a sapere che queste copie fossero simili all’originale? Ci sono almeno tre esami importanti ai quali possiamo sottoporre la Bibbia – ed anche altri testi antichi.

Primo, di quanti documenti disponiamo? I famosi Rotoli del mar Morto, scoperti dal 1947 in avanti, aggiunsero 100 rotoli ai documenti già esistenti dell’Antico Testamento, mentre abbiamo ben oltre 5.000 manoscritti del Nuovo Testamento in greco originale ed un totale di 20.000 fonti che ci aiutano a mettere insieme il tutto. Altre opere antiche non reggono il confronto. Abbiamo solo nove o dieci copie della famosa De Bello Gaelico di Cesare (58-50 a.C.), venti copie della Historia Romana di Livio (59 a.C.- 17 d.C.), sette copie delle storie di Plinio il Giovane (61-113 d.C. circa) e solo due copie delle Historiae et Annali di Tacito (55-12 d.C. circa). Il rivale che si avvicina di più alle 20.000 copie del Nuovo Testamento è la famosa Iliade di Omero con sole 643 copie.

La Bibbia vince con facilità la gara delle cifre, ma questo ci conduce al secondo esame: quanto sono vicini nel tempo i manoscritti tuttora disponibili al testo originale? Nel caso della Bibbia i principali manoscritti più antichi sono vicini all’originale di circa 300 anni, sebbene due importanti papiri siano di 100 anni più vicini. Infatti si pensa che il famoso Frammento John Rylands risalga al 117-138 d.C. e tre minuscoli frammenti di papiro del Magdalen College di Oxford al terzo quarto del primo secolo. I critici fanno presto ad aggrapparsi a queste distanze temporali come ragione per rifiutare la Bibbia, mentre ignorano distanze temporali molto maggiori per altri documenti che vengono accettati senza difficoltà. Solo una copia della Historia Romana di Livio si avvicina di meno 400 anni all’originale; per le opere di Plinio il Giovane la distanza è di 750 anni; per Tacito non abbiamo nulla che sia più vicino di 900 anni; i più antichi manoscritti tuttora esistenti del De Bello Gaelico di Cesare risalgono a circa 1.000 anni dopo gli eventi descritti.

Nessun altra opera letteraria antica, né religiosa né d’altro tipo può reggere il confronto con le credenziali della Bibbia in questo campo. Recentemente ho visitato alcuni resti del Muro di Adriano che attraversa l’aperta campagna per settantatre miglia da Solway Firth alla bocca del fiume Tyne vicino al confine settentrionale dell’Inghilterra. Nessuno mette in dubbio il fatto che nel 122 d.C. l’imperatore Adriano ordinò la costruzione del muro per segnare il confine estremo dell’Impero romano – e “per separare i romani dai barbari”. Nemmeno si mette in dubbio il fatto che uno dei predecessori di Adriano, Giulio Cesare, invase la Gran Bretagna per la prima volta nel 55 A., sebbene ci siano nove o dieci manoscritti a sostegno di ciò e i più antichi risalgano a 900 anni dopo l’evento.

Ancora una vota la Bibbia supera di gran lunga i suoi rivali. Come ha detto Sir Frederic Kenyon, direttore e contemporaneamente capo-bibliotecario del British Museum: “In nessun altro caso l’intervallo di tempo fra la composizione del libro e la data del manoscritto più antico ancora esistente è così breve… e il fondamento di qualunque dubbio sul fatto che le Scritture siano giunte a noi così come sono state scritte è stato eliminato. Sia l’autenticità che l’integrità generale del Nuovo Testamento sono fatti stabiliti”. (enfasi non dell’originale).

