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Tornare a Dio PDF Stampa E-mail
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Prodotto 42 Tornare a Dio Prezzo/Unità 1.00 EUR Q.tà


TORNARE A DIO

Renato Giuliani
pag 32 - € 1.00



 

 

Capitolo I

La delusione del ventesimo secolo


II più delle volte, quando lo studente dei primi anni Sessanta chie­deva ai suoi genitori, «Perché dovrei studiare?» gli veniva rispo­sto, «Perché statisticamente una persona che ha studiato guada­gna annualmente molto di più!» E quando poi il giovane chiedeva, «E a che scopo guadagnare più soldi?» gli si rispondeva, «Così che puoi mandare i tuoi figli all'università!» Secondo tale rispo­sta, l'educazione dell'uomo non aveva alcun vero significato e tanto meno ne aveva la sua stessa vita.

Francis A. Schaeffer

II ventesimo secolo è stato sicuramente una grandissima delusione per l'uma­nità. Ci si aspettava ben altro! Com'è noto, durante tutta la seconda metà dell'Ottocento si era diffuso, nella cultura e nell'opinione pubblica, un grande ottimismo per il prossimo futuro dell'uomo.  Fra il 1870 e gli inizi del secolo la produzione economica dei paesi occidentali si era quadruplicata. La scienza e la tecnologia facevano progressi impressionanti. Il tenore di vita mi­gliorava a vista d'occhio: più opportunità, più ricchezza, più servizi, più co­modità, più benessere. Alla luce di tale progresso si guardava al prossimo se­colo, il ventesimo, come all'era nella quale l'uomo sarebbe riuscito a creare una società di benessere comune senza precedenti. La vita sarebbe stata più facile, più tranquilla, più agiata. Si sarebbero raggiunte mete di maturità so­ciale, di stabilità politica e forse, a detta dei filosofi del materialismo, anche la mèta che da sempre aveva eluso l'uomo: la piena soddisfazione dei desi­deri umani, la felicità ultima. Queste erano le aspettative! La realtà, come sap­piamo, fu ben diversa!
Il sistema consumistico occidentale, basato essenzialmente sulla ricerca di un sempre maggiore benessere materiale, portò presto fra le nazioni europee un clima esasperato di competizione e di rivalità per il potere coloniale, eco­nomico, politico e militare. Il ventesimo secolo si aprì infatti con una grave crisi politica internazionale. Tutto precipitò nel 1914 e la Prima Guerra Mondiale ebbe inizio. L'orrendo conflitto durò per quattro anni e il prezzo pagato fu altissimo: più di 10 milioni di morti e la rovina dell’intera economia europea.
Negli anni che seguirono si lavorò per ricostruire un'Europa distrutta. Ma nel 1929 il sistema economico internazionale crollò. La crisi fu profonda e durò per tutta la prima parte degli anni '30. Fra il disordine e la frustrazione generale trovarono terreno fertile di sviluppo forti ideologie nazionaliste. Così, ad una nuova crisi politica internazionale, seguì la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), un conflitto di proporzioni senza precedenti, nel quale persero la vita 50 milioni di esseri umani!

Nel 1945 avremmo dovuto cambiare

Nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale il mondo sprofondò in un totale disorientamento. Nel 1942 l'economista Wilhalm Ropke scrisse: la confusione del mondo è giunta ad un punto tale che milioni di persone si tro­vano come coloro che, travolti dalla valanga, hanno perduto ogni orienta­mento ed ogni sensazione di ciò che sta sopra e sotto, seppellendosi, nel loro incosciente terrore, sempre più profondamente nella neve. Ci chiediamo al­lora: quale sarebbe stata la cosa giusta da farsi davanti ad una tale catastrofe mondiale? Certamente avremmo dovuto fermarci e farci, come individui e come collettività, un profondo esame di coscienza! E non mancò chi ci ri­chiamò a questo dovere. Per esempio, nel 1948, Martyn Lloyd-Jones, predi­cando dal pulpito della Westminster Chapel di Londra, si esprimeva in que­sto modo: Guardando al ventesimo secolo e a tutta la sofferenza e lo spargi­mento di sangue che vi sono stati, considerando lo stato in cui il mondo si trova attualmente... dobbiamo prima o poi riflettere sulla causa del fallimento del mondo. Cosa c'è che non va nell'uomo, in un uomo che nella sua follia e stupidità deve ridurre il mondo a un tale scempio ? Perché l'uomo è così cru­dele verso gli altri uomini?... Per quale motivo il mondo si trova oggi in tali condizioni, e perché deve essere come lo abbiamo conosciuto durante questo secolo? Queste sono le domande che ci dobbiamo porre. Sì, davanti all'odio, alla guerra, all'orrore dei campi di concentramento, davanti a 50 milioni di morti, davanti alla minaccia della distruzione atomica totale, non è sicura­mente esagerato dire che avremmo dovuto ammettere di aver capito poco o nulla della vita, comprendere che i concetti ateistici, relativistici e materiali­stici sui quali avevamo fondato la nostra esistenza e la nostra società erano sbagliati e, come tali, andavano abbandonati. Insomma, avremmo dovuto fer­marci e rivedere interamente tutta la nostra concezione della vita!
Ma niente di tutto ciò! Scegliemmo invece di continuare esattamente per la stessa strada, preoccupandoci essenzialmente di una cosa: la ripresa eco­nomica! La nostra concezione della vita rimase fondamentalmente la stessa: ateistica, relativistica e materialistica. Continuammo a vivere negando Dio (con la vita, se non con le stesse labbra), affermando che tutto era accaduto e accadeva per caso, che la vita stessa si era formata per caso, che l'uomo era soltanto un animale evoluto la cui esistenza non aveva alcun significato ul­timo. Continuammo a dire che tutto era relativo, che la verità e la moralità as­solute non esistono. Continuammo a costruirci una società materialistica nella quale l'uomo è concepito come un «consumatore» per il quale vivere signi­fica essenzialmente «consumare» beni materiali! Queste furono le «grandi» concezioni sulle quali, nel dopoguerra, ricominciammo a ricostruire ciò che chiamiamo «civiltà.» In altre parole, raccogliemmo le macerie di un mondo distrutto e lo ricostruimmo esattamente con lo stesso materiale e sulle stesse fondamenta di prima! Così, ancora una volta, nella nostra folle cecità, ricon­fermammo appieno la nota affermazione del filosofo Friedrich Hegel: Ipo­poli ed i governi non hanno mai imparato nulla dalla storia, né agito sulla base di princìpi da essa dedotti.
E per qualche tempo ci illudemmo. Con il «miracolo economico» degli anni cinquanta ed il «boom» degli anni sessanta riacquistammo orgoglio e fi­ducia in noi stessi. Ricominciammo a vantarci della nostra modernità, del no­stro progresso scientifico e tecnologico. E poi? E poi ricominciammo a man­giare i frutti amari della nostra follia.

Il fallimento della società moderna

Caduti i valori morali fondamentali, abbiamo assistito ad un profondo impo­verimento della vita, con un conseguente e drammatico aumento dell'insod­disfazione, della frustrazione, dell'immoralità, del crimine e della violenza a tutti i livelli. Abbiamo visto l'uomo decadere e divenire sempre più superficiale, vuoto e falso. Abbiamo visto i nostri matrimoni fallire, le nostre fami­glie sgretolarsi, i nostri genitori alcolizzarsi, i nostri figli morire di droga. Ab­biamo visto la nostra società ridursi ad un groviglio di conflitti: fra partiti po­litici, fra istituzioni statali, fra società in competizione, fra datore di lavoro e lavoratore, fra lavoratori stessi, fra famiglie, fra marito e moglie, genitori e figli, fratelli e sorelle.
A causa della frenesia della società moderna, della superficialità dei rap­porti sociali e dell'inaffidabilità della gente, la maggior parte delle persone, dopo la giornata lavorativa, preferisce ormai rinchiudersi in casa e «dimenti­care» tutto e tutti. A ragione, Francis Schaeffer ebbe a dire che, per l'uomo moderno, la pace personale significa essere lasciato in pace... vivere la pro­pria vita riducendo al minimo le possibilità di essere personalmente distur­bato dai problemi degli altri.'' E così, mentre i computer iniziano a dialogare con noi, i nostri vicini diventano sempre più distanti e anonimi.  Ma questo modo di esistere, lungi dal risolvere i nostri problemi, non porta che alla so­litudine. Ed è tristemente ironico, quanto indicativo, il fatto che, in una società sovraffollata come la nostra, uno dei gravissimi problemi sociali sia la soli­tudine! Sicuramente non è una coincidenza se, negli ultimi quarant’anni, vi è stato un progressivo aumento delle malattie mentali, dell'alcolismo, dell'uso delle droghe e dei suicidi (le statistiche non lasciano scampo!).
E i giovani? È un tormento osservare i giovani, scrive Stefano Pistolini, perché si capisce che non sono in grado di rendere stimolante la propria esi­stenza... Si è diventati testimoni impotenti di un degrado sociopolitico senza precedenti. I figli di questa generazione sono stati travolti dall'edonismo con­sumistico e dalla prevalenza dell’avere sull'essere... Un divano nella penombra, un televisore acceso, qualcosa di smangiucchiato sul tavolo, cassette, video cassette, cd. Il sabato in centro, la discoteca, molta automobile, una vita senza senso che oggi fa sì che, tra i minori di 21 anni, il suicidio sia la seconda causa di morte, dopo gl'incidenti automobilistici! E, d'altra parte, nella so­cietà dei piaceri e dei consumi, se i giovani perdono la voglia di vivere prima di arrivare a vent'anni, agli anziani viene «consigliato» di affrettarsi a morire per non essere di peso al progresso della «civiltà»! 