Il terzo esame è per certi versi il più importante: come possiamo essere sicuri che i manoscritti furono copiati con accuratezza? Ancora una volta questa è una domanda del tutto legittima, ma prima di rispondere vale la pena rilevare che nemmeno la stampa elimina la possibilità di errori. Una versione, pubblicata nel 1631, divenne nota come “La Bibbia malvagia” perché la parola “non” fu omessa nel comandamento “Non commetterai adulterio”. Nel 1717 un’altra versione divenne nota come “La Bibbia dell’Aceto” perché un brano fu intitolato “La Parabola dell’aceto” invece che “La parabola della vigna”. [1] Io ho ancora un Nuovo Testamento in cui si dice che i marinai che cercavano di salvare la loro nave durante una tempesta “sciolsero i legami di gomma” invece che “i legami del timone”![2]

La domanda più importante è se, nel corso di secoli di copiatura a mano, gli errori commessi furono così tanti da rendere inaffidabile il testo di cui disponiamo oggi. Qui non abbiamo lo spazio per scendere nei dettagli, ma la cura meticolosa con la quale i giudei copiavano le proprie Scritture sacre, insieme agli elaborati sistemi di tutela applicati al fine di eliminare la possibilità d’errore, sfidano gli increduli. Ne consegue che manoscritti risalenti ad epoche molto lontane l’una dall’altra sono incredibilmente simili. Per fare un esempio, il manoscritto dei Rotoli del mar Morto di un capitolo particolarmente importante della Bibbia è più antico di 1.000 anni rispetto alla copia di cui disponevamo in precedenza, eppure delle sue 166 parole solo una (di tre lettere) è in discussione, e la parola in questione non altera in maniera significativa il senso del brano. Nessun altro documento antico si avvicina minimamente a quest’incredibile grado di coerenza. Nel Mahabharata, l’epica nazionale indiana, circa il 10% delle righe risulta corrotto, mentre l’Iliade di Omero contiene venti volte più esempi rispetto alla Bibbia di parole originali in dubbio.

Come illustra l’autore Brian Edwards, questo ha un significato enorme,: “Supponiamo che a cinque bambini sia chiesto di copiare una frase dalla lavagna della scuola, e solo due producano delle copie identiche. Se non conoscessimo la frase originale non potremmo sapere se i due abbiano scritto correttamente o abbiano fatto gli stessi errori per coincidenza. Ma se 500 avessero copiato la frase e 200 delle frasi risultassero identiche, sapremmo con un buon grado di certezza che esse rappresentano esattamente l’originale”. Eppure in 100 rotoli, rappresentativi di tutti i libri dell’Antico Testamento eccetto uno, e in qualcosa come 20.000 frammenti delle Scritture copiate nell’arco di un periodo di 1.000 anni troviamo solo differenze trascurabili. Sir Frederic Kenyon non aveva dubbi sul significato di ciò: “Non esageriamo se diciamo che in sostanza il testo della Bibbia è affidabile, specialmente per quanto riguarda il Nuovo Testamento. Il numero dei manoscritti e delle citazioni di questo da parte dei più antichi autori della chiesa, è tale da assicurarci che la giusta lettura di ogni brano su cui esistevano dei dubbi è stata preservata in almeno uno di questi antichi manoscritti. Lo stesso non si può dire per alcun altro libro antico al mondo”. (enfasi aggiunta).

N O T E  S U L L ' A U T O R E
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Nel diciottesimo secolo lo scettico scozzese David Hume lanciò un attacco feroce ai miracoli. In breve, la sua argomentazione si fondava sulla convinzione che le leggi della natura si fondano sul più alto grado di probabilità che qualcosa avvenga, perciò la cosa più saggia da fare è di non credere ai miracoli. Inoltre, affermava che l’unico vero miracolo è che qualcuno possa credere ai miracoli! Il Chambers Dictionary descrive un miracolo come “un evento o un atto che infrange una legge della natura”, e per molte persone questo conferma la seguente tesi: in assenza di Dio, qualunque cosa sembri contraddire le leggi scientifiche che governano il nostro mondo fatto di tempo e spazio, non può essere genuina e deve avere qualche altra spiegazione. Notate le parole che ho evidenziato! Una volta escluso Dio dal quadro, gli eventi classificati come miracoli possono essere eliminati poiché “misteri” o “fuorvianti” e, dato che la Bibbia inizia con le parole “In principio Dio creò i cieli e la terra”, bisogna eliminarla dal gioco fin dall’inizio!

Uno scrittore ha identificato 232 miracoli biblici, ma questa cifra non rende un’idea reale del quadro, dato che la Bibbia dice che molti altri non sono stati riportati. Se i miracoli non accadessero mai, l’affidabilità della Bibbia andrebbe in frantumi. Tuttavia, l’approccio giusto non è quello di iniziare usando la risposta come presupposto iniziale, ma quello di domandarsi: “I miracoli sono accaduti?”, e poi esaminare ogni singolo caso alla luce delle prove. Se le prove indicano un miracolo, allora richiedono una spiegazione ed escludere Dio prima di prendere in considerazione la sua spiegazione non sarebbe né saggio né onesto.

Eliminare i miracoli poiché “impossibile che avvengano”, in quanto contrastano le leggi della natura, potrebbe sembrare una cosa molto “scientifica” da fare, ma la verità è esattamente all’opposto. Le leggi della natura non fanno avvenire nulla: esse sono solo la nostra valutazione di come le cose avvengono normalmente, e la persona che crede in Dio afferma che esse descrivono ciò che normalmente Dio fa avvenire. La questione dei miracoli non è affatto una questione scientifica, bensì teologica. Se Dio esiste e determina le leggi della natura, egli non è soggetto ad esse e può non tenerne conto in qualunque momento decida di farlo.

In una lettera al Times nel 1984 tredici eminenti scienziati, la maggior parte dei quali professori universitari, eliminarono pacificamente uno dei maggiori argomenti concernenti la questione dei miracoli: “Non è valido dal punto di vista della logica usare la scienza come argomento contro i miracoli. Non credere che i miracoli possano avvenire è tanto un atto di fede quanto credere che possano avvenire … i miracoli sono eventi che non hanno precedenti. Qualunque sia la tendenza moderna in filosofia o qualunque siano gli esiti dell’opinione pubblica, è importante affermare che la scienza … non ha nulla da dire in merito a quest’argomento (enfasi aggiunta). Rifiutare la Bibbia perché riporta dei miracoli vuol dire semplicemente sbagliare in partenza.

N O T E  S U L L ' A U T O R E
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progressi fatti dalla scienza e dalla tecnologia negli ultimi 200 anni sono mozzafiato ed è esilarante cavalcare la cresta di quest’onda di successo. Il mondo della medicina, delle comunicazioni, dei trasporti e i risultati raggiunti in altre aree della vita moderna si trasformano man mano che la conoscenza scientifica aumenta e viene sfruttata dalla tecnologia per recare enormi benefici alle nostre vite

Questo progresso fenomenale ha portato molti a fare dichiarazioni straordinarie riguardo alla scienza. Nel suo libro “Religione e Scienza” (pubblicato nel 1961), il filosofo Bertrand Russell scrisse: “Qualunque conoscenza si può ottenere solo con mezzi scientifici; ciò che la scienza non può scoprire non è conoscibile dal genere umano.”. (enfasi aggiunta). In un dibattito tenuto nel 1998, lo studioso di Oxford Peter Atkins andò persino oltre affermando, “Non c’è bisogno di Dio perché la scienza può spiegare tutto”. Se affermazioni del genere fossero corrette, l’attendibilità della Bibbia andrebbe persa senza lasciare tracce. Ma sono affermazioni corrette? Si possono dire almeno quattro cose a riguardo.

Primo, la scienza è un processo dinamico d’apprendimento nel quale volta per volta le cose che un tempo si ritenevano vere vengono trovate false. Sir Karl Popper, a ragione il filosofo della scienza più famoso al mondo, va anche oltre quando dice: “Qualsiasi affermazione scientifica deve rimanere per sempre un tentativo.”. Nella vera scienza l’ultimissima parola non è mai l’ultima!

Secondo, molte cose esulano dal campo della scienza e del metodo scientifico. La scienza non può dirci perché il mondo è venuto all’esistenza, perché esistono le leggi della natura, perché gli esseri umani sono persone piuttosto che ciò che qualcuno ha chiamato “computer fatti di carne”, come distinguere fra bene e male, o perché abbiamo una dimensione spirituale. La scienza non ha una riposta alle grandi domande della vita, quelle sul senso e sullo scopo, sulla morte e sul destino umano. Inoltre (e proprio in riferimento alla questione che stiamo trattando) la scienza non può provare che Dio non esiste. Persino Peter Atkins è stato abbastanza sincero da iniziare il suo contributo al dibattito del1998 dicendo: “Devo ammettere fin dall’inizio che la scienza non può provare che Dio non esiste.”.