La miseria mondiale

Se misera è la realtà esistenziale dei paesi industrializzati, nel resto del mondo essa è ancora più tragica. Una lettura, anche generale, della storia e della realtà sociale dei paesi asiatici, africani e centro-sud americani, relativa agli ultimi cinquant'anni, rivela un quadro veramente drammatico: povertà, fame, mi­seria, decadimento morale, epidemie, carestie, continua instabilità sociale e politica, insurrezioni popolari, guerriglia, colpi di stato, governi militari, leggi marziali, repressioni, massacri, pulizia etnica, guerre tribali, guerre civili.
I conflitti armati internazionali sono continuati incessantemente fino ai no­stri giorni, portando morte e distruzione ovunque. Ricordiamo qui solo quelli più sanguinosi: Francia-Vietnam (1945-1954), India-Pakistan (1947-1949), Israele-nazioni arabe (1948-), Corea del nord-Corea del sud (1950-1953), Francia-guerriglieri algerini (1954-1962), Francia, Inghilterra e Israele-Egitto (1956), Angola-Portogallo (1961-1975), Vietnam del nord-Vietnam del sud (1963-1975), India-Pakistan (1964-1965), Egitto-Israle (1967-1970), Soma­lia-Etiopia (1967-1988), Vietnam-Cambogia (1978-1989), Uganda-Tanzania (1979), Cina-Vietnam (1979), Iran-Iraq (1980-88), Libia-Ciad (1981-1988), Armenia-Azerbaigian (1989-1994), la guerra del Golfo (1990-91). Gli uo­mini continuano ad odiarsi e sterminarsi a vicenda. In questi ultimi cin­quant’anni di conflitti e stermini oltre 22 milioni di persone hanno perso la vita!

I nostri inutili tentativi

Questo dunque è il nostro mondo! Questa è la nostra misera realtà! Questa è la triste storia del nostro ventesimo secolo dal quale così tanto ci si aspet­tava! Eppure l'uomo ha fatto di tutto per tirarsi fuori da questa miseria. Ha pensato che il problema fondamentale fosse l'ignoranza della massa e così ha provveduto «educazione» per tutti. Ma benché abbia tentato con entusia­smo e grandissima spesa... i risultati non hanno confermato le previsioni. Oggi ci si è resi conto che l'istruzione ha i suoi limiti.
Ha pensato che il problema fosse nei rapporti sociali e così ha cercato di risolverlo sviluppando imponenti studi sociologici. Ma questa speranza si è rivelata fuorviante ed illusoria.
Ha pensato che il vero problema fosse mentale e così ha cercato di risol­verlo mediante la psicologia moderna. Ma anche in questo caso ha fallito. Oggi, chiunque ancora creda nell'idea romantica del meraviglioso potere guaritore della psicoterapia ignora completamente la cruda realtà delle re­centi ricerche.
Ha pensato che il vero problema fosse politico. Così ha provato ogni sorta di governo possibile. Ha riunito i suoi parlamenti, ha formulato le sue leggi, ha organizzato i suoi convegni, ha convocato i suoi esperti da tutto il mondo. Il risultato? Un completo fallimento! E la prova più evidente di ciò è proprio la rovinosa condizione in cui versa il mondo attualmente. I politici, i legisla­tori, i filosofi, gli psicologi, i sociologi, gli educatori, tutti hanno riflettuto, parlato, lavorato, dato il loro contributo. Ma siamo sempre lì, nella miseria! La nostra malattia non è stata guarita. Anzi, con il tempo i nostri problemi non fanno altro che moltiplicarsi ed ingigantirsi e sono ormai di una portata tale da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza della terra e del genere umano!
La gente è disperata. Non sa più cosa pensare, cosa fare, dove cercare. Cos'altro c'è? Quale altra possibile via d'uscita le può fornire la società? Si è provato di tutto. Non rimangono che astrologi, cartomanti e maghi! E a co­storo la gente si rivolge sempre più. Racconta loro i propri problemi, anche le cose più intime e personali. Chiede loro di risolvere le proprie difficoltà, di trasformare la vita, o per lo meno, di renderla più vivibile. E per ottenere ciò è disposta a fare tutto: spendere molti soldi, credere in talismani, inginoc­chiarsi e pregare degli idoli, adorare dei pezzi di legno, di pietra, di metallo. E cos'è questo se non il triste e patetico spettacolo di un uomo disperato?