Terzo, nessun fatto scientifico (in opposizione ad una teoria scientifica) ha ancora provato che una sola affermazione biblica è sbagliata, mentre molte dichiarazioni del genere sono state ritrattate. Per fare solo un esempio, la Bibbia contiene molti riferimenti agli Ittiti, un popolo politeista che occupava la regione che si estende dalla Palestina settentrionale all’Eufrate e che è stata fiorente per molti secoli. Dopo che anni di lavori archeologici fallirono nel tentativo di mostrarne qualche traccia, gli scettici affermarono che i resoconti biblici erano leggende o folklore. Tuttavia ricerche successive portarono alla luce montagne di prove che confermavano il resoconto biblico nei dettagli, tanto che oggi un intero museo ad Ankara, in Turchia, è dedicato ai resti ittiti. Alan Millard, professore d’ebraico e lingue semitiche antiche all’università di Liverpool, dice: “Possiamo dichiarare che non è stato trovato nulla che sia in grado provare che una sola affermazione dell’Antico Testamento è falsa. La ricerca archeologica è la benvenuta per una conoscenza più approfondita del messaggio della Bibbia”.

Quarto, molti degli scienziati che hanno segnato la storia del mondo, non hanno alcuna difficoltà ad accettare la Bibbia. Fra questi abbiamo il fisico irlandese Robert Boyle, padre della chimica moderna; il chimico britannico Michael Faraday, che ha scoperto l’induzione elettromagnetica; l’astronomo tedesco Johannes Kepler; il biologo svedese Carolus Linnaeus, padre della tassonomia biologica; il fisico naturale scozzese James Clerk Maxwell, padre della fisica moderna, che per primo ha predetto l’esistenza delle onde magnetiche; il naturalista danese Niels Steno, fondatore della geologia moderna; il fisico scozzese William Thomson, autore della scala Kelvin delle temperature assolute. Chiudiamo la discussione citando altri due giganti della scienza. Il primo è Sir Francis Bacon, filosofo, politico, nonché Lord Cancelliere, il quale ebbe una forte influenza nei circoli scientifici, specialmente con la proposta di una nuova teoria della conoscenza scientifica, divenuta nota come il metodo scientifico, che mette in evidenza l’importanza dell’osservazione e dell’esperimento. Studioso devoto della Bibbia, Bacon scrisse: “Ci sono due libri aperti davanti a noi da studiare per evitare di cadere in errore: primo, il libro delle Scritture, che rivela la volontà di Dio; poi il libro delle creature [Bacon intendeva il mondo naturale] che esprime il suo potere (enfasi aggiunta). Il secondo è il fisico e matematico britannico Sir Isaac Newton, eletto presidente della Royal Society per ventiquattro anni di seguito. Questi fu il primo ad essere insignito per i servigi resi alla scienza ed è rimasto noto soprattutto per la sua scoperta della legge di gravitazione universale. Anch’egli, come Bacon, era un avido studente delle Scritture e, dopo anni di studio diligente, concluse che la Bibbia era “una roccia di cui tutti i martelli della critica non hanno scalfito un solo frammento”.

Oggi, migliaia di scienziati – solo la American Scientific Affiliation conta più di 2.500 membri – molti dei quali eminenti nella loro specifica disciplina, sono completamente d’accordo con questi giganti del passato e non hanno alcuna difficoltà a conciliare le loro conoscenze scientifiche con la Bibbia. Dire che la scienza ha provato che la Bibbia è in errore è come nuotare contro una marea potente di testimonianze intelligenti.


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[1] La ragione di tale errore si comprende bene nella lingua inglese e male in quella italiana. Infatti i due termini “vinegar” (in it. Aceto” e “vineyard” (in it. Vigna) sono molto simili nella lingua inglese e possono lasciare spazio a degli errori ortografici causando delle incomprensioni del testo. (N.d.T.)
[2] Anche qui l’autore fa riferimento al testo in inglese in cui le parole “rubber” (it. Gomma) e rudder (it.timone) sono molto simili. (N.d.T.)